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Migranti, Amnesty boccia il “modello Albania”: «A Gjadër diritti e sicurezza sono in pericolo»

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Quarantadue episodi critici in poco più di un mese, tra tentativi di impiccagione, autolesionismo e proteste. L’organizzazione chiede al governo di porre fine all’accordo, già indebolito dalla sentenza della Corte di giustizia europea
Amnesty International torna a denunciare le conseguenze dell’accordo tra Italia e Albania sulla gestione di migranti e richiedenti asilo. Il 20 agosto l’organizzazione ha chiesto al governo italiano di porre fine all’intesa, sostenendo che la detenzione extraterritoriale metta a rischio la libertà, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone trasferite.
Al centro della denuncia si trova il centro di Gjadër, finanziato e amministrato dall’Italia in territorio albanese. Secondo i dati richiamati da Amnesty, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025 nella struttura sarebbero stati registrati 42 “eventi critici”.
L’elenco comprende almeno due tentativi di impiccagione, diversi atti di autolesionismo e una protesta durante la quale tre persone sarebbero rimaste ferite dai vetri infranti. Un quadro che, per l’organizzazione, dimostra come l’isolamento geografico e l’incertezza sulla durata della detenzione possano aggravare la vulnerabilità psicologica dei trattenuti.
Da centro per l’asilo a struttura di rimpatrio
Il progetto originario prevedeva il trasferimento in Albania di uomini adulti soccorsi in acque internazionali, provenienti da Stati considerati dall’Italia “Paesi di origine sicuri”. Le domande di protezione sarebbero state esaminate attraverso procedure accelerate di frontiera.
I ripetuti interventi dei tribunali italiani e i dubbi sulla compatibilità del sistema con il diritto europeo hanno però ostacolato l’applicazione del protocollo. Nel marzo 2025 il governo ha quindi modificato la destinazione delle strutture, consentendo il trasferimento a Gjadër anche di persone già trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio presenti in Italia.
Secondo Amnesty e le organizzazioni del Tavolo asilo e immigrazione, è nato in questo modo un meccanismo di «detenzione amministrativa transnazionale», caratterizzato da scarsa trasparenza e da maggiori difficoltà nell’accesso all’assistenza sanitaria, ai familiari, agli avvocati e alle organizzazioni indipendenti.
Il rapporto Ferite di confine, elaborato dopo le missioni di monitoraggio nel centro, descrive il “modello Albania” come un sistema con un elevato potenziale lesivo dei diritti fondamentali. Amnesty International Italia⁠�
Gli episodi critici di Gjadër
I 42 episodi registrati in poco più di un mese costituiscono il dato più allarmante della denuncia. Tentativi di suicidio, autolesionismo e proteste rappresentano segnali di una condizione di forte sofferenza, che non può essere affrontata soltanto come un problema di ordine pubblico.
La privazione della libertà personale, soprattutto quando non dipende dalla commissione di un reato, dovrebbe essere applicata come misura eccezionale, fondata su una valutazione individuale e sottoposta a un controllo giudiziario effettivo.
Per Amnesty, invece, l’accordo si basa su un trattenimento sostanzialmente automatico. La collocazione delle strutture fuori dal territorio italiano renderebbe inoltre più difficile il controllo pubblico sulle condizioni delle persone e sull’operato delle autorità.
Nel marzo 2026 anche il Tar del Lazio ha riconosciuto il diritto delle organizzazioni della società civile ad accedere ai centri di Gjadër e Shëngjin, respingendo le limitazioni precedentemente imposte dall’amministrazione. ASGI⁠�
La sentenza della Corte di giustizia europea
Sul funzionamento dell’accordo pesa la sentenza pronunciata il 1° agosto 2025 dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nelle cause riunite C-758/24 e C-759/24.
La Corte non ha annullato direttamente il protocollo tra Roma e Tirana, ma ha imposto condizioni rigorose per la designazione dei cosiddetti Paesi di origine sicuri. I giudici nazionali devono poter verificare il rispetto dei requisiti sostanziali previsti dal diritto europeo, mentre le fonti utilizzate dal governo devono essere accessibili al richiedente asilo e al tribunale.
La Corte ha inoltre chiarito, nel quadro normativo allora applicabile, che un Paese non poteva essere considerato sicuro quando non garantiva una protezione sufficiente all’intera popolazione e risultavano necessarie eccezioni per determinate categorie. Corte di giustizia dell’Unione europea⁠�
La decisione ha colpito uno dei pilastri dell’operazione albanese, costruita proprio sull’esame accelerato delle domande presentate da cittadini provenienti da Stati inseriti nella lista italiana dei Paesi sicuri.
Il diritto alla salute
Alle questioni procedurali si aggiunge il diritto alla salute. Nell’agosto 2025 il Tribunale di Roma dispose il trasferimento urgente in Italia di un uomo trattenuto a Gjadër, ritenendo che le condizioni disponibili non garantissero un’assistenza adeguata.
Amnesty segnala inoltre rimpatri forzati di cittadini egiziani eseguiti direttamente dall’Albania da funzionari italiani, sebbene tale procedura non fosse espressamente prevista dal protocollo originario.
Il problema non riguarda quindi soltanto la collocazione geografica dei centri, ma la possibilità concreta di garantire alle persone detenute cure, difesa legale, informazioni comprensibili e un ricorso effettivo contro il trattenimento e il rimpatrio.
Un modello politico sempre più contestato
Il governo ha presentato l’accordo come uno strumento innovativo per contrastare l’immigrazione irregolare e velocizzare i rimpatri. L’esperienza maturata finora mostra però un sistema costoso, giuridicamente instabile e ripetutamente sottoposto all’intervento dei giudici.
L’obiettivo di governare i flussi migratori è legittimo e necessario, ma non può tradursi nell’allontanamento fisico delle persone e delle relative garanzie. Trasferire la detenzione fuori dai confini nazionali non trasferisce altrove la responsabilità dello Stato italiano.
La richiesta di Amnesty pone dunque una questione politica precisa: se una struttura produce isolamento, sofferenza e ostacoli all’esercizio dei diritti, può davvero essere presentata come un modello da esportare?
Per l’organizzazione la risposta è negativa. Il governo dovrebbe interrompere l’accordo, assicurare che ogni privazione della libertà sia realmente eccezionale e investire in un sistema di accoglienza e asilo capace di coniugare efficienza, sicurezza e rispetto della dignità umana.