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Una città in pugno o le mani sulla città?

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Di Antonino Gulisano

Una città in pugno, di Antonio Fisichella, è l’ultimo libro che ho letto. Nel volume è concentrato il racconto di un potere assoluto nella realtà di Catania, seconda città metropolitana della Sicilia, una delle più grandi del Mezzogiorno d’Italia, definita negli anni sessanta “la Milano del Sud”.

La lucida, meticolosa ricostruzione di Fisichella descrive “uno dei casi più emblematici e clamorosi – come si legge nella prefazione di Isaia sales – di pacifica e fruttuosa convivenza tra un esponente di primo piano del potere mediatico in Italia e i clan della mafia” e tutto ciò senza creare imbarazzi e reazioni di sorta di carattere morale nella città. Il riferimento è a Mario Ciancio Sanfilippo, potente editore e direttore del quotidiano “La Sicilia”, capozona nella Sicilia Orientale, proprietario di TV e agenzie di pubblicità, oltre che di rendite agricole in Italia.

Chi è Mario Ciancio Sanfilippo? È stato (ed è) il più emblematico e duraturo uomo di potere che ha influenzato e condizionato la storia di Catania, che per più di 50 anni ha intessuto “relazioni pericolose” senza essere scalfito (fino a pochissimo tempo fa) da nessuna indagine giudiziaria. Egli rappresenta parte di quel potere tripolare della città, composta da politica, imprenditoria, editoria e mafia. Un potere che ha dominato la città di Catania in tutta la fase di grande trasformazione del “miracolo economico” con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni.

In assenza di un progetto di governo reale di quella trasformazione, a Catania si incarna un modello di sviluppo intorno al circuito: rendita – speculazione, edilizia – cemento, spesa pubblica – politica. Su questo circuito si stagliano, come su un ponte di comando, i soggetti-attori: l’autorità politica, l’imprenditoria edilizia dei famosi cavalieri del lavoro, i cosiddetti “ quattro cavalieri dell’Apocalisse”, il potere assolutorio della Magistratura, il potere mediatico dell’informazione e la mafia. Nessuno ha in mano un potere unico e assoluto, ma ciascuno di questi poteri partecipa ad un intreccio con tutti gli altri, li riunisce in sé e se ne nutre.

Mario Ciancio Sanfilippo è un Re Mida per il fiuto degli affari o il baricentro di un blocco di potere fondato sulla rendita parassitaria, la speculazione edilizia, l’infinito ciclo del cemento aperto alla partecipazione della mafia. Caso unico e significativo è il caso dei Mega centri Commerciali dell’area di Catania in Italia con un reddito pro capite tra i più bassi d’Europa.

Alla fine di questa lettura ho chiari due concetti: la mafia non si combatte con le fiaccolate o con le marce, ma con un processo scientifico di contrasto, con cultura e strumenti alternativi, così come la mafia è un sistema di potere scientifico.

Volendo mutuare la filosofia di Hegel, che nella sua “Fenomelogia dello spirito” pone il problema del riconoscimento dell’Io come autocoscienza, la lotta a morte si accende proprio quando ciascun uomo o ciascun Io pretende di essere riconosciuto, senza però voler riconoscere a sua volta l’altro. Il desiderio di riconoscimento porta con sé l’eventualità del conflitto: gli esseri umani possono rifiutarsi di riconoscere l’altro, possono cioè restare indifferenti alla pressante richiesta di riconoscimento da parte altrui.  «Io sono qui, tu sei lì».  È allora che metto seriamente a rischio la mia vita, pur di essere riconosciuto: «o mi   riconosci   o   ti   uccido»; oppure, «affinché   sorga   in   te   il   desiderio   di riconoscimento (quello stesso desiderio che nutro io nel mio intimo) sono disposto a mettere in pericolo la mia e la tua vita».

La mafia ha questa sua condizione di riconoscimento nel conflitto. La sua autocoscienza si pone in antitesi, facendosi perfino “antimafia” per affermare la propria esigenza di riconoscimento e poi ritrovare la sintesi divenendo autocoscienza, ancora come mafia, ad un livello superiore, quale sistema scientifico. È questo il “teorema Montante”, come la punta di un iceberg.

Ultima considerazione: John Rawls  e Amartya Sen, nei loro studi sulla Teoria della Giustizia, seppure su due piani diversi, si ritrovano d’accordo nel sostenere che non sempre la Legalità converge con la Giustizia.


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