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Pensionati residenti all’estero: conviene ancora lasciare l’Italia?

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Secondo l’Undicesimo Rapporto Itinerari Previdenziali, al 2022 i pensionati nati in Italia ma residenti fuori confine sono 275.544, ben 22.400 in meno rispetto al 2020. Un calo evidente che porta a chiedersi perché l’estero (e il Portogallo su tutti) non attiri più come un tempo
Mara Guarino e Melania Turconi

Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ha presentato lo scorso gennaio l’undicesima edizione del Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano. Pubblicazione che, nell’intento di offrire una visione di insieme del complesso sistema pensionistico del nostro Paese, offre anche un approfondimento delle prestazioni erogate all’estero a partire dai dati contenuti nel Casellario centrale dei pensionati, comprensivo dunque di tutte le gestioni INPS, delle Casse professionali e dei fondi complementari.

Al 31 dicembre 2022 i pensionati che risiedono all’estero sono 371.585 (erano 384.129 nel 2020 e nel 377.477 nel 2021): una platea nella quale prevalgono le donne, che ne rappresentano il 52,3%, e alla quale vengono complessivamente corrisposte – sia in regime nazionale sia in regime di totalizzazione internazionale – 406.563 prestazioni IVS . Malgrado un trend in diminuzione (nel 2020 erano 419.924, nel 2021 erano 412.83), la media è di 1,09 pensioni per pensionato.

I pensionati italiani residenti all’estero: tutti i numeri
Scendendo ulteriormente nel dettaglio, la pubblicazione distingue poi tra i pensionati residenti all’estero ma nati in Italia e quelli viceversa residenti e nati all’estero. Rientrano infatti in questa seconda categoria 97.041 soggetti, pari al 26,1% del totale estero: una quota, a trazione soprattutto femminile, in aumento sia rispetto al 2020, quando erano 87.172, sia rispetto al 2021, quando erano invece 91.527. Completamente opposto il corso riguardante i nati in Italia, che rappresentano il 73,9% del totale residenti all’estero: al 2022 sono 274.544, circa 22.400 meno del 2020, quando toccavano quota 296.957 (erano invece 285.920 nel 2021). Un calo tanto più interessante se si considera che lo stesso Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, sollecitato dalla stampa sul tema, anticipa anche per il 2023 un’ulteriore diminuzione dei pensionati italiani intenzionati a trasferirsi fuori confine.

Passando invece dal numero all’importo delle prestazioni erogate all’estero, il Rapporto registra un reddito pensionistico medio mensile lordo pari a 437,87 euro (444,12 euro mensili lordi per i nati in Italia e 420,18 per i nati all’estero), importo facilmente spiegato dalla prevalenza di “pensioni in regime di totalizzazione internazionale”, percepite cioè da italiani o stranieri che hanno versato parte dei loro contributi nel nostro Paese e parte invece in Paesi esteri. Volendo stilare una graduatoria, sono Cipro (in media 5.153 euro mensili lordi per 199 pensioni), Emirati Arabi e Portogallo (2.944 euro mensili lordi per 4.838 pensioni) gli Stati che spiccano per gli importi pensionistici più elevati, mentre Germania (34.736 pensioni), Svizzera (33.014) e Canada (26.607) sono i 3 Paesi con la maggiore concentrazione di prestazioni IVS. A incidere sia sulla scelta di trasferirsi sia sulla discrepanza tra le due classifiche molteplici fattori, tra cui alcune politiche fiscali particolarmente favorevoli nei confronti dei pensionati, che potrebbero quindi aver scelto di risiedere all’estero anche e soprattutto per motivi di natura economica.

Lasciare l’Italia conviene ancora? Il caso portoghese
Nonostante un numero di prestazioni ancora piuttosto consistente, anche nell’importo, vale la pena a riguardo soffermarsi proprio sul caso del Portogallo, a lungo considerato meta particolarmente attrattiva per i pensionati non solo per ragioni climatiche o socio-culturali ma anche per una fiscalità di favore, dapprima attenuata e quindi del tutto abolita (anche a fronte dell’aumento generalizzato del costo della vita) a partire dall’1 gennaio 2024. Con effetti già evidenti sulle scelte degli italiani percettori di assegno pensionistico: le richieste di trasferimento risultano in ribasso tanto che l’INPS stima per il 2023 una riduzione delle prestazioni pagate in territorio portoghese che potrebbe arrivare fino al 30%.

Il che, tuttavia, non è sufficiente a spiegare il parziale attenuarsi del fenomeno migratorio dei nostri pensionati. Basti ad esempio pensare, con riferimento al solo Vecchio Continente, che restano in vigore agevolazioni significative in Grecia, dove le pensioni estere sono tassate con un’aliquota del 7% per 15 anni. Ancora più interessante, forse, il regime previsto invece dalla Tunisia che per i pensionati stranieri prevede una quota di reddito free tax pari all’80%: la tassazione si applica quindi solo sul restante 20% con un’aliquota media che si aggira, anche in funzione di ulteriori detrazioni, come quelle per il capofamiglia, tra il 3% e il 5%.

Posto che “i paradisi fiscali” alternativi al Portogallo non mancano, quali dunque i fattori che spingono a restare oppure a rientrare in Italia?

Le agevolazioni (fiscali e non) per i pensionati che scelgono l’Italia
Se Stati Uniti e Canada mantengono la propria attrattività grazie al richiamo di figli e nipoti trasferitisi all’estero per ragioni di lavoro, secondo il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla, la “ritirata” dei pensionati italiani potrebbe innanzitutto dipendere dal caro vita che, nell’ultimo biennio, non ha risparmiato neppure mete dove storicamente prezzo degli affitti e di beni di prima necessità era ben più contenuto che in Italia. Senza trascurare il tema delle spese sanitarie, per le quali occorre spesso affidarsi ad assicurazioni private per servizi non sempre all’altezza di quelli offerti dal SSN e, quindi, ancora una volta il nodo welfare: trasferirsi fuori dall’Italia significherebbe infatti rinunciare sia alla no tax area fino a 8.500 euro sia a eventuali agevolazioni di natura assistenziale previste per i redditi più bassi, quali ad esempio social card. Tutte scelte orientate a garantirsi una buona qualità della vita tanto che, conti alla mano, risiede all’estero solo il 2,2% dei pensionati IVS INPS.

Per quanto la notizia non abbia suscitato particolare clamore mediatico, va infine segnalato che in verità il nostro Paese ha dal suo canto messo in atto nel tempo una serie di provvedimenti volti a favorire l’ingresso di titolari di pensioni estere. In particolare, secondo quanto stabilito dalla legge 145/2018, i titolari di pensioni erogate da soggetti esteri che trasferiscono la propria residenza fiscale nel Mezzogiorno possono beneficiare di una flat tax al 7%: come chiarito dall’Agenzia delle Entrate, la tassazione sostitutiva dell’IRPEF al 7% vale per nove periodi di imposta (semplificando, 10 anni) e si associa alla possibilità di beneficiare dell’esenzione della disciplina per attività patrimoniale o finanziarie di fonte estera, a condizione di trasferirsi appunto nel Sud e in particolare in uno dei comuni di Abruzzo, Campania, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna con popolazione non superiore ai 20mila abitanti. Condizione, quest’ultima, successivamente rivista dal decreto Sostegni Ter del 2022, che ha ampliato la platea dei possibili beneficiari anche ai pensionati esteri che trasferiscono la propria residenza nei comuni coinvolti nel terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 (in precedenza oltretutto vincolati al tetto dei 3mila abitanti).

Mara Guarino, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Melania Turconi, Itinerari Previdenziali