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Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop: Taranto chiede salute e futuro

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Respinti i ricorsi contro il provvedimento sull’area a caldo. Si apre una fase decisiva: tutelare la popolazione, mettere in sicurezza gli impianti e garantire prospettive ai lavoratori.

La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento della Corte d’appello di Milano che dispone lo spegnimento degli altiforni e la cessazione della produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Le Sezioni Unite civili hanno respinto i ricorsi delle società interessate. Restano da definire, da parte dei commissari, modalità tecniche e tempi dello spegnimento: la decisione non equivale a una fermata già materialmente completata.

Al centro del procedimento ci sono i rischi sanitari connessi alle emissioni e all’amianto ancora presente negli impianti. L’azione inibitoria è stata promossa da dieci cittadini tarantini e da un minorenne, attraverso un percorso giudiziario che ha portato la questione fino alla Suprema corte.

Una decisione che impone responsabilità

La portata del pronunciamento supera il destino di un singolo impianto. Interroga il modello industriale del Paese e la capacità delle istituzioni di proteggere insieme salute, ambiente e occupazione.

La lettura politica è netta: una comunità non può essere lasciata a scegliere tra il reddito e la propria sicurezza sanitaria. Allo stesso tempo, i lavoratori e le imprese dell’indotto hanno diritto a conoscere quali prospettive concrete verranno costruite per loro.

La responsabilità della politica comincia proprio da questo doppio obbligo. Occorrono risorse, competenze e un programma verificabile per accompagnare le operazioni sugli impianti, sostenere i redditi e affrontare il risanamento ambientale.

Il costo delle decisioni rinviate

Taranto impone una domanda scomoda: quanto costa rinviare le scelte industriali e ambientali fino al momento in cui è una sentenza a determinarne l’urgenza?

La critica deve investire la capacità di programmazione dello Stato. Un settore strategico richiede investimenti coerenti, controlli efficaci e responsabilità riconoscibili. Ogni progetto di riconversione deve indicare tecnologie, finanziamenti, tempi e sbocchi occupazionali. Senza questi elementi, anche la promessa di un futuro diverso resta fragile.

La dimensione nazionale della siderurgia rende ancora più necessaria una risposta del governo, da costruire con istituzioni locali, sindacati e rappresentanze produttive. L’interesse industriale del Paese comporta il dovere di cercare soluzioni compatibili con la tutela delle persone.

Adesso servono impegni misurabili

La fase che si apre richiede trasparenza: un calendario delle operazioni, garanzie per i lavoratori diretti e dell’indotto, responsabilità sulle bonifiche e valutazioni pubbliche delle possibili alternative produttive.

Taranto ha bisogno di sapere chi farà cosa, con quali risorse e in quali tempi. È su queste risposte che andrà giudicata l’azione politica dopo la sentenza.