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Frammento del Corano della Sicilia araba, scoperta “inattesa”

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“Il vostro Signore è buono e compassionevole, vi ha dato cavalli, muli e asini perché li possiate cavalcare e perché siano un ornamento. Egli crea ciò che non sapete.  Sta a Dio farvi raggiungere il sentiero – ma c’è chi se ne allontana – e se Egli avesse voluto vi avrebbe guidati tutti insieme. Egli è Colui che fa discendere per voi dell’acqua dal cielo perché in parte vi disseti e in parte dia pascoli per i vostri armenti, e fa crescere per voi il frumento, l’ulivo, le palme e le viti e ogni genere di frutti, c’è un segno in questo per gente che medita”. La descrizione dei segni della benevolenza di Allah, indicati nei versetti dall’8 all’11 della Sura delle Api in una copia del Corano del periodo arabo in Sicilia, fa da copertina a un registro di annotazioni matrimoniali della prima metà del XVI secolo, proveniente dal territorio di Calatafimi, nel Trapanese, e rappresenta “una sorta inattesa e straordinaria” fatta nell’archivio della Diocesi di Trapani. “Inattesa per il luogo, un registro parrocchiale del 1542-44 – spiega all’AGI Giuseppe Mandalà, docente ordinario di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università statale di Milano, che lo ha esaminato e valutato – e straordinaria poichè questo frammento del Corano è stato ritrovato in Sicilia, e avevamo finora rare testimonianze di questi manoscritti copiati del periodo arabo”.
L’esame paleografico della scrittura in caratteri cufici, lo stile e le caratteristiche generali del reperto e l’individuazione del contenuto hanno consentito a Mandalà di identificarlo come un raro frammento di Corano databile tra IX e X secolo dopo Cristo. Il frammento descrive “i segni della
benevolenza divina inviati ai musulmani, della creazione continua, tema molto delicato della esegesi coranica”. E, certo, conferma il dato di una Sicilia culturalmente vivace:
“Le società del medioevo siciliano – prosegue Mandalà – erano società multiculturali, che a una coesistenza pacifica accompagnavano momenti di tensione”, un contesto in cui “il Corano è un libro che viene vissuto nella quotidianità: ogni moschea ne possedeva uno o più esemplari. E sappiamo, dal racconto del voiaggiatore iracheno Ibn Hawqal, a Palermo nel 972-973 dopo Cristo c’erano a Palermo oltre 300 moschee. Questo foglio in pelle di pecora è più antico del ‘Corano di Palermo’, un manoscritto datato al 372 della Ègira (982-983 dopo Cristo), sicuramente di origine siciliana, oggi, in gran parte, conservato a Istanbul”. Non è la prima volta che le copertine dei registri di archivio riservano sorprese: “Già il lavoro sulle copertine di registri di archivio in Italia centro settentrioanale – conclude Mandalà – ha consentito il recupero di materiale scrittorio in ebraico, riutilizzato nei faldoni”. (AGI)
FAB