La crescita dell’Alternative für Deutschland non può essere spiegata soltanto con immigrazione, identità e protesta contro l’establishment. Dietro il voto tedesco emerge anche una questione sociale: lavoro industriale sotto pressione, paura del declassamento, costo della vita e incertezza sulle pensioni. Un fenomeno che, con tutte le differenze del caso, pone interrogativi anche all’Italia.
La Germania sta cambiando. E per comprendere fino in fondo l’ascesa di Alternative für Deutschland bisogna guardare oltre le categorie con cui per anni è stato raccontato il fenomeno.
L’immigrazione conta. La sicurezza conta. Il rapporto con l’Unione Europea, la guerra in Ucraina, l’energia e la crescente polarizzazione culturale contano. Ma sotto questa superficie politica esiste una trasformazione economica e sociale molto più profonda.
È la crisi delle sicurezze sulle quali per decenni si è fondata una parte consistente del modello tedesco.
Alle elezioni federali del febbraio 2025 AfD ha ottenuto il 20,8% dei secondi voti, praticamente raddoppiando il 10,4% del 2021. Particolarmente significativo è stato il risultato nelle fasce tra 35 e 44 anni, dove ha raggiunto il 27,1%; inoltre il voto al partito è risultato sensibilmente più elevato tra gli uomini.
Non siamo quindi più davanti a un fenomeno marginale.
La paura di perdere ciò che si aveva
Per comprendere questo passaggio occorre partire dal lavoro.
La potenza industriale tedesca deve affrontare contemporaneamente la concorrenza cinese, la trasformazione dell’automotive, la transizione energetica, costi elevati e le conseguenze della rottura del precedente modello energetico fondato anche sulle forniture russe.
Il caso Volkswagen è emblematico. Nel settembre 2026 la ristrutturazione del gruppo e la prospettiva di pesanti riduzioni occupazionali hanno alimentato proprio nelle regioni industriali l’incertezza sul futuro. Reuters ha descritto esplicitamente il timore dei partiti tradizionali che questa insicurezza possa spostare ulteriori lavoratori verso AfD.
Qui si trova probabilmente uno dei nodi politici più importanti.
Non protesta soltanto chi è povero.
Protesta anche chi teme di diventarlo.
L’operaio specializzato, il tecnico, l’impiegato, il piccolo imprenditore, l’artigiano e la famiglia che fino a ieri ritenevano relativamente sicura la propria posizione possono reagire politicamente quando percepiscono che quella sicurezza non è più garantita.
È la paura del declassamento sociale.
Ed è una paura politicamente potentissima.
Pensioni, salari e costo della vita
La questione diventa ancora più delicata quando alla trasformazione industriale si aggiunge l’incertezza sul welfare.
Dopo il recente risultato di AfD in Sassonia-Anhalt, il dibattito politico tedesco si è concentrato proprio su costo della vita, sicurezza economica e pensioni. Il programma di riforme del cancelliere Friedrich Merz comprende interventi controversi, tra cui l’ipotesi di innalzamento dell’età pensionabile; all’interno della stessa coalizione sono emerse richieste di rafforzarne la componente sociale.
Questo significa che il conflitto politico non riguarda soltanto migranti e identità.
Riguarda una domanda molto più elementare:
come vivrò tra dieci anni?
Quando la politica tradizionale non riesce a fornire una risposta credibile a questa domanda, si apre uno spazio enorme per chi propone una rottura con il sistema.
L’immigrazione dentro una questione sociale
Anche il tema migratorio dovrebbe essere letto dentro questo quadro più ampio.
Alla fine del 2025 risultavano registrati in Germania circa 14,07 milioni di cittadini stranieri. Tra questi è continuata a crescere la presenza ucraina.
Sarebbe però semplicistico stabilire un rapporto automatico tra presenza straniera e voto AfD.
Politicamente conta soprattutto la percezione della competizione: per una casa, per alcuni servizi pubblici, per il welfare, per determinate opportunità lavorative.
Quando questa percezione incontra un’economia stagnante o una società preoccupata per il futuro, il tema dell’immigrazione può trasformarsi da questione amministrativa in potente fattore elettorale.
AfD ha dimostrato di saper intercettare queste paure e di saperle comunicare con grande efficacia.
Una macchina comunicativa
C’è infatti un altro elemento che non può essere sottovalutato: la comunicazione.
I partiti antisistema contemporanei non hanno necessariamente bisogno delle tradizionali organizzazioni di massa.
Non servono più migliaia di sezioni territoriali per raggiungere milioni di persone.
Social network, video brevi, messaggi fortemente riconoscibili e una comunicazione costruita sulla contrapposizione permettono di raggiungere direttamente l’elettore.
Il messaggio diventa semplice: il sistema non ti rappresenta più.
In una società attraversata dall’incertezza, una comunicazione di questo genere può trovare un pubblico molto ampio.
E l’Italia?
È qui che il caso tedesco diventa interessante anche per noi.
Germania e Italia hanno strutture economiche, storie politiche e sistemi sociali differenti. Sarebbe quindi sbagliato trasferire automaticamente l’esperienza tedesca nel nostro Paese.
Esiste però una domanda comune:
chi rappresenta oggi il lavoro?
Chi rappresenta il muratore, il carpentiere, l’operaio metalmeccanico, il manutentore, il magazziniere, il lavoratore della logistica, l’autotrasportatore, l’artigiano e il piccolo imprenditore?
Per decenni la risposta sarebbe stata quasi automatica.
Oggi molto meno.
Il lavoro si è frammentato. Le grandi fabbriche hanno perso parte della loro centralità. Sono aumentati subappalti, piccole imprese, cooperative, partite IVA, lavoro autonomo e occupazioni discontinue.
E insieme alla frammentazione produttiva si è indebolita anche una parte delle tradizionali identità collettive.
Il vuoto della rappresentanza
Qui emerge il problema politico fondamentale.
Quando lavoratori e piccole imprese non percepiscono più qualcuno capace di rappresentarne concretamente salari, tasse, pensioni, sicurezza del lavoro, credito, casa e servizi pubblici, quel vuoto non rimane necessariamente vuoto.
Qualcun altro lo occupa.
Non è possibile ricondurre automaticamente il voto per AfD a una singola classe sociale o a una sola causa. I dati mostrano differenze territoriali, generazionali e di genere molto rilevanti. Ma proprio questa complessità rende insufficiente spiegare tutto soltanto attraverso le categorie di destra e sinistra.
La questione centrale diventa la rappresentanza degli interessi materiali.
Una lezione europea
Il caso tedesco pone quindi una domanda che riguarda l’intera Europa.
Se la transizione ecologica, quella digitale, la competizione internazionale e la trasformazione dell’industria producono vincitori e perdenti, chi si occuperà di coloro che temono di perdere?
La politica può discutere di grandi strategie internazionali, difesa europea, intelligenza artificiale e transizione energetica. Sono questioni decisive.
Ma un lavoratore che teme di perdere il posto, una famiglia che non riesce a sostenere il costo della casa o un cinquantenne che non sa quando potrà andare in pensione giudicano la politica anche attraverso la propria vita quotidiana.
È qui che si gioca una parte importante della crisi dei sistemi politici europei.
La crescita di AfD può essere letta anche come un segnale di questa frattura.
E l’interrogativo che arriva dalla Germania riguarda pure l’Italia: se la politica tradizionale non torna a rappresentare concretamente lavoro, produzione e ceto medio, chi riempirà quello spazio?
Non esiste una risposta scritta in anticipo.
Ma una cosa appare evidente: ignorare quella domanda non farà scomparire il problema.