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Può il denaro renderci più poveri?

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Benché concetto prettamente economico, l’inflazione non incide solo sulla nostra ricchezza finanziaria ma può al contrario impattare su molte altre dimensioni della vita quotidiana: in che modo l’ampia disponibilità di un bene condiziona la soddisfazione dei bisogni umani?
Mario Unali

A seguito dell’enorme stimolo fiscale e monetario operato da governi e Banche Centrali dopo la crisi del 2008, ulteriormente accelerato negli anni della pandemia da COVID-19, il mondo si è trovato alle prese con un inedito eccesso di liquidità. Quest’abbondanza di denaro ha prima salvato l’economia globale da una recessione profonda e dalle imprevedibili conseguenze sociali, ma ha poi gradualmente “delegittimato” il denaro stesso: dall’abbondanza si è passati presto all’eccesso di moneta in circolazione, un Rubicone il cui transito non poteva che condurre al più temuto dei fenomeni economici, l’inflazione.

Ce lo insegna la storia economica antica e recente: il denaro, se disponibile alla collettività in misura eccessiva, causa l’aumento del livello generale dei prezzi e in presenza di salari non altrettanto rapidi nell’aggiustarsi al rialzo fa diminuire la ricchezza reale delle persone: uno spettacolare caso di ex malo bonum al rovescio, che finisce per causare l’impoverimento silenzioso ma inesorabile di intere collettività. Come trovare rimedio a un simile paradosso?

I tentativi delle istituzioni politiche nel corso dei secoli sono quasi tutti falliti. Dall’Editto dei Prezzi di Diocleziano (301 d.C) alle banconote da centomila miliardi nello Zimbabwe del 2008 fino al “trimestre anti inflazione” di recente introduzione, le dinamiche di mercato sono spesso sfuggite alla lettura degli amministratori e tendono a fare il loro corso, talvolta avvitandosi in quella famosa spirale prezzi-salari che anche in Italia abbiamo sperimentato negli anni della Scala Mobile. Il problema è complesso e la scienza economica non ha trovato risposte definitive. Lo stesso governatore della Federal Reserve Jerome Powell che, come gli altri banchieri centrali, ha a lungo definito “transitorio” il fenomeno inflattivo a partire dalla fine del 2021, nel giugno dell’anno successivo ha dovuto ammettere con una punta di ironia rassegnata “we now understand better how little we understand about inflation”, portando all’attenzione del pubblico l’inefficacia dei pur sofisticati modelli econometrici oggi a disposizione.

L’inflazione, come tutti i fenomeni economici, è prima di tutto un fatto umano. Le persone sono poco “modellizzabili” e non a caso gli studi comportamentali sono valsi il premio Nobel a Kahneman nel 2002 per aver integrato i risultati della ricerca psicologica nella scienza economica: solo un approccio più umanistico all’economia può tentare di formulare risposte ai dubbi di oggi. Occorre quindi recuperare la dimensione di “scienza sociale” dell’economia, a partire dalla definizione che ogni studente impara alla prima lezione universitaria, confinando la matematica a un ruolo di supporto e non a quello di protagonista. John Manyard Keynes, laureato in matematica, mise in guardia dall’”eccesso di matematizzazione dell’economia”; ancora oltre si spinse Friedrich Hayek, mettendo l’accento sulla necessaria interdisciplinarietà di una buona analisi, concetto sintetizzato nel noto aforisma “Chi è solo un economista non può essere un grande economista”. L’inflazione, ad esempio, non è soltanto un fatto monetario ma riguarda anche tanti altri aspetti della vita di una società come il linguaggio, i media, la musica, il corpo, l’identità stessa. Il passaggio dal tanto al troppo è plasticamente visibile nella nostra dimensione finanziaria, ma ciascuno di noi è ben più di un mero homo oeconomicus: come il troppo denaro può magicamente impoverirci, così anche la troppa informazione rischia di precludere l’approfondimento e di lasciarci ancor meno consapevoli, le troppe parole in un testo rischiano di togliere, non aggiungere chiarezza al messaggio, la troppa musica – lo diceva già Arnold Schonberg nel 1930 in un lungimirante saggio polemico contro la radio – rischia di assuefarci a un sottofondo destinato a perdere il suo connotato di opera d’arte.

Insomma, l’inflazione della moneta, che ancora oggi pesa sulle condizioni di vita di interi Paesi, può fornirci un prezioso assist in vista di una riflessione più ampia, che conduca a una maggiore consapevolezza individuale e collettiva del valore fino a oggi intoccabile dell’abbondanza.

Mario Unali, Senior Portfolio Manager Kairos Partners SGR