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DRAGHI E IL FISCO

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di Renato Costanzo Gatti

Nel suo discorso al Senato, in occasione della fiducia al suo governo, al primo punto del capitolo “Le riforme”, il presidente Draghi ha indicato quella fiscale.

I punti salienti sono stati:• Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso  le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta.• Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli.• Le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. E porta l’esempio danese: taglio 2 di punti di pressione fiscale, riduzione aliquota marginale massima, aumento quota esente.• La riforma fiscale è l’architrave della politica di bilancio.• Revisione profonda dell’IRPEF con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività.• Contrasto all’evasione.

Vediamo come interpretare gli obiettivi del governo Draghi per avere così una maggior consapevolezza sulla nostra virtuale fiducia a questo governo almeno per la parte fiscale del suo programma.

Concordo senza osservazioni sui primi due punti sopra elencati. 

Sul terzo punto credo che, dietro all’ovvietà del reclamato principio per cui le riforme debbano essere affidate ad esperti che respinge, di fatto, i populistici appelli al meno tasse per tutti ovvero alla flat tax per tutti, mi manca la considerazione per cui è vero che le riforme debbono essere fatte dagli esperti ma essi debbono avere un indirizzo politico che qui non vedo. O è esso l’esempio danese? Si può ridurre di due punti di PIL l’incidenza fiscale senza rispondere alla domanda se questo minor gettito aumenta il deficit (o riduce l’avanzo primario) o diminuisce i servizi erogati dallo Stato? E poi in Danimarca si è ridotta l’aliquota massima quando essa era a livelli molto più alti della nostra aliquota marginale, precisamente quella danese fu ridotta dal 68.7 al 63%, mentre la nostra è oggi al 43%.

Certo che la riforma fiscale è l’architrave della politica di bilancio; l’Europa ci chiede di spostare la pressione fiscale dal lavoro riducendo le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati; è indubbio che il riferimento fatto all’indice Gini sposta subito l’attenzione sull’imposizione sulle successioni che è tra le più basse in Europa e che confligge fragorosamente con la einaudiana “eguaglianza dei punti di partenza” e richiama pure alla riconsiderazione della generalizzata esenzione della abitazione principale dall’IMU; la riduzione delle imposte come stimolo a lavorare e a produrre beneficiando di conseguenza il gettito fiscale, è un principio che non sembra poter funzionare laddove invece l’aumento della produzione richiede investimenti tecnologici indispensabili per convivere nella rivoluzione schumpeteriana che stiamo vivendo. Insomma queste sono le alternative fra cui scegliere e sinceramente l’esempio danese non è certo illuminante.

Per quanto riguarda l’Irpef concordo pienamente sulla semplificazione di una imposta che è diventata una caccia al tesoro di bonus, agevolazioni, tax espenditures che hanno raggiunto vette come gli 80 euro renziani e il bonus bici. Ma non si tratta di preservare la progressività! Bisogna dare una risposta al fatto che la progressività riguarda solo salari, stipendi, pensioni e redditi di partite Iva con fatturati superiori a 65.000 € mentre gli altri redditi (fabbricati, interessi, di capitale, forfettari) sono passati dalla progressività alla flat tax. La progressività va riestesa a tutti quei redditi? Che vantaggi si sono avuti con l’imposizione sostitutiva? Emersione di affitti in nero ma con perdita di gettito? Oasi per i redditi da capitale? Non sono questi quegli interventi voluti da interessati gruppi di pressione?

Revisione delle aliquote IRPEF. Sia chiaro che una diminuzione dell’aliquota di uno scaglione intermedio dell’IRPEF (ad esempio quello da 28.001 a 55.000 €) comporta non solo la riduzione impositiva per i contribuenti che stanno in quello scaglione, ma riduce l’imposta anche a tutti i contribuenti con redditi superiori; gli unici che non beneficiano sono i redditi bassi.

Ancora l’aver portato a flat l’imposizione sui dividendi non deve far dimenticare che ad ogni variazione dell’IRES deve corrispondere una variazione dell’aliquota flat sui redditi di capitale; tale memento vale naturalmente se si sceglie di non riportare a tassazione progressiva i redditi di capitale.

Quando si parla di fisco occorre guardare non solo al modello impositivo ma anche alle politiche fiscali adottate per ottenere obiettivi politicamente perseguiti. Il presidente Draghi al proposito ha parlato delle agevolazioni 4.0 e dei crediti d’imposta per le iniziative per sostenere il Sud. Qui il discorso è chiaro, ogni agevolazione fiscale è un trasferimento redistributivo dai contribuenti al capitale. È cioè una violazione palese di quel che si intende per politica fiscale redistributiva, tesa cioè a mitigare le differenze di reddito calcolate dall’indice Gini. 

Certo le imprese vanno aiutate, quelle che hanno prospettive di sviluppo nel dopo pandemia, ma si possono aiutare in un modo diverso da quello finora attuato. Mi spiego: finora lo Stato riduce l’onere fiscale se l’impresa attua un comportamento ritenuto virtuoso da parte dello Stato. Ad esempio ti permetto di ammortizzare al 240% un bene tecnologico. Il che si traduce, fiscalmente, in minori imposte e maggior utile distribuibile al capitale. Si lascia inoltre la scelta al capitale che spesso invece usa il profitto produttivo per investire nell’economia finanziaria.

Se invece lo Stato dicesse io voglio perseguire questa iniziativa che ritengo virtuosa e che il privato non intende perseguire (perché il pay-back è troppo lungo); allora ad ogni privato che si associa all’iniziativa io Stato do un importo di capitale sociale pari a quello dell’agevolazione fiscale. L’impresa ha lo stesso beneficio, anzi è più sicurache il capitale privato non si appropri di quei fondi tramite dividendo; i contribuenti vedono che i loro sacrifici fiscali non sono regalati al capitale ma rimangono nello Stato, nella comunità magari con forme che permettono una mutualizzazione sotto forma, per esempio, di reddito di cittadinanza; ed inoltre si introdurrebbe il diritto, come quello di qualsiasi persona che apporta capitale sociale, di partecipare alla conduzione dell’impresa avviando l’attuazione dell’art. 46 della Costituzione.

Questo punto è, a mio parere, il più qualificante e il fatto di aver privilegiato le impostazioni di Colao mi fa sospettare che non si sia capito il senso della non sottoscrizione del documento Colao da parte di Mariana Mazzucato, l’autrice de “Lo Stato innovatore”.

Circa infine l’evasione fiscale, che vale 100 mliardi l’anno, darei più importanza al ruolo della Corte dei Conti (che lamenta la perdita di imposte esigibili superiore a 1.000 miliardi di €) e investirei molto nella tecnologia telematica che buoni risultati ha dato con la fatturazione elettronica (si vadano a rivedere le raccomandazioni di Vincenzo Visco di qualche anno fa).