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1979 – Viene ucciso a Genova dalle Brigate Rosse l’operaio-sindacalista Guido Rossa.

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Guido Rossa ha sempre preferito l’azione alle parole. Così quando scopre un brigatista infiltrato nella sua fabbrica, lo denuncia. Senza paura. Da solo. Un delegato sindacale alla Italsider di Genova pronto a sfidare i terroristi perché per lui quello che conta è la democrazia. Viene ucciso che non è ancora sorto il sole il 24 gennaio 1979
Il 24 gennaio del 1979, otto mesi e mezzo dopo l’assassinio di Aldo Moro, le Brigate Rosse colpiscono ancora uccidendo a Genova Guido Rossa, delegato sindacale della Fiom e membro del Consiglio di fabbrica dell’Italsider .
Immediatamente la città si ferma e le segreterie della Federazione unitaria e della Flm, riunite d’urgenza, proclamano lo sciopero generale per quella stessa mattina. Migliaia di operai sfilano per le vie della città bloccando subito il porto: “Guido Rossa aveva un solo torto, non aveva paura – dirà uno di loro – Non ha mai ceduto alle intimidazioni, alle minacce. Ha fatto fino in fondo il suo dovere di comunista, di operaio comunista”. “Se ammazzando Guido volevano metterci paura – gli farà eco un compagno – farci chiudere in fabbrica, in noi stessi, devono sapere che hanno sbagliato i loro conti. Noi non abbiamo paura, ora meno che mai”.
La risposta del mondo del lavoro è in effetti gigantesca: scioperi spontanei, cortei, assemblee si svolgono in tutte le principali fabbriche italiane, da Milano a Torino, da Firenze a Taranto, da Napoli a Bologna l’Italia dice no all’ennesimo atto di violenza.
“Nessuno degli assassinii compiuti finora dai terroristi – scriverà l’Unità – per quanto in alto ne fossero le vittime, per quanto illustri o importanti o note apparissero, ci ha procurato un dolore profondo e se non stiamo attenti, disperante, come questo che ci viene dalla uccisione del compagno Rossa, il più grave, il più esecrando, il più crudele, il più lacerante delitto perpetrato fino ad oggi. Perché Guido Rossa era un operaio e un sindacalista. Egli apparteneva dunque alla classe di coloro ai quali ci sentiamo più vicini, perché in questa sua duplice qualità di operaio e di sindacalista rappresentava la democrazia, era la democrazia. Le altre vittime dei terroristi, profondamente rimpiante, costituivano della democrazia garanzia e presidio, difesa e sostegno, vigilanza e tutela, ma il compagno Rossa ne era l’essenza e la sostanza”.
“Hanno ucciso un sindacalista della Cgil, sposato e padre di una ragazza di 16 anni, un compagno comunista – scriverà Fulvio Cerofolini su l’Avanti! – (…) Con l’assassinio di un membro di un consiglio di fabbrica, di un lavoratore, le Br hanno alzato di molto il tiro nella loro escalation dì violenza. Sparano su gente onesta, su uomini che non si fanno intimidire, sui lavoratori. Cercano di mettere in crisi le istituzioni democratiche e di creare sconcerto e paura nella stessa classe lavoratrice. Si mostrano come una potenza oscura ed esterna ai lavoratori verso i quali rivolgono direttamente minacce e ricatti. Chi si fa illusioni che questo tentativo possa, sia pure minimamente, passare sbaglia di grosso. Bastava guardare i volti dei lavoratori riuniti a piazza De Ferrari per capire che non certo sconforto e paura erano in essi visibili. C’era, come c’è in tutta la città, la volontà di reagire con fermezza, opponendo alla violenza criminale, la forza dello Stato democratico (…) Il monito che viene da Genova in lutto è quello di impegnarsi perché la nostra democrazia sia più forte”.
Le istituzioni decidono per Guido Rossa i funerali di Stato, che si svolgono in piazza De Ferrari il 27 gennaio alla presenza del presidente della Repubblica Sandro Pertini. A dispetto del cerimoniale, il presidente spingerà per incontrare i camalli del porto.
“Il prefetto – racconterà Antonio Ghirelli, ex portavoce del Quirinale – glielo sconsigliò, perché, disse, c’era simpatia per le Br. Ma Pertini insistette fino a che non lo accompagnarono al porto. Entrò in un grosso container, con le gigantografie di Lenin e Togliatti alle pareti. E, nonostante i suoi ottantadue anni, scattò sulla pedana e in mezzo a un pesantissimo silenzio, urlò a centinaia di portuali: ‘Non sono qui come presidente, sono qui come Sandro Pertini, vecchio partigiano e cittadino di questa Repubblica democratica e antifascista. Io le Brigate rosse le ho conosciute tanti anni fa, ma ho conosciuto quelle vere che combattevano i nazisti, non questi miserabili che sparano contro gli operai’”. Aggiungerà il presidente: “Questa democrazia, anche se qualcuno non è soddisfatto (nulla è perfetto a questo mondo), è una nostra conquista, una conquista della Resistenza e mi conforta che la classe lavoratrice lo abbia compreso”.
“Nel corso della sua lotta per la difesa della democrazia e per la sua emancipazione, il movimento operaio ha conosciuto molti nemici – aggiungerà Luciano Lama a nome della Federazione unitaria – Ma questi sono fra i più vili perché operano come i fascisti e hanno lo stesso obiettivo dei fascisti anche se si coprono con una bandiera che non è la loro”.
Diceva nel 1998 Bruno Trentin: “Guido Rossa era (…), anche se pochi lo sanno, uno dei più grandi arrampicatori italiani, un accademico del Club alpino (…). Era riconosciuto da tutti, io ho parlato a lungo con i dirigenti della sua fabbrica, come qualcosa di più di un operaio altamente specializzato: era un tecnico pieno di capacità inventiva, uno scultore, un pittore (…) ed un grande alpinista”.
Proprio da scalatore, scriveva Guido all’amico Ottavio Bastrenta nel 1970:
Ottavio carissimo, l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico in genere, ma soprattutto in quello genovese, sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa lizza della mia stazione alpina. Da parecchi anni ormai mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici, l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre, possiamo dimenticare di essere gli abitati di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta muoiono di fame! Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli. (…). Le lotte sindacali di questi ultimi mesi hanno avuto per obiettivo – tra gli altri – la democrazia sui luoghi di lavoro, e il diritto dei lavoratori di indagare sul processo produttivo e sulle condizioni ambientali in cui esso si svolge. Negli anni Settanta la lotta dei lavoratori sarà tesa a portare il potere decisionale dal vertice alla base, in tutti i campi della vita pubblica. Problema fondamentale dello sviluppo democratico nazionale è l’intervento dei lavoratori nella produzione industriale. Nuove conquiste sono necessarie. Partendo dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, perché gli operai possano pesare nell’organizzazione della produzione e per l’affermazione e la difesa dei propri diritti di lavoratori e di cittadini. (…) Da poco mi hanno eletto con regolari votazioni delegato di reparto. Inizia qui e probabilmente finisce la mia carriera di sindacalista.
Parole tristemente profetiche. Ma la morte di Guido non è stata, non è, non sarà mai, un sacrificio inutile. La sua morte è stata uno spartiacque nella lotta contro il terrorismo. Il suo atto consapevole ha bruciato ogni possibile zona grigia, rendendo esplicita e trasparente la scelta di assumere il terrorismo come il nemico dei lavoratori, della classe operaia e della democrazia. Un atto lucido, chiaro e coerente, un gesto politico, da ricordare e tramandare come prezioso insegnamento.
“Sai qual è la differenza tra noi e le Br? – recitava un anonimo, bellissimo biglietto di un operaio a lui dedicato – Noi con le nostre lotte tendiamo a estrarre i meglio che c’è nell’uomo. Loro il peggio. Noi la solidarietà tra gli uomini, loro l’omicidio. Quando si aspetta un operaio sotto casa e gli si spara alle spalle si è fascisti, non ho altro da aggiungere”. Non abbiamo altro da aggiungere.
Di ILARIA ROMEO – fonte: https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/guido-rossa-il-coraggio-di-un-operaio-c1hmh4bo