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Per governare l’IA serve la partnership tra Stato e mercato

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di Amedeo Lepore

La quarta rivoluzione industriale in corso si differenzia dalle precedenti per un radicale cambio di paradigma, che costituisce una rottura di continuità nell’evoluzione delle tecnologie. L’applicazione dell’intelligenza artificiale (IA) ai processi produttivi è un salto verso un futuro imperscrutabile, aperto dal ribaltamento del nesso tra l’uomo e le macchine in un ambito in cui l’innovazione sembra congiungersi alla fantascienza.

Questo tema è stato affrontato diffusamente in numerosi interventi sui periodici internazionali. Il papa, decidendo di partecipare al prossimo G7 sulla materia, ha confermato l’attenzione all’esigenza di una cornice di valori per l’impiego delle nuove tecnologie, assicurando un domani di pace e prosperità al genere umano.

A questo proposito, sono apparsi su Project Syndicate due contributi particolarmente interessanti di Daron Acemoglu, sulla scia del volume scritto con Simon Johnson dal titolo Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità. Nel primo articolo, l’economista del Massachusetts Institute of Technology ha ripercorso la storia della “distruzione creatrice” per verificarne gli esiti alla luce degli svolgimenti correnti della IA. La teoria che collega la scomposizione di un complesso di rapporti produttivi alla formazione di un nuovo assetto industriale ha i suoi principali riferimenti in Karl Marx, Werner Sombart e Joseph Schumpeter. E se Sombart ha evidenziato come dalla distruzione sorga “un nuovo spirito di creazione”, Schumpeter ha portato alle estreme conseguenze la relazione tra il fenomeno inarrestabile delle innovazioni e la capacità di perenne sostituzione delle tecnologie predominanti. In questo modo, si sono poste le basi per le dottrine della crescita economica, del ciclo del prodotto e del commercio internazionale, facendo compiere all’analisi del capitalismo un sostanziale passo in avanti.

Tra la fine del Novecento e la fase attuale, vi sono stati notevoli sviluppi di questa linea di pensiero. Come nel caso di Clayton Christensen, che, sostenendo l’idea di una “innovazione dirompente”, ha mostrato la rilevanza dei modelli di impresa provenienti da aziende di nuova formazione e nicchie di mercato. E come nel caso della Silicon Valley, dove la strategia della “disruption” è stata fatta propria dagli imprenditori tecnologici, trasformando il processo di distruzione della struttura produttiva precedente da “costo apparente” in “beneficio evidente”.

Uno di questi innovatori, Marc Andreessen, ha affermato che “la crescita della produttività, alimentata dalla tecnologia, è il principale motore della crescita economica”. Acemoglu, a sua volta, ha indicato tre principi che dovrebbero guidare la svolta dell’intelligenza artificiale: il sostegno a chi subisce un impatto negativo dal mutamento tecnologico; l’impulso non a una destrutturazione spinta foriera di disoccupazione, ma a un’automazione socialmente vantaggiosa in virtù dell’intervento pubblico; la cura delle istituzioni sociali, democratiche e civiche di fronte alla prossima ondata di innovazioni dirompenti.

Nel secondo articolo, Acemoglu, insieme a Simon Johnson, ha provato a individuare in alcuni snodi della storia dell’economia risposte agli interrogativi che si pongono sulla paventata minaccia di una perdita di posti di lavoro a causa dell’irruzione sulla scena della IA. David Ricardo nel 1817 aveva espresso la convinzione secondo cui le macchine, che avevano trasformato la filatura del cotone, non riducevano la domanda di manodopera. Tuttavia, quattro anni dopo, cogliendo le difficoltà insorte per i tessitori a mano con l’introduzione dei telai a vapore, cambiò parere, manifestando forte preoccupazione per il destino del lavoro industriale. Acemoglu e Johnson, riconducendo questa ricostruzione storica all’impiego dell’intelligenza artificiale, hanno messo in rilievo la distinzione tra l’enorme potenziale di sviluppo delle nuove tecnologie e l’uso che ne fanno le grandi aziende, privilegiando la sostituzione pura e semplice dei lavoratori all’aumento della loro produttività. Eppure, le conclusioni dei due autori confortano la tesi di un futuro diverso, che dipende da chi e come utilizzerà i progressi della IA, grazie anche all’adozione di nuove normative e istituzioni.

Philippe Aghion, Céline Antonin e Simon Bunel, nel volume Il potere della distruzione creatrice. Innovazione, crescita e futuro del capitalismo, hanno osservato che questo fenomeno, portatore di un livello di benessere impensabile fino a due secoli fa, non va arginato, ma accompagnato, orientandolo verso i traguardi della sostenibilità e della crescita inclusiva. In questo quadro, tuttavia, vanno introdotti almeno due elementi di basilare importanza.

Da un lato, va compreso che il salto tecnologico odierno non ha lo stesso significato dei mutamenti avvenuti in altre epoche storiche, perché viene messa in discussione la singolarità dell’uomo all’interno del processo di innovazione, dando spazio alla relazione autonoma e propulsiva tra le macchine. In questo modo, si determina una discontinuità profonda tra la razionalità dell’illuminismo, un meccanismo produttivo “postumano” e la necessità di costruire una nuova forma di umanesimo digitale.

Dall’altro lato, la visione di Stato e mercato come due insiemi separati non può reggere alla sfida di un nuovo modello dell’economia, in cui individui e tessuto sociale connettivo, imprese e istituzioni siano parte integrante di un unico sistema aperto e di una governance globale. Riprendendo il primo articolo di Acemoglu, solo se i nuovi “yin” e “yang” (Stato e mercato) – secondo l’antico concetto cinese che esprime il rapporto dialettico tra due entità e le loro dinamiche – sono in grado di rappresentare un fattore unitario e complementare di sviluppo, si può cominciare a scorgere un paradigma davvero inedito.

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