In Israele nessun vincitore chiaro dopo il voto, gli Stati Uniti fanno i conti con il costo crescente della guerra contro l’Iran e in Asia un potente ciclone colpisce la costa indiana. Sul fronte diplomatico, riprendono i contatti con Mosca per cercare una via d’uscita dal conflitto ucraino.
Il quadro internazionale resta segnato da tensioni militari, incertezza politica e preoccupazioni economiche. Le notizie che arrivano dalle principali capitali raccontano un mondo nel quale le crisi regionali continuano ad avere conseguenze ben oltre i confini dei Paesi direttamente coinvolti, incidendo sui mercati, sulla sicurezza e sulla vita quotidiana di milioni di persone.
È uno dei principali appuntamenti politici della giornata. Le elezioni parlamentari israeliane si sono concluse senza consegnare una maggioranza chiara a uno dei due principali schieramenti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo rivale Gadi Eisenkot rivendicano entrambi la possibilità di guidare il Paese, ma i primi risultati disponibili indicano una situazione di stallo.
Secondo Reuters, con il 48,4% delle schede scrutinato, le proiezioni attribuivano 55 seggi al blocco di Netanyahu, 50 a quello rivale e 15 ai partiti arabi. Per governare sono necessari almeno 61 seggi sui 120 della Knesset.
L’esito apre una fase di negoziati che potrebbe protrarsi per settimane. Netanyahu punta alla formazione di un nuovo governo di destra, mentre Eisenkot sostiene che il voto abbia espresso la volontà di voltare pagina. La composizione del prossimo esecutivo sarà determinante per la politica di sicurezza israeliana, per i rapporti con i palestinesi e per gli equilibri con l’Iran.
Il voto arriva dopo anni di conflitti e profonde divisioni interne, segnati anche dalle conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 e dalle successive operazioni militari. La sfida, adesso, sarà trasformare i risultati elettorali in una maggioranza parlamentare stabile. Fonte: Reuters.
La guerra contro l’Iran pesa sempre di più sulle finanze americane. Secondo una stima del Pentagono ottenuta da Reuters, le spese militari statunitensi legate al conflitto hanno superato i 47 miliardi di dollari, oltre il 25% in più rispetto alla valutazione di luglio, che si fermava a 37,5 miliardi.
Una parte consistente della cifra riguarda il rimpiazzo delle munizioni utilizzate, per oltre 29 miliardi di dollari. Altri sei miliardi sarebbero necessari per sostituire equipaggiamenti danneggiati o perduti, compresi velivoli e droni. La stima potrebbe inoltre non comprendere interamente i costi delle riparazioni alle basi americane colpite.
Il dato assume un peso anche politico. Negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre e il costo del conflitto, insieme alle ripercussioni sui prezzi dell’energia, rappresenta un problema per l’amministrazione del presidente Donald Trump.
La guerra non si misura soltanto sul terreno militare: le conseguenze economiche possono raggiungere famiglie e imprese attraverso il costo dei carburanti, dei trasporti e delle merci. Resta inoltre l’incertezza sulla possibilità che la tregua raggiunta in aprile regga o che si torni a operazioni militari su vasta scala. Fonte: Reuters.
Sul fronte europeo, torna al centro la ricerca di una soluzione alla guerra in Ucraina. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno parlato telefonicamente con Vladimir Putin, in un contatto diretto insolito per i leader europei che negli ultimi tempi avevano limitato i rapporti con il Cremlino.
La conversazione, durata circa 90 minuti, è stata dedicata al conflitto e alle prospettive di negoziato. I due leader hanno successivamente contattato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ribadendo la necessità di arrivare alla fine delle ostilità.
L’iniziativa si inserisce nel quadro dei preparativi per nuovi colloqui di pace previsti ad Abu Dhabi a novembre, con il coinvolgimento di rappresentanti russi, ucraini e statunitensi.
Per ora non c’è una svolta concreta. Le posizioni sulla sicurezza, sui territori occupati e sulle condizioni per un eventuale accordo restano distanti. Il confronto diplomatico segnala tuttavia che, accanto al sostegno militare a Kiev, alcuni governi europei cercano di mantenere aperti canali capaci di favorire una de-escalation.
La posta in gioco riguarda l’Ucraina, ma anche la sicurezza dell’intero continente europeo. Fonte: Reuters.
Dall’Asia arriva una grave emergenza meteorologica. Il ciclone Arnab ha raggiunto la costa orientale dell’India, interessando soprattutto gli Stati dell’Andhra Pradesh e dell’Odisha. Le autorità hanno evacuato più di 180mila persone prima dell’arrivo della tempesta.
Le prime notizie riferiscono di alberi abbattuti, pali elettrici divelti e interruzioni dell’energia. Alcune scuole sono state chiuse e diversi collegamenti ferroviari e aerei sono stati cancellati o sospesi.
Al momento delle prime comunicazioni non erano state segnalate vittime nei due Stati, ma la situazione restava delicata, con forti venti, piogge intense e il rischio di allagamenti nelle aree costiere più basse.
L’evacuazione preventiva rappresenta un elemento fondamentale nella gestione dell’emergenza. L’India ha rafforzato negli anni i sistemi di allerta e le procedure di protezione civile dopo cicloni devastanti, nel tentativo di ridurre il numero delle vittime e consentire interventi più rapidi.
Le prossime ore saranno decisive per valutare l’entità dei danni alle abitazioni, alle coltivazioni e alle infrastrutture. [Fonte: Reuters, 28 ottobre](https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/28/india-evacuates-over-180-000-as-cyclone-