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Ginetta (Luigia) Varisco

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Concorezzo (MB) 1902 – Milano 1978
Ginetta Varisco (era questo il nome con cui tutti la conoscevano) nasce a Concorezzo (MB), in via del Borgo, oggi chiamata via Libertà, il 2 maggio del 1902 da Federico Varisco (1864-1948) e Maria Antonia Sprefico.
Il padre possedeva a Concorezzo una fabbrica di serramenti in legno, ma aveva sempre mostrato un particolare interesse per l’arte. Amico di pittori, scrittori e artisti, industriale eccentrico, era un socialista riformista e, tra il 1911 e il 1920, due volte sindaco del suo paese dove aveva costruito l’acquedotto e partecipato alla costituzione della Casa del Popolo.
«Era un personaggio imponente – racconta Giancarlo De Carlo in Nelle città del mondo (Marsilio, 1995) – di poche parole e di grande statura e gli bastava un sospiro o un brontolio o uno scuotimento della barba fluente, per mettere tutti in agitazione».
Pare sia stato lui il promotore di Bocca di Magra (in provincia di La Spezia) come amena località di vacanza fin dagli anni ’20. Personaggio leggendario, è forse lui quel «signore di Milano» a cui accenna Vittorio Sereni, altro affezionato frequentatore di Bocca di Magra, riferendo una favola locale:
«una specie di patriarca, che si portava la famiglia fin dagli anni Venti, arrivandovi in carrozza da Sarzana attraverso i campi, per una stradina appena transitabile» (Un posto di vacanza e altre poesie, All’insegna del pesce d’oro, 1973).
Sulla famiglia Varisco, il nipote di Ginetta, Mario Monti scrittore e direttore di Longanesi, ricavò un romanzo, Un gran bel mondo (Bompiani, 1995) ritraendolo nel protagonista Federico Ventura.
Lo stesso si diceva di sua figlia Ginetta che «aveva ereditato – testimonia ancora Giancarlo De Carlo – il fascino di suo padre e in più aveva di certo quello della propria intensa femminilità, ben camuffata da piglio sbrigativo, voce di timbro basso e piuttosto roca, occhi molto chiari che potevano parere duri finché non si scioglievano in un sorriso tenero e prezioso».
Elio Vittorini aveva pensato a loro due quando aveva descritto Nonno-Elefante e sua figlia nel romanzo Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (Bompiani, 1947).
Ginetta frequentò dunque, fin da giovanissima, gli ambienti culturali milanesi ma, per quanto riguarda gli studi, preferì proseguire da autodidatta, in completa autonomia. Un aneddoto ricorda che, di fronte alla possibilità di continuare a studiare, rispose a suo padre: «Ma io sono intelligente!».
Sarà proprio nei salotti milanesi che Ginetta incontrerà Cesare Vico Lodovici, il commediografo di Carrara che sposerà in quella stessa città il 22 febbraio del 1928. I due trascorrevano le estati a Bocca di Magra e con loro era presente una fitta schiera di scrittori e poeti: Eugenio Montale che da Monterosso, nei primi anni ’20, amava recarsi con Lodovici a visitare le cave di Carrara e le spiagge che dalla Versilia arrivano fino alla foce del fiume Magra; il critico e scrittore Sergio Solmi che li raggiungeva da Milano; Giuseppe Lanza, un altro commediografo che dalla Sicilia si era trasferito a Milano per lavoro, e Giansiro Ferrata, critico letterario e scrittore, già condirettore della rivista fiorentina «Solaria».
Il matrimonio con Lodovici fu però, fin da subito, burrascoso e già nel 1932 Ginetta ne attendeva l’annullamento quando, proprio a Bocca di Magra, incontrò un altro frequentatore di quei luoghi: Elio Vittorini.
Fu Ferrata a farli incontrare ma, all’epoca, Vittorini era già sposato con Rosetta Quasimodo (la sorella del poeta Salvatore) e in attesa del secondo figlio. Ottenuto l’annullamento del matrimonio con Lodovici, nel 1937, Ginetta sposò in seconde nozze Giansiro Ferrata:
«Giansiro era una persona affabile e allegra – scrive Demetrio Vittorini (Un padre e un figlio, Baldini&Castoldi, 2002) – Era molto innamorato di Ginetta ed era entusiasta di Elio. In fondo, inconsapevolmente, fu lui a fare da Pandaro tra di loro. Li lodava troppo l’una all’altra».
Durante la sua lunga carriera di letterato, Ferrata scrisse un solo romanzo, Luisa, pubblicato nel 1933 per le edizioni di «Solaria» poi velocemente liquidato e dimenticato. Quando il libro uscì, solo Vittorini gli dedicò una recensione, lo definì un libro dalla «singolare bellezza fisica» in cui – continua – «non si fa che ascoltare, come in fondo a un pozzo, il rumore delle carrucole che nell’interno dei personaggi fanno continuamente andare e venire, pur senza lasciarle vedere, le cose» («Il Bargello», 7 gennaio 1934).
Non è da escludere che dietro quel nome, Luisa, si nascondesse Ginetta Varisco, registrata all’anagrafe con il nome “Luigia”.
Il legame tra Ginetta e Vittorini si consolidò nel periodo della guerra e della prigionia dello scrittore, antifascista, a Milano; Ginetta gli farà visita a San Vittore e i due saranno insieme anche nella lotta clandestina, trasportando in bicicletta la stampa contro il regime. In seguito Vittorini trovò rifugio, insieme con il fratello di Ginetta, Battista, nella villa al Sacro Monte di Varese appartenente alla famiglia Varisco; fu accolto dal padre Federico che aveva le sue stesse idee liberali.
Nel 1954 Elio e Ginetta andarono ad abitare insieme nella casa dei Varisco, a Milano, in viale Gorizia n. 22 dove ancora oggi una targa ricorda la permanenza dello scrittore di Siracusa in quella abitazione.
Negli anni del dopoguerra, Ginetta iniziò a dedicarsi alla traduzione letteraria, soprattutto dal francese. Fu forse l’amicizia con Marguerite Duras, Dyonis Mascolo e Robert Antelme a favorire l’inizio di questa attività. Vittorini li aveva incontrati a Parigi, nella primavera del 1946, tramite Jean-Paul Sartre e durante quella stessa estate il singolare terzetto francese era approdato in barca a Bocca di Magra per trascorrervi le vacanze in compagnia della coppia Vittorini-Varisco.
Nel 1948 uscì quindi la prima traduzione dal francese di Ginetta: il racconto lungo dello scrittore Vercors (pseudonimo di Jean Bruller), Le armi della notte, pubblicato quell’anno da Einaudi insieme con Natalia Ginzburg, traduttrice del più famoso Il silenzio del mare, dello stesso scrittore.
Dopo la morte di Vittorini, avvenuta a Milano il 12 febbraio del 1966 in seguito a una lunga malattia, Ginetta si occupò di riordinare e far pubblicare il suo ultimo romanzo, Le città del mondo, che uscì incompiuto nel 1969 per Bompiani mentre, nello stesso anno, pubblicò una nuova traduzione del romanzo di Robert Antelme, La specie umana, che uscì nei «Supercoralli» Einaudi.
Da questo momento in poi la donna si firmerà sempre “Ginetta Vittorini”: i due si erano infatti sposati, il giorno prima della morte dello scrittore, l’11 febbraio 1966.
L’attività letteraria della donna fu, da questo momento, particolarmente intensa: nel 1969, sempre per Einaudi, pubblicò la sua traduzione di Distruggere, ella disse, di Marguerite Duras (Einaudi, 1969); poi con Adriano Spatola lavorò alla traduzione di due racconti di Violette Leduc, Teresa e Isabella e La donna col renard che Feltrinelli pubblicò a Milano in quello stesso anno.
Sempre nel 1969 uscì per Longanesi la sua traduzione del Boccaccio di Julien Luchaire con prefazione di Giuseppe Prezzolini (Longanesi, 1969) mentre l’anno successivo pubblicò le traduzioni del romanzo di Francis Ryck, L’aria impazzita (Longanesi, 1970) e quella del giallo di Marcel Kalil, Il pittore maledetto (Longanesi, 1970).
Nel 1971 fu la volta di Jules Verne con la traduzione di I figli del capitano Grant (Longanesi, 1971), poi di Le tre età della notte: storie di stregoneria di Françoise Mallet-Joris (Longanesi, 1972).
Infine, nel 1973, Ginetta tornò a tradurre per Einaudi i testi di Marguerite Duras con la pubblicazione di L’amante inglese (Einaudi, 1973) quindi dei due volumi che compongono Il suono dei nostri passi di Clara Malraux (Longanesi, 1973) e Quattro uomini, quattro rivoluzioni di Jean Lacouture tradotto e pubblicato sempre da Longanesi.
Ginetta è scomparsa a Milano il 27 aprile 1978 e ora riposa con Vittorini nel cimitero di Concorezzo.
Di Monica Schettino – fonte: https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ginetta-luigia-varisco/