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Quando la povertà diventa una questione di ordine pubblico

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Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta 

C’è un momento in cui la povertà smette di essere soltanto un problema economico e diventa una questione di sicurezza. È il momento in cui una persona che lavora, paga le tasse e cerca di mantenere la propria famiglia scopre che lo stipendio non basta più per l’affitto, le bollette e la spesa. La maggioranza resiste, rinuncia, si indebita, chiede aiuto. Ma non tutti hanno la stessa capacità di sopportare l’umiliazione e la rinuncia.

Per alcuni, soprattutto tra i più giovani e tra chi non vede più una prospettiva, la scelta illegale può apparire come una scorciatoia concreta. Non perché povertà significhi criminalità, ma perché quando lo Stato arretra sul piano sociale, qualcun altro può occupare quello spazio.

È qui che nasce la contraddizione più inquietante: mentre aumentano le difficoltà economiche, cresce anche la necessità di controllo. Più disagio significa potenzialmente più conflitto; più conflitto significa più richiesta di sicurezza. Il rischio è costruire uno Stato sempre più forte nel reprimere le conseguenze della povertà e sempre più debole nel prevenirle.

La domanda dovrebbe essere brutale: vogliamo uno Stato che intervenga quando il disperato ha già commesso un reato o uno Stato capace di impedirgli di arrivare a quel punto?

La risposta non può essere soltanto poliziesca. Serve un vero Piano nazionale contro la povertà lavorativa: nessun lavoratore a tempo pieno dovrebbe rimanere sotto una soglia minima di reddito collegata al costo reale della vita. L’integrazione dovrebbe arrivare automaticamente attraverso il fisco, mentre lo Stato dovrebbe investire in affitti accessibili, edilizia sociale, sostegno temporaneo per bollette e alimentazione e servizi di prossimità per le famiglie in difficoltà.

È prevenzione, non assistenzialismo.

Costa meno aiutare una persona prima che cada nell’emarginazione che affrontarne dopo le conseguenze attraverso tribunali, carceri e repressione.

La sicurezza comincia molto prima di una volante: comincia da una busta paga con cui si possa vivere, da una casa che si possa pagare, dalla possibilità concreta di immaginare il giorno dopo.

Perché la vera emergenza non è soltanto il crimine che potrebbe arrivare. È la disperazione che lo precede.

Prima della repressione viene una domanda semplice: quanto deve essere povero un uomo per sentirsi abbandonato dallo Stato?