Washington punta all’isolamento totale della Repubblica islamica. Nel mirino banche, imprese, aeroporti e governi stranieri. Tramontano i negoziati, mentre lo scontro sullo Stretto di Hormuz rischia di coinvolgere l’intera economia mondiale
Donald Trump apre una nuova e pericolosa fase della guerra contro l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato quella che ha definito «la più schiacciante operazione economica mai intrapresa contro qualsiasi Paese», promettendo un isolamento di Teheran su una scala senza precedenti.
Non si tratta soltanto di un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Repubblica islamica. Trump ha minacciato «conseguenze economiche tremende» anche per qualsiasi Stato che permetta alle proprie banche, imprese, aeroporti o amministrazioni pubbliche di offrire sostegno all’Iran.
La Casa Bianca punta quindi a imporre una scelta netta al resto del mondo: interrompere ogni rapporto economico con Teheran oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense.
Una guerra senza soluzione dopo quasi sei mesi
La decisione arriva mentre il conflitto si avvicina al sesto mese senza che si intraveda una soluzione diplomatica o militare.
Dopo gli attacchi condotti il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, Teheran ha reagito colpendo Paesi vicini alleati di Washington e bloccando lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas.
Gli Stati Uniti hanno risposto imponendo un blocco ai porti iraniani. Nonostante una recente diminuzione dell’intensità degli scontri, le tensioni rimangono elevatissime e il rischio di un nuovo allargamento regionale non è stato superato.
Le operazioni militari americane non sono riuscite a determinare la resa iraniana né a provocare un cambiamento decisivo negli equilibri del conflitto. Washington tenta adesso di raggiungere attraverso l’asfissia economica ciò che non è riuscita a ottenere sul campo.
Nel mirino anche gli Stati che commerciano con Teheran
L’annuncio di Trump introduce il principio delle sanzioni secondarie su una scala particolarmente ampia. Non saranno colpite soltanto le istituzioni iraniane, ma anche i soggetti stranieri che continueranno a intrattenere rapporti con esse.
Il presidente americano non ha ancora precisato quali provvedimenti saranno adottati né ha indicato esplicitamente i Paesi interessati. La minaccia potrebbe però riguardare banche, compagnie aeree, società di navigazione, operatori petroliferi, aeroporti, autorità portuali e amministrazioni pubbliche.
Le misure potrebbero provocare nuove tensioni con Cina, Russia e con tutti gli Stati che mantengono rapporti commerciali o finanziari con l’Iran. Anche alcune economie del Golfo, dell’Asia centrale e del Medio Oriente rischiano di essere messe davanti a una scelta difficile.
Questa strategia trasforma lo scontro bilaterale in una guerra economica globale, nella quale Washington pretende di stabilire con chi gli altri Paesi possano commerciare.
Gli Emirati interrompono gli scambi con l’Iran
Il primo segnale concreto dell’isolamento iraniano arriva dagli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha annunciato la sospensione, fino a nuovo ordine, degli scambi commerciali e delle transazioni finanziarie con Teheran.
La decisione è stata presa dopo il lancio di due missili balistici, caduti in mare e che, secondo le autorità emiratine, sarebbero stati diretti contro il traffico marittimo. L’Iran ha negato ogni responsabilità, respingendo «categoricamente» le accuse.
La rottura tra i due Paesi assume un’importanza particolare. Gli Emirati erano uno dei principali partner commerciali dell’Iran e rappresentavano un canale fondamentale per le importazioni, le esportazioni e le operazioni finanziarie iraniane sottoposte alle sanzioni statunitensi.
La sospensione degli scambi priva pertanto Teheran di uno dei suoi più importanti collegamenti con i mercati internazionali.
Teheran minaccia i Paesi del Golfo
L’Iran ha risposto avvertendo i governi della regione. Il generale Ali Abdollahi, capo delle Forze armate iraniane, ha dichiarato che qualsiasi assistenza fornita all’esercito statunitense sarà considerata una partecipazione diretta alle operazioni militari americane.
Il messaggio riguarda soprattutto gli Stati del Golfo che ospitano basi, mezzi o personale degli Stati Uniti. Qatar, Bahrain, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati rappresentano elementi essenziali della presenza militare americana nella regione.
La minaccia iraniana aumenta il rischio che basi, aeroporti e infrastrutture militari possano diventare obiettivi di rappresaglie. Il pericolo potrebbe estendersi anche alle installazioni americane presenti nel Mediterraneo orientale e nell’Europa meridionale.
Nessun dialogo tra Washington e Teheran
Trump ha confermato che non sono in corso colloqui con la Repubblica islamica e che non ne sono previsti. Secondo fonti americane, il presidente avrebbe ordinato ai propri collaboratori di non riprendere il confronto finché Teheran non si avvicinerà alle condizioni poste dagli Stati Uniti.
Anche il protocollo d’intesa sottoscritto a giugno sembra definitivamente fallito. L’accordo prevedeva una tregua di sessanta giorni per favorire la ricerca di una soluzione duratura, ma è stato travolto dalla ripresa delle ostilità nel mese di luglio.
Il principale negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito che lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto fino a quando Washington non rispetterà gli impegni assunti.
Le posizioni restano quindi lontanissime: gli Stati Uniti chiedono la fine del programma nucleare militare e la libertà di navigazione; l’Iran pretende la cessazione degli attacchi, la revoca delle sanzioni e il rispetto degli accordi precedenti.
Hormuz, il cuore economico della crisi
Il vero centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Attraverso questo passaggio marittimo transita una parte decisiva delle forniture mondiali di petrolio e gas.
Iran e Oman stanno discutendo da settimane della futura gestione della rotta. Teheran vorrebbe imporre tariffe alle navi in transito per i servizi di sicurezza e navigazione offerti. Gli Stati Uniti e diversi Paesi della regione si oppongono fermamente, sostenendo che il passaggio debba rimanere libero e aperto.
Le forze iraniane continuano intanto a fermare o attaccare le imbarcazioni che attraversano lo Stretto senza autorizzazione. Qualsiasi nuova escalation potrebbe determinare un aumento del prezzo del petrolio, dei carburanti, dei trasporti e dell’energia.
Le conseguenze per l’Italia e l’Europa
La guerra economica annunciata da Trump avrà conseguenze anche per l’Europa. Le imprese potrebbero essere costrette a interrompere ogni rapporto con l’Iran per evitare ritorsioni statunitensi, anche in assenza di una decisione comune dell’Unione europea.
Per l’Italia i rischi riguardano soprattutto:
l’aumento dei prezzi di petrolio, gas e carburanti;
il rincaro dei trasporti marittimi e delle assicurazioni;
le difficoltà per le imprese che operano in Medio Oriente;
possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento;
la sicurezza delle basi americane di Sigonella e Aviano;
nuove pressioni inflazionistiche su famiglie e aziende.
Il governo italiano dovrà chiarire se intenda aderire integralmente alla strategia americana e quale posizione assumerà qualora Washington chiedesse di utilizzare le basi presenti sul territorio nazionale per nuove operazioni contro l’Iran.
Una scommessa ad altissimo rischio
Trump punta a spezzare la resistenza iraniana attraverso l’isolamento economico. Ma una strategia di massima pressione potrebbe produrre l’effetto opposto: rafforzare le componenti più radicali del regime, spingere Teheran verso Cina e Russia e allargare il conflitto agli Stati che ospitano le forze americane.
Le sanzioni colpiranno inevitabilmente anche la popolazione iraniana, già provata dalla guerra, dall’inflazione e dalla difficoltà di accedere a beni essenziali. Contemporaneamente, il blocco di Hormuz potrebbe trasferire i costi dello scontro sull’intera economia mondiale.
La “guerra economica” annunciata dalla Casa Bianca non rappresenta dunque un’alternativa pacifica alle armi. È una nuova fase del conflitto, combattuta attraverso banche, porti, petrolio e commerci internazionali. Una fase capace di produrre conseguenze profonde ben oltre i confini dell’Iran e degli Stati Uniti.