di Carmelo Finocchiaro
Cosa nostra, ’ndrangheta, camorra e mafie pugliesi non sono scomparse. Hanno cambiato pelle, investono nell’economia legale, cercano imprese, appalti, denaro e relazioni. Magistratura e forze dell’ordine continuano a colpire. Ma nel dibattito politico nazionale l’antimafia sembra avere perso quella centralità che aveva avuto in altre stagioni della Repubblica.
C’è una domanda scomoda che dobbiamo avere il coraggio di porre a tutti, senza distinzione tra destra, centro e sinistra:
la lotta alla mafia appartiene ancora ai partiti italiani?
Non parliamo delle commemorazioni.
Non delle corone di fiori.
Non dei post pubblicati il 23 maggio o il 19 luglio.
Parliamo dell’antimafia come scelta politica quotidiana, come criterio per selezionare candidati e classe dirigente, amministrare il denaro pubblico, assegnare incarichi, controllare appalti e subappalti, sostenere gli imprenditori che denunciano e impedire al capitale criminale di contaminare l’economia legale.
Perché mentre la politica ne parla meno, le mafie non hanno smesso di lavorare.
Uno degli errori più gravi sarebbe continuare a considerare la mafia un problema di Sicilia, Calabria, Campania o Puglia.
Le organizzazioni criminali sono nate e conservano profonde radici in alcuni territori del Mezzogiorno, ma i loro interessi economici hanno da tempo superato quei confini.
La ’ndrangheta rappresenta l’esempio più evidente della capacità delle mafie italiane di operare su scala nazionale e internazionale.
Le indagini degli ultimi decenni hanno documentato presenze e interessi criminali in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria, Veneto e in altre regioni del Centro-Nord.
Quando il denaro criminale cerca un’impresa da acquisire, un’attività nella quale essere riciclato o un investimento immobiliare, non guarda il confine regionale.
La mafia segue il denaro.
Ed è per questo che l’antimafia deve essere una politica nazionale.
La mafia contemporanea non ha necessariamente interesse a mostrare il proprio potere attraverso la violenza eclatante.
La violenza rimane nel suo patrimonio criminale e continua a essere utilizzata quando serve.
Ma l’obiettivo più redditizio è spesso un altro:
entrare nell’economia senza farsi vedere.
Acquisire aziende in difficoltà.
Riciclare capitali.
Condizionare mercati.
Inserirsi negli appalti e nei subappalti.
Utilizzare prestanome.
Approfittare dell’usura per impossessarsi progressivamente delle imprese.
Intercettare risorse pubbliche.
Costruire relazioni capaci di aprire porte che dovrebbero rimanere chiuse.
È una mafia che può diventare meno visibile e proprio per questo più insidiosa.
I dati consolidati della Direzione Investigativa Antimafia mostrano quanto sia sbagliato considerare il fenomeno residuale.
Nell’attività riferita al 2024, la DIA ha documentato oltre 93 milioni di euro di beni sequestrati e quasi 160 milioni confiscati.
Nello stesso periodo sono stati adottati centinaia di provvedimenti restrittivi e le Prefetture hanno emesso oltre 760 interdittive antimafia.
Sul fronte finanziario, l’attività investigativa ha interessato un’enorme quantità di segnalazioni e operazioni sospette.
È questo uno dei fronti decisivi dell’antimafia contemporanea.
Seguire il denaro.
Capire da dove arriva.
Dove viene investito.
Quali società attraversa.
Chi sono i beneficiari effettivi.
Milano e la Lombardia rappresentano uno dei principali centri economici d’Europa.
Torino e il Piemonte hanno un enorme sistema industriale.
Emilia-Romagna e Veneto sono territori ad altissima densità imprenditoriale.
Roma concentra amministrazione pubblica, grandi società, immobili e investimenti.
Il Mezzogiorno continua contemporaneamente a confrontarsi con il radicamento storico delle organizzazioni mafiose.
Sono realtà differenti, ma esiste un denominatore comune:
dove circola ricchezza, le organizzazioni criminali cercano opportunità.
Per questo parlare di mafia soltanto quando viene arrestato un boss significa arrivare alla fine della storia.
La politica dovrebbe occuparsi soprattutto di ciò che avviene prima.
PNRR, fondi europei, infrastrutture, sanità, energia, transizione ecologica, edilizia pubblica e grandi opere stanno muovendo quantità enormi di risorse.
È un’opportunità storica per il Paese.
Ma ogni grande flusso di denaro rappresenta anche un possibile obiettivo per organizzazioni criminali e imprese colluse.
White list, interdittive antimafia, protocolli di legalità, controlli prefettizi e tracciabilità finanziaria sono strumenti fondamentali.
Ma non possiamo pensare che la questione riguardi soltanto Prefetti, magistrati, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e DIA.
La responsabilità è anche politica.
Chi governa deve pretendere che ogni euro pubblico sia controllabile.
La democrazia viene messa alla prova soprattutto nei territori.
Lo scioglimento di un consiglio comunale per infiltrazioni mafiose non rappresenta semplicemente il fallimento di un’amministrazione.
È una ferita alla democrazia.
Significa che esiste un rischio sufficientemente grave di condizionamento dell’attività amministrativa da richiedere l’intervento straordinario dello Stato.
E il problema non può esaurirsi nello scioglimento.
La domanda deve essere: che cosa fanno i partiti prima?
Come scelgono i candidati?
Chi controlla le liste?
Come vengono costruite le preferenze?
Chi porta pacchetti di voti?
Quali interessi ruotano intorno alle amministrazioni?
La politica deve tornare a considerare queste domande parte essenziale della propria responsabilità.
Un partito non diventa antimafioso perché lo scrive nel programma.
Lo dimostra nella scelta delle persone.
Servono regole rigorose, verifiche preventive, trasparenza sui finanziamenti e capacità di assumere decisioni politiche anche quando non esiste una responsabilità penale accertata.
Naturalmente bisogna rispettare sempre la presunzione d’innocenza.
La responsabilità penale appartiene ai tribunali.
Ma esiste anche una responsabilità politica.
Non tutto ciò che non costituisce reato deve necessariamente diventare compatibile con una candidatura o con un incarico pubblico.
C’è poi un’altra Italia che troppo spesso celebriamo e poi lasciamo sola.
È l’Italia degli imprenditori e commercianti che denunciano racket e usura.
Dire «denunciate» è semplice.
Bisogna però chiedersi cosa accada il giorno successivo alla denuncia.
L’imprenditore deve poter continuare a lavorare.
Deve avere accesso al credito.
Deve ricevere rapidamente il sostegno previsto dalla legge.
Deve sentirsi protetto.
E soprattutto non deve essere isolato economicamente e socialmente.
Perché la libertà d’impresa è anche una questione di antimafia.
Anche questo dovrebbe diventare un grande tema politico nazionale.
Quando un’impresa sana viene esclusa dal credito e attraversa una crisi di liquidità, aumenta la sua vulnerabilità.
L’usura non è soltanto un reato finanziario.
Può diventare la porta attraverso la quale la criminalità entra nell’impresa.
Prima presta denaro.
Poi condiziona.
Poi acquisisce quote.
Infine può trasformare un’azienda legale in uno strumento per riciclare capitale criminale.
Contrastare l’usura e garantire credito alle imprese sane significa quindi anche fare prevenzione antimafia.
Alle prossime elezioni dovremmo pretendere da ogni forza politica un capitolo specifico, dettagliato e verificabile.
Vogliamo sapere come intende controllare le candidature.
Come proteggerà appalti e subappalti.
Come rafforzerà DIA e forze investigative.
Come contrasterà il riciclaggio.
Come sosterrà le vittime di racket e usura.
Come accelererà l’utilizzo sociale e produttivo dei beni confiscati.
Come impedirà alle mafie di sfruttare imprese in crisi.
Come proteggerà Comuni e amministrazioni dal condizionamento criminale.
E quali risultati intende raggiungere.
Poi, dopo cinque anni, confrontiamo promesse e risultati.
Questa sarebbe politica dell’antimafia.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non appartengono soltanto alla Sicilia.
Pio La Torre non appartiene soltanto a Palermo.
Libero Grassi non rappresenta soltanto gli imprenditori siciliani.
La loro eredità appartiene alla Repubblica.
E ricordarli senza continuare la battaglia che hanno rappresentato rischia di trasformare la memoria in una liturgia rassicurante.
L’antimafia non può vivere soltanto negli anniversari.
Deve vivere nei bilanci dello Stato.
Negli appalti.
Nei consigli comunali.
Nelle banche.
Nelle imprese.
Nelle scuole.
Nelle candidature.
Nelle scelte quotidiane dei partiti.
Ogni grande operazione antimafia dimostra che lo Stato continua a colpire.
Ma non possiamo costruire un modello nel quale magistratura e forze dell’ordine intervengono quando il sistema criminale si è già formato.
La politica deve occuparsi del terreno sul quale quel sistema prova a crescere.
Per questo la domanda iniziale rimane volutamente provocatoria:
Destra, sinistra, centro: nessuno può chiamarsi fuori.
Se la risposta è che l’antimafia appartiene ancora alla politica, allora è arrivato il momento di dimostrarlo con candidature, leggi, controlli, risorse, trasparenza e comportamenti.
Perché la mafia non ha bisogno delle nostre commemorazioni.
Ha bisogno del nostro silenzio.
Ed è precisamente quel silenzio che la politica italiana deve tornare a rompere.