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LE NOMINE E LA LOGICA POLITICA

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Di Sabino Cassese

Il pericolo Persone nominate non per la loro competenza, sulla base del merito, ma su base fiduciaria, sono più sensibili ad ascoltare politiche partigiane
Nomine nelle società controllate dai poteri pubblici, sistema delle spoglie e terzo mandato dei presidenti di regione riportano l’attenzione sul difficile equilibrio tra competenza e fedeltà politica, merito e lottizzazione, regole e persone, nella gestione dello Stato.
La politica è anche gestione di uomini e donne: anche i politici devono saper scegliere le persone giuste. Ma il problema è ora diventato più importante perché non ci sono più i partitiassociazione, grazie ai quali passavano spesso in secondo piano ambizioni personali di carriera e le nomine erano filtrate attraverso le strutture associative, mentre ora sono solo opera dei vertici. C’è, quindi, un ritorno all’indietro, allo Stato patrimoniale, con la personalizzazione del potere. Si dimentica che lunga parte della storia dello Stato si è svolta proprio all’insegna della spersonalizzazione del potere, ora consacrato in criteri e procedure, dominati dal principio del merito.
Le società partecipate dai poteri pubblici centrali, regionali e locali sono circa 8 mila. Vi è quindi un esercito di amministratori da nominare ogni tre anni. È fondamentale che i poteri pubblici possano ricorrere al diritto privato, costituendo o partecipando in società per azioni, anche perché in molti casi operano sugli stessi mercati dove sono presenti imprenditori privati con cui devono competere.
Ma la durata triennale dei membri dei consigli di amministrazione, che una volta era funzionale anche alla brevità dei governi, è insufficiente per la corta durata, né è corretta la scelta meramente discrezionale, non basata su criteri resi pubblici, e non competitiva.
Se la scadenza triennale delle cariche dei consiglieri di amministrazione di società è un fatto fisiologico, è invece un fatto patologico la regola che i titolari delle posizioni apicali delle amministrazioni pubbliche siano precari e cessino con i cambiamenti di governo, per cui ogni nuovo governo può nominare nuove persone. Questo nefasto principio, introdotto alla fine degli anni ‘90 da governi di centrosinistra, andava, a quell’epoca, a compensare la fine della lottizzazione nelle banche pubbliche e nelle partecipazioni statali. Esso, poi ampliato all’inizio del nuovo secolo, ha prodotto alcuni dei peggiori guasti nell’amministrazione, creando un misto di precariato e fidelizzazione. Solo le strutture più robuste, quali i ministeri degli Esteri, dell’Interno e dell’Economia, sono riuscite a restare parzialmente indenni da questo sistema, che ha portato all’abbandono del principio del merito e dell’anzianità. Esso, inoltre, produce ulteriori effetti negativi, perché persone nominate non per la loro competenza, sulla base del criterio del merito, ma su base fiduciaria, sono più sensibili ad ascoltare politiche partigiane. Una volta socchiusa la porta, chi è venuto dopo l’ha spalancata, scendendo ancora più giù nelle gerarchie burocratiche. Il compito di un governo che voglia ripristinare le regole di uno Stato efficiente è ora quello di studiare i modi per uscire da questo circolo vizioso.
Ultimo capitolo è quello che si è aperto sulla base della legge del 2004 per cui non è ammessa una immediata rieleggibilità, allo scadere del secondo mandato consecutivo, dei presidenti delle regioni. E sette presidenti regionali hanno esaurito il secondo mandato.
Qui non si tratta, però, di nomine dall’alto, bensì di scelte fatte tramite elezioni. La ragione di quelli che sostengono la legittimità del terzo mandato dei presidenti delle regioni è che la decisione è rimessa direttamente all’elettorato, che è sovrano. I critici, invece, sostengono che l’esercizio prolungato dei poteri è pericoloso: per questo motivo, le norme spesso dispongono limiti alla ricandidabilità e alla rieleggibilità. Più ampio il potere, come quello dei presidenti delle regioni, minore dovrebbe essere la durata. James Madison, nel «Federalista», numero 53, alla fine del ‘700, riportava la massima corrente secondo la quale «ove finiscono le elezioni annuali ivi comincia la dittatura».
La discussione concitata e partigiana di quest’ultimo periodo, tuttavia, non consente di valutare il problema tenendo conto sia del sistema a regime (con il limite di due mandati), sia della fase di passaggio (le regioni hanno mezzo secolo di vita e sarebbe opportuno che i presidenti in carica potessero ripresentarsi alle elezioni, in modo da contribuire a fare un bilancio dell’esperienza regionale).
In conclusione, è bene che la politica possa far sentire la propria voce (attraverso le cariche elettive), ma anche che essa rispetti il principio della competenza e del merito, e freni la deriva verso la personalizzazione del potere, due tendenze che, sul lungo periodo, finiscono per danneggiare la politica stessa.

Fonte: Corriere