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Giovanna d’Arco, il processo alla Pulzella d’Orléans

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Tre mesi di accuse serrate concluse con la pena del rogo: così gli inglesi, dominatori della Francia, condannarono nel 1431 la “contadina” che con le armi aveva saputo restituire il trono a un re francese, nel tentativo di delegittimare il nuovo sovrano
Il 21 novembre del 1430 i professori dell’università di Parigi scrissero una lettera a Enrico VI, re d’Inghilterra e in quegli anni anche di Francia: «Abbiamo udito in questi ultimi giorni che è in vostro potere la donna che chiamano la Pulzella, fatto di cui ci rallegriamo molto, e confidiamo che per ordine vostro tale donna sarà posta sotto processo per riparare ai grandi malefici e agli scandali che per sua colpa ebbero luogo nel vostro regno, con grave danno dell’onore divino della nostra santa fede e di tutto il vostro buon popolo».
I professori parigini si riferivano a Giovanna d’Arco, catturata qualche mese prima e appena consegnata agli inglesi. L’accusavano di aver provocato «scandalo» in Francia per essersi messa alla guida di un esercito sostenendo di essere inviata da Dio: lei, una semplice contadina di diciotto anni. Il processo contro Giovanna si aprì qualche giorno dopo e terminò così come era stato deciso fin dall’inizio: con la condanna a morte e l’esecuzione sul rogo. Le sue ceneri vennero poi disperse nel fiume, affinché fosse cancellata totalmente la sua memoria. Tuttavia, così non fu: il processo non fece che alimentare la glorificazione dell’eroina che aveva salvato la Francia e aveva portato il proprio sacrificio fino al martirio.
Ciò che si metteva in discussione nel processo era la veridicità della missione divina di Giovanna. Sin dall’età di tredici anni quella giovane di una modesta famiglia contadina del villaggio di Domrémy, in Lorena, aveva udito “voci” e visto apparizioni di angeli che la esortavano ad accorrere in aiuto del re di Francia, Carlo VII di Valois, che gli inglesi avevano costretto a rinunciare ai propri diritti a beneficio di Enrico VI d’Inghilterra. All’inizio del 1429 Giovanna si presentò alla corte di Carlo VII a Chinon e, dopo essere stata esaminata da una commissione di teologi, li convinse di essere stata inviata da Dio per «liberare il popolo di Francia dalle calamità in cui versa». La prova definitiva giunse quando la Pulzella si mise alla guida delle truppe che riuscirono a liberare la città di Orléans dall’assedio inglese e, poche settimane dopo, Carlo VII fu incoronato solennemente nella cattedrale di Reims in presenza della giovane profetessa guerriera.
Ben presto, però, la sorte mutò. Invece di «cacciare gli inglesi dalla Francia», come aveva vaticinato, Giovanna e il suo esercito subirono diverse sconfitte militari e, fatto ancor più grave, il 23 maggio 1430 lei stessa fu catturata dagli uomini del duca di Borgogna vicino a Compiègne, a nord di Parigi. Giovanna, quindi, non era invincibile né invulnerabile; pertanto, non era un’inviata di Dio e le sue gesta non erano state miracoli divini. Che cos’erano, allora? Per gli inglesi e i borgognoni loro alleati era chiaro: opere del diavolo, di un’eretica che andava contro i comandamenti della Chiesa ortodossa e che doveva essere processata e condannata. La motivazione di queste accuse, tuttavia, era puramente politica: condannando Giovanna come eretica, gli inglesi intendevano dimostrare che l’incoronazione di Carlo VII era stata opera di un’indemoniata. Per questo non si fermarono fino a quando i borgognoni non consegnarono loro la prigioniera in cambio di un ingente riscatto, e subito dopo decisero di sottoporla a un processo
Nelle mani dell’Inquisizione
Alla fine del 1430 gli inglesi trasferirono la prigioniera a Rouen, capitale della Normandia, città in cui risiedevano e che amministravano direttamente il giovane Enrico VI e il duca di Bedford, reggente di Francia. A capo del processo misero un uomo di loro fiducia, Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais: era stato servitore del duca di Borgogna e membro del consiglio del re d’Inghilterra. Oltre a lui fu nominato un inquisitore, il domenicano Jean Le Maître, che tuttavia cercò di sottrarsi all’incarico.
Dopo un’inchiesta nel villaggio natale di Giovanna per raccogliere “prove” della sua eresia, il 3 gennaio 1431 vennero formulate le accuse contro la Pulzella. Tra queste: aver violato la legge divina per essersi vestita con abiti maschili e aver portato armi, aver ingannato il «popolo semplice» avendo fatto credere di essere inviata da Dio, aver creduto in superstizioni e «falsi dogmi», e, infine, aver commesso «offesa divina», cioè eresia. Qualche giorno dopo, all’apertura del processo Cauchon dichiarò che era sospettata di aver operato fatture e aver invocato i demoni, aggiungendo così l’accusa di stregoneria.
Uno dei capi d’accusa contro Giovanna riguardava il suo abbigliamento maschile
Il 21 febbraio Giovanna comparve per la prima volta davanti al tribunale. Oltre a Cauchon erano presenti diversi giudici a latere, in gran parte chierici, prelati, teologi e avvocati: durante i tre mesi del processo vero e proprio Giovanna si trovò a dover affrontare un centinaio di testimoni dell’accusa. Dovette difendersi da sola, poiché non le era stato concesso un avvocato. Indubbiamente, i sacerdoti miravano a intimorire la giovane e indurla a confessare, stabilire la sua colpevolezza e ottenere una rapida condanna. «Rivolgevano alla povera Giovanna domande molto difficili, sottili e ingannevoli – narra un contemporaneo –, tanto che, a quanto dicono, molti chierici e letterati lì presenti avrebbero avuto difficoltà a rispondere».
La giovane, però, seppe difendersi. Le sue riposte taglienti spesso mettevano in difficoltà i giudici e suscitavano l’ammirazione del pubblico. Rispondeva con molta cautela, taceva quando era il caso ed evitava i tranelli dialettici. Una volta le chiesero se fosse sicura di essere in grazia di Dio: se avesse risposto di no, avrebbe ammesso di essere una bugiarda, e se avesse risposto di sì avrebbe affermato di essere al di fuori del giudizio della Chiesa, perciò Giovanna, come riporta Teresa Cremisi nel libro Atti del processo di Giovanna d’Arco, rispose: «Se non lo sono [nella grazia], che Dio mi ci metta; se lo sono, che Dio mi ci mantenga».
La confessione che non arriva
Trascorsa qualche settimana, Cauchon cambiò tattica. Invece di moltiplicare le imputazioni, accantonò l’accusa di stregoneria e si concentrò su pochi fatti che permettessero di condannare Giovanna per eresia. All’inizio di aprile fu approvata una lista di dodici capi d’accusa che fu poi sottoposta all’esame delle facoltà di teologia e diritto canonico dell’università di Parigi.
Mentre attendeva la risposta di Parigi, Cauchon cercò di convincere Giovanna a riconoscere i propri errori e a fare penitenza. Dapprima provò con la dolcezza, proponendole di essere istruita da alcuni teologi che le avrebbero mostrato i suoi errori. Poi passò alla comminazione autoritaria, mediante una sessione solenne nella quale le fu ordinato di sottomettersi all’autorità della Chiesa. Infine, il 9 maggio, fu minacciata di tortura e condotta davanti al boia e ai suoi strumenti. Ogni tentativo fu vano.

Le risposte dei dottori di Parigi furono conformi a quanto si sperava. Per alcuni di loro, Giovanna era o una bugiarda o un’invocatrice di spiriti maligni e, in quest’ultimo caso, le figure che le erano apparse non erano quelle dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita, come sosteneva lei, bensì quelle dei demoni Belial, Satana e Behemoth. L’uso di abiti maschili la rendeva sospetta di idolatria e paganesimo. Secondo altri professori, Giovanna era, semplicemente, un’eretica, e se non si fosse pentita avrebbe dovuto essere punita come tale.
Vittima propiziatoria
Il 23 maggio le opinioni delle facoltà vennero lette all’accusata, alla quale si rivolse un’«esortazione caritatevole» a ritrattare. Di fronte al suo rifiuto, il mattino seguente Giovanna fu condotta poco fuori Rouen e posta davanti al rogo. Mentre Cauchon pronunciava la sentenza, Giovanna dichiarò in extremis di volersi consegnare all’autorità della Chiesa e accettò di firmare una ritrattazione. Fu quindi condannata all’ergastolo, condanna che poteva essere ridotta per buona condotta. Trasportata di nuovo in carcere, Giovanna acconsentì a vestire con abiti femminili.
Tuttavia, quando, quattro giorni dopo, i giudici la visitarono, la trovarono di nuovo in panni maschili. Inoltre, quando le chiesero se ancora credesse «nelle illusioni delle sue presunte rivelazioni», Giovanna disse che la notte stessa del ritorno in carcere aveva di nuovo udito le voci che le avevano rimproverato il suo “tradimento”. La “ricaduta” implicava una condanna certa, esattamente ciò che i suoi accusatori cercavano dall’inizio del processo. Uscendo dal carcere, Cauchon mostrò la propria soddisfazione avvicinando un gruppo di inglesi ai quali, tra le risa, disse: «Farewell, farewell, state allegri, è fatta». La mattina del 30 maggio, con una cerimonia pubblica celebrata nella piazza del Vieux-Marché di Rouen, Giovanna fu condannata come «heretica relapsa» (recidiva) e subito condotta al rogo, dove arse viva pronunciando ripetutamente, fino all’ultimo respiro, il nome di Gesù.
Di Julien Théry – fonte: https://www.storicang.it/a/giovanna-darco-il-processo-alla-pulzella-dorleans_16179