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La crisi del grano duro siciliano. L’amarezza di Santo Bono, la grinta di Giuseppe Scarlata. E una proposta: basta lamentele: dal prossimo anno stop al grano duro di Sud Italia e Sicilia alle industrie del Nord

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Di Giulio Ambrosetti, dal suo blog ‘The Hour Sicilia’ 

Un post che fa riflettere

Il mio vecchio amico Santo Bono, agricoltore con azienda agricola a Camporeale, provincia di Palermo, pubblica sulla sua pagina Facebook un post scritto da Giuseppe Fontana, di Gibellina, suppongo agricoltore anche lui. Nel post si leggono due dati incontrovertibili: “Nel 1985 un litro di gasolio agricolo costava 250 lire e un chilo di grano valeva 500 lire: con un quintale di grano si potevano acquistare 200 litri di gasolio. Oggi un chilo di grano vale circa 20 centesimi, mentre un litro di gasolio agricolo costa 1,64 euro: con un quintale di grano si comprano appena 12,1 litri. In quarant’anni non abbiamo perso soltanto 188 litri di gasolio. Abbiamo perso il valore del nostro lavoro, la dignità di chi coltiva la terra, la forza di investire e, soprattutto, la speranza di poter continuare a fare agricoltura”.

Una categoria “irrecuperabile”?

Commenta lo stesso Santo Bono: “Siamo una categoria IRRECUPERABILE e utilizzare questa parola non mi rende felice ma è l’amara realtà“. Caro Santo: sai perché voi agricoltori siete “irrecuperabili”? Perché, a parte il caro carburante, che è l’effetto della guerra nel Golfo, per tutto il resto siete incapaci di unirvi e ribellarvi. Il 90% dei problemi del vostro settore li ha creati l’Unione Europea. Che ha massacrato il vostro comparto ‘attuppannu a vucca’ agli agricoltori con i soldi della PAC. Fondi PAC che adesso la Commissione europea e il Parlamento europeo ridurranno per foraggiare il riarmo della Germania.

In Sicilia la speculazione al ribasso del prezzo del grano duro è più forte di tutte le guerre

Nel frattempo il prezzo del grano duro in Sicilia è ai minimi storici – 19-20 euro/quintale – mentre il prezzo del grano mondiale cresce dopo che la guerra in Ucraina si è estesa nel Mar Nero. Per carità: le dinamiche del prezzo del grano nel mondo sono assai complesse, come ha spiegato l’analista dei mercati globali, Sandro Puglisi (qui l’articolo). Ma è un fatto inoppugnabile che nella nostra Isola la speculazione al ribasso del prezzo del grano duro è più forte di tutte le guerre. Ebbene, a fronte di questi problemi internazionali, nazionali e locali qual è stata e qual è la risposta degli agricoltori siciliani che producono grano duro? L’eterno trionfo del ‘particulare’ di guicciardiniana memoria. Non c’è verso di vedere voi agricoltori siciliani uniti per iniziare una vera battaglia politica.

Le divisioni degli agricoltori siciliani come il dilemma del porcospino di Schopenhauer

Siete sempre divisi. Per certi versi fate venire in mente la metafora del porcospino – o dilemma del porcospino – immortalata dal filosofo Arthur Schopenhauer. Ovvero: in Inverno i porcospini vorrebbero stringersi l’un l’altro per fare fronte al freddo, ma avvicinandosi l’uno all’altro si pungono a vicenda con i loro aculei… Ecco: fino a quando non eliminerete questi aculei che vi allontanano l’uno dall’altro non vi rimarranno che le lamentele. Senza unione di intenti è difficile trovare soluzioni. Un altro mio vecchio amico agricoltore, Giuseppe Scarlata, una possibile soluzione per il grano duro siciliano l’ha fornita: “Gli agricoltori debbono mettersi insieme per produrre e vendere pane e pasta di grano duro. È difficile? Sì. Ma non ci sono alternative (qui il VIDEO)”.

Il prossimo anno bloccare tutte le vendite di grano duro di Sud Italia e Sicilia alle industrie del Nord

A questo punto anche io voglio dire la mia. Poiché la televisione racconta che tutti i prodotti agricoli, freschi e trasformati, sono italiani, nonostante il Mercosur, il CETA e tutte le altre porcate fatte dall’Unione europea in materia di commercio internazionale, perché non provate a smentire la ricostruzione della stessa televisione almeno per il grano duro? Le tre più importanti Regioni italiane per la produzione di grano duro sono Puglia, Sicilia e Basilicata. Trovate un accordo: il prossimo anno bloccate tutte le vendite di grano duro alle industrie del Nord Italia. Vendete il vostro grano duro solo ai pastifici locali. E come già fanno alcune aziende zootecniche, piuttosto che dare il vostro grano duro alle aziende industriali del Nord, datelo agli animali. Insomma, trovate il modo di non fare arrivare più grano duro alle industrie nordiste.

Succederebbe un gran casino. Gli industriali si precipiterebbero a Canossa… E sarete voi agricoltori a fare i prezzi del grano duro

Per diffondere la notizia non avete bisogno della televisione: il passa parola sulla rete è molto più potente della televisione. Attenzione: dovete attuare tale iniziativa senza coinvolgere le organizzazioni agricole: dovete essere voi a gestire la vostra questa rivoluzione, senza intermediari. Ribadisco: tenete fuori le organizzazioni agricole. Dopo che l’iniziativa è partita potete provare a coinvolgere anche i produttori di grano duro di Campania, Molise, Abruzzo e Sardegna. Avete idea di cosa succederebbe? I consumatori italiani saprebbero che i derivati del grano duro – a cominciare dalla pasta – sarebbero prodotti con grano duro estero. Magari canadese… Già è in buona parte così ma non c’è informazione. Sta a voi agricoltori che producono grano duro nel Sud Italia e in Sicilia capovolgere il paradigma. Statene certi: appena iniziata questa battaglia sarebbero gli industriali del Nord Italia a venire a Canossa… E sarete voi a fare i prezzi del grano duro. Lo capire o no che il Nord Italia fotte Sud e Sicilia dal 1860? Via, capovolgete lo scenario. Avanti, provateci. Per una volta organizzate una rivolta tutti insieme. L’avete già fatto tra il Dicembre del 2011 e il Gennaio e Febbraio del 2012. Riprovateci.