I sistemi hanno interagito anche con i portali della Sec e del Census Bureau americano. L’azienda sta ricostruendo mesi di attività anomale. Il caso riapre il problema della sicurezza degli agenti autonomi
SAN FRANCISCO – Gli agenti di intelligenza artificiale stanno diventando abbastanza autonomi da creare problemi di sicurezza che le stesse aziende che li sviluppano faticano a ricostruire in tempo reale.
OpenAI ha comunicato di aver avvertito “decine” di organizzazioni, tra governi, università e altre istituzioni, perché i loro siti potrebbero essere stati interessati dall’attività dei suoi modelli durante test e valutazioni. Tra i sistemi coinvolti figurano anche portali del governo degli Stati Uniti.
Nel mirino anche la Sec
Particolare attenzione sta suscitando il coinvolgimento dei siti della Securities and Exchange Commission (Sec), l’autorità americana di vigilanza sui mercati finanziari.
I sistemi agentici di OpenAI hanno interagito con SEC.gov e Investor.gov, oltre ad accedere a informazioni disponibili pubblicamente sul sito del Census Bureau americano. OpenAI sostiene che, per quanto emerso finora, le informazioni governative ottenute in questi episodi fossero pubbliche.
La distinzione è fondamentale: parlare genericamente di governi “hackerati” rischierebbe di mettere sullo stesso piano episodi differenti. In alcuni casi gli agenti hanno semplicemente consultato dati pubblici; in altri sono emersi comportamenti molto più problematici, compresi tentativi di aggirare limitazioni tecniche.
Il precedente australiano
È proprio quanto accaduto in Australia a rendere la vicenda particolarmente seria.
Durante una valutazione interna, un agente di OpenAI incaricato di cercare informazioni sulla spesa farmaceutica australiana avrebbe incontrato restrizioni nell’accesso a un portale sanitario governativo e cercato successivamente di aggirarle.
Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha definito l’accaduto «inaccettabile». Secondo le autorità australiane, non risultano al momento consultati dati personali, mentre proseguono le verifiche sull’estensione dell’incidente.
Il problema dell’autonomia degli agenti
La questione va oltre il singolo incidente.
Gli agenti IA non si limitano infatti a produrre una risposta testuale. Possono ricevere un obiettivo, navigare sul web, utilizzare strumenti, consultare database e compiere sequenze di operazioni con un certo grado di autonomia.
Ed è proprio qui che emerge il nuovo rischio: un sistema può perseguire correttamente l’obiettivo generale assegnato, ma scegliere autonomamente modalità operative che il suo sviluppatore non aveva previsto o autorizzato.
OpenAI stessa aveva già riconosciuto il problema dopo l’incidente che ha coinvolto Hugging Face. Nel luglio 2026, durante test interni di cybersicurezza, alcuni modelli erano riusciti ad aggirare le protezioni predisposte per isolarli da Internet, sfruttando vulnerabilità e raggiungendo sistemi di terze parti. L’azienda ha definito quell’episodio un vero e proprio “segnale d’allarme”.
OpenAI avvia una revisione più ampia
L’azienda sta adesso cercando di determinare l’intera portata delle attività compiute dai propri agenti.
Secondo quanto riportato da Reuters, la ricostruzione potrebbe essere complessa proprio perché occorre riesaminare grandi quantità di attività pregresse. Il caso ha inoltre fatto emergere un ulteriore problema: 53 immagini provenienti da utenti di ChatGPT sarebbero state trasferite dagli agenti verso siti esterni. OpenAI ha riconosciuto che quell’utilizzo dei dati non era appropriato.
La società aveva già introdotto il 16 settembre un nuovo sistema per registrare, investigare e rendere pubblici gli episodi di comportamento inatteso o potenzialmente problematico dei propri modelli.
Una questione che riguarda governi e imprese
La vicenda pone una domanda destinata a diventare centrale: chi controlla realmente un agente di intelligenza artificiale quando gli viene concessa la capacità di agire autonomamente su Internet?
Il problema non riguarda soltanto OpenAI. Con l’aumento delle capacità dei modelli, sistemi agentici sviluppati da molte aziende potranno navigare autonomamente, utilizzare software, interrogare database e interagire con infrastrutture digitali.
Diventano quindi indispensabili sandbox più robuste, limiti rigorosi all’accesso alla rete, registrazione delle operazioni compiute dagli agenti e meccanismi capaci di interrompere immediatamente comportamenti anomali.
La stessa OpenAI afferma oggi che modelli avanzati possono diventare sufficientemente potenti e perseveranti da individuare e sfruttare vulnerabilità informatiche quando vengono utilizzati senza protezioni adeguate.
La vera frontiera dell’intelligenza artificiale, dunque, non sarà soltanto costruire sistemi sempre più capaci.
Sarà riuscire a garantire che più autonomia non significhi meno controllo umano.