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Margherita Bartalini

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Siena 1882 – 1973

“Mistico”, così Margherita Bartalini definisce, negli appunti di diario conservati dalla pronipote Simonetta Rugani, il panorama di Siena visto dall’edificio della Colonia Agricola Santa Regina. La città è al di là di poche colline ondulate, ma è un altro mondo. Qui, nel dicembre del 1920, arrivano le prime bambine ospiti della Colonia. È l’inizio di una storia che continua ancora oggi, una vicenda di sodalizi femminili, di vocazioni irrinunciabili e complicate. La Colonia è situata in una proprietà della contessa Bianca Piccolomini Clementini, di nobile famiglia senese, fondatrice in città della Compagnia di sant’Angela Merici, la quale intende dedicare la sua vita e i suoi beni a opere sociali e religiose. Animatrice dell’istituzione sarà per molti anni Margherita, che ne ricorda le vicende in una commossa Cronistoria, mentre attraverso il periodico della Colonia, «Lilia Agri» conosciamo le innovative scelte educative, le difficoltà incontrate, la vita delle giovani ospiti.

Per Margherita è il punto di arrivo di una lunga ricerca spirituale. Nata nel 1882, di famiglia facoltosa, è intelligente, vivace, colta autodidatta, perché il padre, avvocato, non le aveva consentito di proseguire gli studi oltre il primo grado. Aveva conosciuto Bianca Piccolomini nei primi anni del Novecento, nello stesso periodo è in contatto con alcuni prelati cittadini, con i quali discute di agnosticismo, di fede, del ruolo della chiesa. La fede che le era stata imposta, ricorda, rimaneva per lei un “altissimo simbolo”, ma senza intima adesione. Provava “repugnanza” nella preghiera, diffidava del potere terreno della chiesa, delle posizioni illiberali, dal Sillabo a Pio X.

Laica, repubblicana, negli anni della Grande Guerra è interventista convinta, dirige un giornale «Il Risveglio»: “Periodico quindicinale di iniziativa femminile, con intenti di solidarietà, di conforto e di fede negli eterni destini della Patria”, pubblicato dal dicembre 1917, dopo la ritirata di Caporetto, al 1919. Il primo numero si apre nel nome di Mazzini e dell’amore materno, “capace di tutto offrire, di tutto sacrificare, nella grandiosità dell’ora, per la gloria d’Italia”. La religione civile di Mazzini dà a Margherita, in quegli anni di intensa ricerca spirituale, un senso all’impegno sociale e politico e una chiave di interpretazione del popolo, entità da lei amata, sfuggente, idealizzata.

Traviato dalla “corsa al piacere”, dall’egoismo, dall’urbanizzazione, come ripete sul periodico, il popolo italiano può trovare nella dolorosa prova della guerra, l’occasione di un riscatto. Per Margherita, come per molte altre interventiste, la guerra è un appuntamento con il destino, che potrà cambiare in meglio la vita di tutti, compiendo quell’emancipazione del popolo “che è parte di un disegno della provvidenza […] frutto prezioso di questa mostruosa crisi di dolore” scrive nel gennaio del 1918.

Il giornale offre occasioni di incontri e di scrittura a un gruppo di donne già attive in città, in gran parte organizzate nella Società di Mutuo Soccorso Femminile, fondata nel 1863 e diretta in quegli anni da Imperiera Serpieri Matteucci, figlia di una delle fondatrici, Maria Graspolli, e personalità di rilievo in città. Interventiste convinte, le redattrici sono lontane da posizioni nazionaliste estreme e belliciste, la guerra è accettata come dolorosa necessità, la retorica patriottica sceglie piuttosto i toni della rinuncia, del sacrificio, della “rigenerazione”.

La figura della madre è centrale, soprattutto per Margherita, che ne usa l’immagine a scopo propagandistico e con eccesso di enfasi, ma dentro un’elaborazione personale della maternità, che proseguirà negli anni di attività alla Colonia. Alla madre del grande invalido Carlo Delcroix “si baciano le mani tremando di religioso rispetto” scrive su «Il Risveglio» nell’aprile del 1918, in occasione di una conferenza del tenente che entusiasma le donne presenti e le redattrici. Nelle parole di Margherita, che ne descrive con commozione le ferite, non c’è solo propaganda. Delcroix testimonia l’orrore del massacro e la speranza di salvezza, il suo corpo è mutilato, ma vivo, rappresenta il legame fisico con una guerra che idealizza i caduti ma ne nasconde i corpi rimuovendo l’oscenità della morte, ed è un reduce, come tale portatore di esperienze mai interamente comunicabili. È un giovane uomo, la sua voce è “dolce e virile”. È il simbolo di una generazione perduta di giovani maschi, fidanzati, mariti, fratelli, che non tornò o non tornò come prima. La verità di uno sguardo di genere attraversa l’enfasi, la retorica, la politica.

Come le altre signore attive nei comitati di assistenza, Margherita va nei quartieri più poveri, bui e malsani a distribuire i sussidi e ne vede le condizioni di degrado: “Se si vuole impedire lo scoppio di ire tremende – scrive ancora – occorre un più illuminato sentimento di giustizia”. Propone quindi, dalle pagine del giornale, che quale monumento ai caduti venga eretto un asilo per i bambini, in un luogo aperto e soleggiato. L’idea ha successo, il Monumento Asilo si farà e il comitato che ne curerà la costruzione sarà presieduto da due eccellenti signore.

Dopo la guerra, in un lungo tempo di confine, tra lutto e rinascita, delusa da quel popolo che aveva idealizzato e in cui sperava, arriva – imprevista e attesa come sempre sono le scelte vocazionali – la svolta che cambia la sua vita.

Nel 1919 Decide di “accettare la disciplina cattolica” e di entrare nella Compagnia di sant’Angela Merici. La sua mente, che lei stessa definisce ribelle non si accontenta più di discussioni filosofiche, ha bisogno di luce, di calore, di cuore. Li troverà nel lavoro per la Colonia e per la Compagnia, dove porterà l’aspirazione a un mondo rinnovato. Insieme a Bianca immagina e realizza un progetto educativo ambizioso, che dovrebbe essere seme di una città e di una convivenza nuova. Piccole casette accolgono ciascuna poche bambine e una assistente “mamma”. Una famiglia vera, tutta femminile, dove prende vita una “maternità redentrice”, così la chiama Margherita su «Lilia Agri». La Colonia è terra di donne. La scuola, a carattere agrario, sceglie il metodo della scuola attiva, fondato sull’esperienza personale e sull’osservazione della natura. Il lavoro dei campi impegna tutte nel faticoso obiettivo dell’autonomia economica.

Con gli anni il progetto si ridimensiona e normalizza, perde la iniziale e a tratti confusa carica utopistica, in bilico tra affermazione dell’indipendenza e della forza femminile e mito reazionario del ritorno alla terra, dell’Italia rurale, che piace alla propaganda del regime fascista. Intorno a Bianca, Margherita e le consorelle, ci sono il sostegno della rete di relazioni tra donne, consolidato da tempo, il silenzio della città, l’indifferenza e spesso l’ostilità della Curia. Margherita si dedica anche alla formazione religiosa delle sorelle, di questo impegno rimangono i testi di numerose lezioni, le “Novene”, vari appunti di meditazioni. Si dimostra informata, conosce e rielabora temi teologici attuali e discussi. È doveroso ricordarlo, perché per le donne è stato più facile arrivare alla facoltà di medicina che studiare teologia.

Margherita muore nel 1973. La Colonia si è sempre adattata ai tempi, accettando i cambiamenti e oggi è una casa di accoglienza per giovani.

Questa voce è stata curata da Gabriella Rustici.

Fonte: Enciclopedia delle donne