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UBER” Il modello del lavoro digitale precario e il valore del lavoro

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di Antonio Gulisano

La Repubblica, dell’edizione di Milano, di ieri pubblica un articolo dal titolo: Uber commissariata per caporalato sui rider, chiusa l’inchiesta: “Condizioni di lavoro degradanti”. Il PM ha chiuso le indagini per caporalato sui rider per le consegne di cibo a domicilio e reati fiscali, con l’accusa sostiene che i riders venivano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti, con un regime di sopraffazione sia per quanto riguarda la retribuzione sia il trattamento di lavoro. Le indagini che, il 29 maggio, avevano portato il Tribunale a disporre, con un provvedimento mai preso prima nei confronti di una piattaforma di delivery, il commissariamento di Uber Italy, filiale del ‘colosso’ americano.

COSA E’ IL TERMINE UBER? Potremmo definirlo come Capitalismo delle piattaforme o La precarietà nel lavoro digitale. Uber incarna il mistero della cosiddetta «app economy». Non produce cellulari, né laptop, non organizza le grandi filiere della logistica collegandole con l’e-commerce come Amazon. Uber è «solo» una piattaforma digitale governata da un algoritmo la cui segretezza è pari alla sua redditività.

«UBERIZZAZIONE» è, infine, il sinonimo di un’economia finanziaria alimentata dalla potente propaganda digitale che ha reso un modello un’azienda che brucia un miliardo di dollari (891 milioni di euro) all’anno e ha margini di profitti ancora misteriosi in futuro. L’OBIETTIVO è sviluppare le attività dai taxi all’affitto degli scooter e bici elettriche, il «taxi volante», l’auto a guida autonoma e la consegna di cibo a domicilio (UberEats). Il tentativo è diventare l’ «Amazon» dei trasporti, senza essere però Amazon, con i servizi cloud, il trasporto con il microlavoro digitale e la produzione di immaginario.

La questione del patto sociale sul lavoro è divenuto un amletico dilemma tra lavoro precario o lavoro stabile. Il clima politico e la crisi della pandemia del Covid 19 che ha investito il globo, si preannuncia

Come un autunno di scontro, anche a seguito delle elezioni americane, non tra sinistra riformista e sinistra radicale, ma tra una visione, populista, sovranista dello sviluppo e una visione democratica partecipata, costituzionale e modernizzatrice con il principio sul valore del lavoro. Alla fine degli anni novanta l’Europa fu attraversata da una “idea maltusiana” secondo la quale “andiamo verso una scarsità del lavoro”. Erano i tempi delle 35 ore settimanali, in Francia delle leggi sulla liberalizzazione degli uffici di collocamento, delle leggi sul lavoro interinale o in affitto.

Nessuno può ignorare che in un Paese aperto ai venti della mondializzazione ed in corso di invecchiamento non può, senza danni, non porsi la questione del valore del lavoro per non perdere competitività.

 La questione del valore del lavoro investe tutto il sistema Paese, chi offre lavoro e chi richiede lavoro.  

Il tema non è “quello di lavorare meglio pochi” occorre “lavorare collettivamente di più”. In questo lavorare collettivamente di più si ha bisogno di garanzie sopra tutto dell’elemento debole cioè di chi richiede lavoro.

Credo che il tema della riforma del Lavoro deve riguardare non la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato, ma che i contratti a tempo determinato abbiano le stesse tutele e garanzie di accesso di quelli a tempo indeterminato.  

La mobilità e la flessibilità che si vanno introducendo devono essere accompagnate dal riconoscimento di un diritto di conoscenza gratuita ed effettiva di tutte le informazioni sul mercato del lavoro, sull’ accesso ai finanziamenti e benefici volti a favorire professionalità e nuove iniziative, sulla scelta dei percorsi formativi individuali anche in costanza di lavoro. La tutela dei tempi di inoccupazione temporanea sia opportunità di formazione retribuita per nuova occupazione. Non con il reddito di cittadinanza, come sussidio senza prospettiva di entrata nel mondo del lavoro.

Bisogna entrare nell’ottica secondo cui scuola e welfare non sono scindibili, nel senso che solo investimenti pubblici adeguati nel settore dell’istruzione possono sostenere la politica del lavoro. Scuola e welfare nell’ambito degli interventi di politica sociale procedono congiuntamente.

La questione, quindi, va affrontata con una nuova ottica di modernizzazione del valore del lavoro, senza attardarsi ad una visione conservatrice del lavoro senza valore. 

Non vi è più un unico modello di lavoro, i vari “lavori” devono però avere una comune base di disciplina e di tutele, sulla quale poi è possibile costruire differenziazioni volte a valorizzare le specificità.

Una delle alterazioni sul valore del lavoro avviene tra capitalismo e democrazia è la dispersione del mondo del lavoro e la sua scomparsa come soggetto politico. A dissolversi è la stessa cultura della “società del lavoro” o la cultura del “valore del lavoro”.

La globalizzazione ha prodotto una forte acuirsi delle diseguaglianze nella società aumentando sempre più la piramide sociale tra strati benestanti (top della piramide) e la massa popolare (base della piramide) lo sconvolgimento sociale ha trascinato il ceto medio toccato in pieno dalla insicurezza sul lavoro e dalla paura del futuro. 

 

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