Fonte: Corriere – Paolo Mieli
Il miracolo non c’è stato. Ovviamente nessuno ha mai pensato, neanche per un attimo, che l’incontro di pochi minuti in San Pietro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky avrebbe portato, d’incanto, un’ancorché piccolissima forma di pace in Ucraina. Neanche dopo che il presidente degli Stati Uniti, sul volo di ritorno a casa, aveva mandato un pubblico altolà a Vladimir Putin avanzando il sospetto che con le piogge di bombe su Kiev lo stesse «prendendo in giro». Solo Emmanuel Macron si è sbilanciato, come fa spesso, in previsioni ottimistiche ma neanche troppo. Putin ha risposto con gentilezza a Trump e nella notte ha attivato droni sulle regioni di Zhytomyr, Dnipropetrovsk, Odessa, Donetsk, Sumy e Cherkasy. Poi ieri mattina gruppi di assalto russi hanno intensificato i tentativi per entrare a Sumy. È stata questa la risposta di Mosca ai summit romani nel giorno dei funerali di papa Francesco. Del resto, il presidente tedesco Frankwalter Steinmeier aveva messo in guardia chiunque dall’attendersi eventi eccezionali come frutto di brevi incontri riconducibili a «diplomazia funebre».
Eppure, sabato mattina in piazza San Pietro si era percepito l’aleggiare di un barlume (niente più che un barlume) di ritrovato spirito dell’occidente.
el resto, se Trump aveva deciso di compiere quel defatigante viaggio per restare poche ore a Roma, lo ha fatto, certo, per rendere omaggio alla salma di un pontefice con il quale oltretutto non era in rapporti particolarmente cordiali. Ma anche per mostrare un volto amichevole nei confronti dell’europa. E questo è stato il senso di ogni parola che ha pronunciato stringendo la mano a ogni leader del continente. Di modo che restasse una prova per immagini della sua intenzione di non infrangere del tutto gli «storici legami» con la Ue. Pur accusata in precedenti occasioni di esser nata al solo scopo di vivere «a scrocco» degli Stati Uniti.
Adesso che stanno per scoccare i cento giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca si vedrà se quelle immagini riprese in Vaticano sono il segnale di qualcosa di reale o fumo negli occhi. E l’ucraina sarà, com’è da oltre tre anni, il test decisivo per comprendere a che punto sono le relazioni atlantiche. Per l’ucraina stessa, come è ovvio. E per l’europa, quantomeno per quella parte di essa che si è convintamente impegnata ad aiutarla ancora a resistere.
In attesa quantomeno di una tregua. Ma una tregua dai contorni ben definiti. Fin qui si è capito cosa vorrebbe Putin (in ciò sostenuto da Trump): la Crimea con riconoscimento internazionale si presume anche da parte delle Nazioni Unite, le regioni occupate e sono in discussione le parti non ancora militarmente conquistate, la cancellazione delle sanzioni europee, in particolare quella che esclude la Russia dal circuito bancario Swift e una nuova intesa sul grano ucraino. Ma non si è ben compreso cosa l’autocrate russo sarebbe disposto a concedere a Zelensky così che il suo Paese non abbia a vivere nel timore di subire ulteriori sorpresine. Nessun ingresso nella Nato, e questo si sa, ma resta assai vago in che cosa consisterebbe l’autorizzazione all’impiego di «volenterosi» — principalmente francesi e inglesi — a difesa di Kiev.
Siamo prossimi all’intesa, manca solo qualche dettaglio, assicura Steve Witkoff. Quel Witkoff che da tre mesi, per conto degli Stati Uniti, vive pressoché in pianta stabile a Mosca dove adesso cura anche eventuali, possibili «affari». Ma «affari» di chi? E di che tipo? Intanto l’ex ministro russo della Difesa Sergey Shoigu (che nel suo Paese ricopre ancora ruoli di primo piano) accusa pubblicamente l’europa di avere in progetto un attacco alla Russia, un piano che potrebbe essere operativo già nel 2030. E siamo ben consapevoli di cosa intende dire la Russia quando sostiene di sentirsi in pericolo.
Forse le strette di mano in occasione delle esequie di papa Francesco hanno cambiato qualcosa. Ma le apparenze ci parlano di una morsa che si stringe sempre di più attorno a Zelensky. E di velate minacce a un’europa che potrebbe da un momento all’altro essere abbandonata da Trump al proprio destino. O peggio. Se quelle strette di mano non avranno un seguito concreto nel mese di maggio, capiremo meglio perché sabato Trump aveva tanta fretta di riprendere l’aereo per tornarsene a casa. E ricorderemo quel sabato di fine aprile in cui sembrò possibile una resurrezione dell’occidente cristiano — nelle forme dell’alleanza tra Stati Uniti, Europa e altri partner nel mondo liberale — come il giorno della grande illusione.