Di Angioletta Massimino
Alessandro Di Battista arriva sull’Isola nel momento peggiore, quando la vita quotidiana è diventata una lotteria di sopravvivenza e ogni giorno si misura in ore di luce, litri d’acqua e farmaci introvabili. Gira, registra, parla con chi vive immerso in una crisi che non ha nulla di improvviso: è la conseguenza di decenni di pressioni esterne e rigidità interne. Poi il malore, il ricovero, il trasferimento all’ospedale dell’Avana, la Farnesina che prepara un volo sanitario, i medici che valutano se può lasciare il Paese. Le comunicazioni ufficiali lo descrivono cosciente e monitorato, senza diagnosi definitive. Nessun complotto, nessuna trama oscura: solo un corpo che cede dentro un territorio che da anni non riesce più a sostenere neppure se stesso.
Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna guardare indietro, quando Cuba era un ingranaggio dell’economia statunitense: zucchero, energia, finanza, turismo, tutto dipendeva da capitali americani. La sovranità era un concetto astratto, non una condizione reale. La rivoluzione del 1959 spezza quell’assetto, ridisegna la proprietà della terra, nazionalizza i settori strategici, rompe l’equilibrio che garantiva a Washington un controllo di fatto sull’Isola. La risposta americana è immediata: restrizioni commerciali, congelamento di beni, poi il blocco totale del 1962, concepito per generare scarsità e pressione sociale. La Guerra fredda trasforma Cuba nel punto più vicino e più irritante da colpire.
Il nuovo governo costruisce un modello che unisce alfabetizzazione di massa, sanità gratuita e istruzione universale a un controllo politico rigido: partito unico, repressione del dissenso, sorveglianza diffusa. L’embargo diventa la cornice narrativa permanente, la spiegazione di ogni mancanza. Allo stesso tempo gli Stati Uniti usano Cuba come monito: chi sfida l’egemonia paga con l’isolamento.
Quando l’URSS crolla, l’Isola perde il suo principale sostegno economico. Washington irrigidisce ulteriormente le sanzioni, estendendole a chiunque provi a commerciare con Cuba. Il blocco diventa una macchina giuridica che nessun presidente vuole smontare, soprattutto per il peso elettorale della Florida. Intanto il sistema cubano si chiude ancora di più: burocrazia soffocante, riforme mancate, dipendenza cronica da alleati esterni. Anche quando arrivano i fondi venezuelani, la struttura resta immobile, incapace di modernizzarsi.
Oggi la crisi è totale. Le forniture energetiche vengono tagliate, le centrali si fermano, le pompe idriche non funzionano, gli ospedali restano senza corrente. L’acqua non arriva, i farmaci scompaiono, la fame cresce. La popolazione vive compressa tra due forze: un embargo pensato per logorare la società e un governo che ha trasformato quel blocco in un alibi eterno, evitando ogni cambiamento strutturale.
Dentro questo scenario si colloca il malore di Di Battista. Non serve immaginare scenari oscuri: basta osservare la realtà. Un Paese dove la rete elettrica collassa, dove la sanità lotta contro la mancanza di strumenti, dove ogni fragilità diventa emergenza, è un luogo in cui anche un problema ordinario può trasformarsi in un caso critico. La sua vicenda è la fotografia di ciò che significa raccontare un territorio che da sessant’anni vive con risorse minime e pressioni massime.
Il punto più duro è questo: la sofferenza come strumento geopolitico. L’embargo non è una misura difensiva, è una strategia di logoramento. I documenti americani parlano chiaramente di indebolire la popolazione per indebolire il sistema politico. Fame, scarsità, disperazione: non effetti collaterali, ma leve di pressione.
Il secondo nodo è altrettanto feroce: la responsabilità condivisa. Il blocco esterno stringe, quello interno soffoca. Il governo cubano ha usato l’embargo come scudo per giustificare ogni fallimento, ha mantenuto un sistema chiuso, ha impedito riforme, ha creato dipendenze invece di autonomia. La crisi attuale è il risultato di due mani che stringono lo stesso nodo: una da fuori, una da dentro.
Cuba è la storia di un Paese che ha sfidato un impero, ha ottenuto conquiste sociali importanti, ha pagato il prezzo di un modello rigido e oggi si ritrova intrappolato in una spirale di mancanze. E dentro quella spirale c’è anche un giornalista italiano che si ammala mentre prova a raccontare ciò che molti preferiscono non vedere.