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Un patto sul valore del lavoro

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Le redistribuzioni verso il basso costituiscono una piccola parte del complesso rapporto fra capitale e lavoro. In realtà la principale redistribuzione avviene nella direzione opposta: dai consumatori, dai lavoratori, dalle piccole e medie imprese e piccoli investitori verso l’alto come i top manager, i gestori dei portafogli e i maggiori detentori di capitali fissi, la finanza e i trader di borsa

di Antonino Gulisano

La questione del patto sociale sul lavoro è divenuta un amletico dilemma tra lavoro precario o lavoro stabile, con allo sfondo l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Da un’analisi sulla crisi economica e lavorativa che ha investito la società Europea e mondiale a causa della pandemia da Covid 19 e della attuale guerra in Europa tra Russia e Ucraina, il patto sociale sul lavoro è divenuto una riforma urgente.

In Italia il problema è ancora più forte se sullo sfondo si rivede l’abrogazione di uno strumento giuridico come lo Statuto dei Lavoratori, la legge n. 300 approvata nel lontano 20 maggio 1970 dal Parlamento Italiano. Una legge presentata e voluta fermamente dal Ministro socialista Brodolini e dal prof. Gino Giugni.

Per il mondo del lavoro e dei lavoratori 52 anni fa lo Statuto dei lavoratori rappresentò una pietra miliare per i diritti dei lavoratori e dell’intero mondo del lavoro. Dopo questi lunghi anni il sistema economico mondiale e la trasformazione del capitalismo sempre più liberista e finanziarizzato hanno fatto perdere potere e forza contrattuale al lavoro, trattato come merce e non come valore di capacità umana.

I sindacati non rappresentano più i lavoratori perché è cambiato il lavoro.  J. Rifikin nel suo libro: “La fine del Lavoro” diceva che si è trasformato il vecchio lavoro della catena di montaggio nel nuovo lavoro che definisco della “fine del lavoro”, sostituito dalla nuova tecnologia digitale e informatica.

Volendo analizzare i dati del tasso di disoccupazione in Italia della fine Aprile 2022 l’Istat ci informa che il tasso di disoccupazione scende all’8,5% nel complesso (-0,1 punti) e del 24,2% tra i giovani (-0,6 punti). Bisogna fare però una distinzione per fasce d’età: i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 353.000 a Febbraio 2022, ovvero 10.000 in meno (- 2,7%) rispetto a Gennaio 2022. Rilevazione 1 aprile 2022.

  1. Popper in una conversazione su tecnologia e etica diceva: La tecnologia non rende l’uomo povero, ma è l’etica che si applica.

La quarta rivoluzione industriale è un processo in cui le macchine non si limitano a rimpiazzare gli operai nella fabbrica novecentesca, ma ormai concorrono con gli umani nella esecuzione di mansioni sempre più complesse e diversificate.

Il vero problema è che in un sistema guidato dalle sole forze del mercato lo spostamento in avanti della frontiera scientifica e tecnologica si tramuta pressoché esclusivamente in profitti e rendite.

Questo dibattito nasconde una realtà, il ruolo imprescindibile del Governo dell’economia nel concepire, organizzare e controllare il mercato. Il Governo non esaurisce mai il suo ruolo perché i cambiamenti del mercato sono continui per innovazioni e progressi tecnologici, i quali impongono l’adozione di nuove scelte.

Le più recenti indagini sociologiche evidenziano come è cambiata la visione dei lavoratori sul valore del lavoro; essi pongono la questione di un nuovo equilibrio tra vita professionale e vita privata, cioè si pongono il problema della qualità della vita.

Alla fine degli anni novanta l’Europa fu attraversata da una “idea maltusiana” secondo la quale “andiamo verso una scarsità del lavoro”.

L’ economia moderna si sposta sempre più verso le idee, allontanandosi dai prodotti manuali e tangibili, queste regole sono diventate ancora più oscure.  Gli unici fenomeni che si evidenziano sono le redistribuzioni esplicite del Governo dai ricchi ai poveri attraverso le tasse e i trasferimenti. Ma questa è una piccola cosa di pari passo con la divaricazione dei redditi. Queste redistribuzioni verso il basso costituiscono una piccola parte del quadro complesso del rapporto. In realtà la principale redistribuzione è avvenuta e avviene nella direzione opposta: dai consumatori, dai lavoratori, dalle piccole e medie imprese e piccoli investitori verso l’alto come i top manager, i gestori dei portafogli e i maggiori detentori di capitali fissi, la finanza e i trader di borsa.

Ma esistono anche rimedi più avanzati, ispirati dalle intuizioni di John Maynard Keynes. Ogni innovazione che accresca la produttività dovrebbe essere accompagnata da una espressa politica di redistribuzione dei frutti del progresso tecnico. Il reinserimento nel processo produttivo dei lavoratori sostituiti dalle automazioni non avverrebbe grazie a improbabili meccanismi di mercato, ma attraverso un piano, fondato su due pilastri: la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario e soprattutto il finanziamento pubblico di quelle attività che il meccanismo capitalistico lasciato a sé stesso non è in grado di sviluppare, dalla ricerca scientifica di base, alla creazione di infrastrutture materiali e immateriali, alla cura della persona e del territorio. Il confronto nella economia e società contemporanea avviene tra il reddito e la redistribuzione della ricchezza prodotta. Pongo un quesito: la ricchezza prodotta dalle lavorazioni “robotizzate” a chi appartiene come plus valore? Al sistema industriale, fatto da azionisti e non da singolo imprenditore o alla collettività? Sostengo che la plus valenza appartiene alla collettività come redistribuzione della ricchezza prodotta.

In conclusione credo che in linea con alcuni paesi europei, come la Francia e la Spagna, in Italia deve essere approvata una Legge sul valore del Lavoro, che introduca due pilastri fondamentali.

Primo, la riforma del Lavoro con la trasformazione di tutti i contratti a tempo indeterminato, per dare una prospettiva di futuro e di certezza alle nuove generazioni.

Secondo, superare il sistema della politica del sussidio, come concezione del Reddito di cittadinanza, con il principio strutturale della politica attiva del Lavoro e della formazione professionale.

Terzo, introdurre il salario minimo del lavoro e introdurre il sistema delle 36 ore settimanali a parità di salario.

Il punto è che al posto di un astratto “libero mercato” c’è una concretissima economia politica sulle regole del gioco.

La questione, quindi, va affrontata con una nuova ottica di modernizzazione del valore del lavoro, senza attardarsi ad una visione conservatrice del lavoro senza valore.

Il problema non sono il potere o l’influenza in sé e per sé di chi comanda, ma piuttosto la relativa mancanza di potere e influenza dall’altra parte. Non ci sono più i contrappesi significativi, cioè forze capaci di controllare e riequilibrare il crescente peso politico della finanza e dei super ricchi. Il ceto medio e i poveri hanno pochissima capacità di agire di propria volontà. La maggioranza dei lavoratori ritiene che il sindacato è ininfluente, pensa che conti poco. Sia nell’industria, sia negli altri settori. «Il vero problema, non solo per le organizzazioni sindacali ma anche per la società, è l’indifferenza».