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Dolomiti trasformate in un luna park: il turismo senza regole soffoca la montagna

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Campeggi abusivi, parcheggi usati come docce, giochi sui sentieri e affollamenti nei luoghi simbolo. Amministratori, ambientalisti e operatori chiedono controlli, sanzioni e accessi regolamentati. La sfida non è fermare i visitatori, ma insegnare loro a rispettare un territorio fragile e abitato
Le Dolomiti stanno vivendo un’estate segnata non soltanto da un elevato numero di visitatori, ma anche da comportamenti che mostrano una preoccupante mancanza di rispetto verso la montagna e le comunità residenti.
Campeggi abusivi sulle rive del lago Fedaia, lanci di base jumping non autorizzati, turisti che si lavano nei parcheggi di Cortina, macchinine telecomandate utilizzate lungo i sentieri e interminabili code per acquistare i krapfen al rifugio Friedrich August: episodi apparentemente differenti che descrivono una medesima trasformazione culturale.
La montagna viene sempre più trattata come un grande parco divertimenti all’aperto, una scenografia da consumare rapidamente, fotografare e abbandonare. Si dimentica che le Dolomiti sono un ambiente fragile, un patrimonio naturale e una comunità nella quale migliaia di persone vivono e lavorano durante tutto l’anno.
Dal turismo alla maleducazione
Non è la presenza dei turisti a rappresentare il problema. Il turismo sostiene alberghi, rifugi, ristorazione, servizi e numerose attività commerciali. La criticità nasce quando la visita diventa appropriazione degli spazi, perdita delle regole e disprezzo per chi abita il territorio.
L’amministrazione di Cortina è stata costretta a intervenire con un’ordinanza dopo le segnalazioni di persone che utilizzavano i parcheggi come luoghi nei quali lavarsi e cambiarsi. Sul lago Fedaia sono stati denunciati campeggi improvvisati, mentre in altre aree si sono verificati lanci non autorizzati e attività incompatibili con la sicurezza e la quiete dei sentieri.
Persino l’uso di macchinine telecomandate lungo i percorsi escursionistici diventa il simbolo di una montagna ridotta a spazio ricreativo privo d’identità. Si raggiunge l’alta quota portando con sé abitudini urbane e consumistiche, senza comprendere il valore del silenzio, della lentezza e del limite.
Il degrado è soprattutto culturale
Lo scrittore Matteo Righetto parla di un problema culturale prima ancora che turistico. Le alte quote vengono utilizzate come un prodotto, perdendo il loro significato geografico, storico e umano.
La ricerca ossessiva della fotografia, del video spettacolare o dell’esperienza da pubblicare sui social rischia di sostituire la conoscenza del luogo. Il visitatore non osserva più la montagna: la usa per costruire un’immagine di sé.
Anche Gigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, denuncia la progressiva trasformazione delle Dolomiti in una sorta di luna park. Secondo gli ambientalisti, alle campagne educative devono essere affiancati controlli efficaci e sanzioni più severe. Quando il richiamo al buon senso non è sufficiente, il rispetto delle regole deve essere garantito dalle istituzioni.
Overtourism o picchi concentrati?
Marco Bussone, presidente dell’Uncem, invita a non descrivere l’intero arco alpino come vittima di un sovraffollamento permanente. Sarebbe più corretto parlare di picchi di presenze concentrati in determinati luoghi e in periodi specifici dell’anno.
Le criticità maggiori si verificano nei siti resi celebri dai social network, dove migliaia di persone arrivano contemporaneamente per riprodurre la stessa fotografia o vivere la medesima esperienza. Accanto a queste località sovraffollate esistono, però, vallate e piccoli Comuni che continuano a soffrire spopolamento, isolamento e scarsità di servizi.
Il problema non è quindi l’eccesso di turismo in ogni area montana, ma la sua distribuzione irrazionale. Pochi luoghi vengono sottoposti a una pressione insostenibile, mentre gran parte del territorio rimane fuori dai principali circuiti economici.
Accessi regolamentati e contributi per la manutenzione
Al Lago di Braies e alle Tre Cime di Lavaredo sono già stati introdotti sistemi di regolamentazione degli accessi e della mobilità. Questi modelli possono essere estesi alle località nelle quali la pressione turistica supera la capacità del territorio.
Tra le misure possibili figurano:
prenotazioni obbligatorie nei periodi di maggiore affluenza;
limiti giornalieri agli accessi;
potenziamento dei trasporti collettivi;
chiusura temporanea delle strade al traffico privato;
parcheggi a pagamento;
ticket destinati alla manutenzione ambientale;
sanzioni più severe contro campeggi abusivi e comportamenti pericolosi;
campagne informative rivolte ai visitatori.
Un contributo economico non dovrebbe essere considerato una tassa punitiva. Chi visita un ambiente fragile deve partecipare ai costi sostenuti per pulizia, sicurezza, manutenzione dei sentieri, raccolta dei rifiuti, gestione del traffico e protezione del patrimonio naturale.
La tariffa deve però essere trasparente e finalizzata esclusivamente al territorio, evitando che la montagna diventi un privilegio riservato alle persone con maggiori disponibilità economiche.
Sindaci lasciati soli davanti all’emergenza
La responsabilità della sicurezza e della gestione delle presenze ricade spesso sui sindaci dei piccoli Comuni montani, che dispongono di personale, risorse finanziarie e strumenti amministrativi insufficienti.
Un Comune di poche migliaia di abitanti può trovarsi a gestire decine di migliaia di visitatori in una sola giornata. Deve organizzare parcheggi, viabilità, servizi igienici, raccolta dei rifiuti, soccorsi e controlli, sostenendo costi che non possono essere scaricati interamente sulla comunità residente.
Per questa ragione è necessaria una collaborazione stabile fra Comuni, Province, Regioni, gestori degli impianti, associazioni ambientaliste e operatori economici. Le Dolomiti rappresentano un sistema territoriale unitario e non possono essere amministrate attraverso provvedimenti frammentari o adottati soltanto durante le emergenze estive.
La montagna non vive soltanto di turismo
Il turismo è una componente essenziale dell’economia montana, ma non può diventare l’unica. Agricoltura, allevamento, gestione dei boschi, artigianato, servizi pubblici e cultura locale devono continuare a essere sostenuti.
Quando un territorio dipende esclusivamente dai visitatori, rischia di perdere la propria identità. Le abitazioni diventano alloggi turistici, i prezzi aumentano, i residenti si allontanano e le attività tradizionali vengono sostituite da servizi stagionali.
La montagna non può essere abitata soltanto nei fine settimana o nel mese di agosto. È una comunità che necessita di scuole, presidi sanitari, trasporti, connessioni digitali e opportunità di lavoro durante tutto l’anno.
Educare prima ancora che vietare
La repressione dei comportamenti scorretti è necessaria, ma non sufficiente. Occorre una vera educazione alla montagna, a partire dalle scuole e dalla comunicazione turistica.
Camminare su un sentiero significa accettarne le regole. Bisogna conoscere i propri limiti, rispettare gli animali, non abbandonare rifiuti, evitare rumori inutili, non accendere fuochi, non campeggiare dove è vietato e non mettere in pericolo se stessi e i soccorritori.
Anche la promozione deve cambiare. Pubblicizzare soltanto immagini spettacolari e luoghi iconici alimenta concentrazioni insostenibili. Bisogna raccontare territori meno conosciuti, distribuire i flussi durante l’anno e presentare la montagna come un ambiente da comprendere, non come un prodotto da consumare.
Difendere le Dolomiti senza chiuderle
La risposta non può essere quella di trasformare le Dolomiti in uno spazio esclusivo o inaccessibile. La montagna deve rimanere aperta, ma l’accesso comporta responsabilità.
Regolare non significa vietare. Significa proteggere i luoghi, garantire la sicurezza e consentire alle future generazioni di trovare ancora ciò che oggi rischiamo di compromettere.
Le code per un dolce al rifugio, i campeggi abusivi e i parcheggi trasformati in bagni improvvisati non sono soltanto curiosità estive. Sono il sintomo di un rapporto sbagliato con il territorio.
Le Dolomiti non sono un fondale per fotografie né un luna park ad alta quota. Sono un ecosistema delicato, un patrimonio universale e, soprattutto, la casa di una comunità. Visitarle è un diritto; rispettarle è un dovere.