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LA STRETTA OBBLIGATA DI ZELENSKY

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Di Paolo Mieli

«Stallo». Quando ai primi di novembre il capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny, per descrivere l’impasse militare in cui s’era venuto a trovare, pronunciò (sull’Economist) quella parola, «stallo», si capì che il rapporto tra lui e Volodymyr Zelensky sarebbe andato in frantumi. Non per il fatto che le cose non stessero in tutto e per tutto come le descriveva il comandante militare in capo. Ma perché negli Stati Uniti e in Europa aveva cominciato a spirare il vento della «stanchezza» (altra parola micidiale per l’Ucraina) e toccava semmai al capo del governo decidere quando e in che termini pronunciarsi pubblicamente sul drammatico cambiamento di fase. Lasciata cadere in quel modo, la parola «stallo» equivaleva, al di là delle intenzioni di Zaluzhny, al preannuncio di una dichiarazione di resa. E indeboliva la richiesta di un altro mezzo milione di uomini nonché di altrettante munizioni. Soprattutto perché pronunciata a seguito del fallimento di una controffensiva che, guidata da Zaluzhny, avrebbe dovuto mettere in seria difficoltà l’esercito occupante.
La destituzione del capo di stato maggiore ucraino è stata da molti paragonata a quella, settantatré anni fa, del generale Douglas MacArthur, anche lui come Zaluzhny reduce da una stagione di successi militari e rimosso improvvisamente dal presidente del suo Paese (gli Stati Uniti) mentre era in corso una guerra.
Con la differenza che nel ‘51, ai tempi della guerra di Corea, gli americani stavano sfondando le linee nemiche (e MacArthur voleva andare oltre) mentre adesso gli ucraini stanno subendo numerose sconfitte. Un dettaglio non irrilevante. Che renderebbe assai diversa la «soluzione coreana» prospettata dai più come via d’uscita dalla guerra ingaggiata da Putin.
Riepiloghiamo sommariamente i fatti per capire perché. Ai tempi, il nordcoreano Kim Il-sung — in violazione di un accordo del 1945 tra Usa e Urss che stabiliva la divisione della Corea in due lungo la linea del trentottesimo parallelo — invase, il 25 giugno del 1950, il Sud, spingendosi fino a Seul. Ai primi di luglio Truman spedì nella penisola asiatica il suo Zaluzhny, reduce dai trionfi sul Giappone, nella Seconda guerra mondiale: MacArthur, appunto. MacArthur tra settembre e ottobre non solo riconquistò Seul, ma con una brillante controffensiva arrivò fino alla capitale del Nord, Pyongyang. A questo punto entrò in guerra la Cina di Mao con trecentomila uomini: tra dicembre del ’50 e gennaio del ’51 i cinesi ripresero dapprima Pyongyang e successivamente, ancora una volta giunsero a Seul. MacArthur — che guidava un contingente di diciotto Paesi appartenenti alle Nazioni Unite, più altri (tra cui l’Italia) che ancora non facevano parte dell’Onu — nel marzo del ’51, con una manovra militare su cui pochi avrebbero scommesso, riconquistò Seul e varcò nuovamente i confini del Nord. A quel punto annunciò la decisione di portare il «suo» esercito fin dentro la Cina e — secondo fonti dell’epoca mai confermate — anche di far ricorso ad armi atomiche. Ma Truman, a cui non era sfuggito il sostanziale disimpegno sovietico da quel conflitto e non voleva accelerare una definitiva saldatura tra Stalin e Mao, l’11 aprile del 1951 rimosse su due piedi MacArthur e lo sostituì con il meno intraprendente generale Mattew Ridgway. MacArthur che si considerava (ed era considerato) un eroe nazionale se ne ebbe a male e cercò una rivincita politica. Senza successo.
Da quel momento in poi la guerra proseguì tra alti e bassi per oltre due anni. E si concluse nel luglio del 1953 con l’armistizio di Panmunjeom. Armistizio a cui nessuna delle due Coree riconobbe il rango di trattato di pace. Ma che riuscì lo stesso a congelare la situazione per decenni proprio perché riportava lo stato delle cose a quello precedente all’invasione nordcoreana. Ragion per cui da allora si intende per «soluzione coreana» quella per cui si torna alla situazione di prima dello scoppio della guerra. Nel nostro caso alla vigilia dell’invasione russa del 24 febbraio 2022. Il che, in questi giorni, appare, purtroppo, poco plausibile.
Se a Putin fosse consentito di tenersi le Repubbliche ucraine già peraltro annesse alla Russia (oltre alla Crimea «conquistata» nel 2014) gli verrebbe concessa una vittoria totale che vanificherebbe l’uccisione di centinaia di migliaia di soldati e civili ucraini. E lo incoraggerebbe a ritentare il colpo, prima o poi. Può darsi che lì si arrivi, che i contendenti sfiancati optino per quel genere di «pace». Ma, semmai accadesse, deve essere Zelensky ad annunciarla, lasciando in ombra Oleksandr Syrsky (il successore di Zaluzhny). Non per questioni di forma, ma perché il capo politico dell’Ucraina è l’unico (se ce n’è uno) a poter tenere unito il Paese in un’eventualità del genere. Una personalità diversa, più congeniale, per così dire, ai tempi nuovi, renderebbe ancor più catastrofica la sconfitta di Kiev. E nessuno, per carità, si azzardi a dire che si tratterebbe di una «soluzione coreana».