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Iran, il “D-Day economico” di Trump rischia di trasformarsi in una guerra globale delle sanzioni

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Dopo sei mesi di conflitto senza vincitori, Washington prova a soffocare finanziariamente Teheran. Ma per riuscirci dovrebbe colpire Cina, Russia e partner regionali, mettendo a rischio il commercio mondiale
Dopo sei mesi di guerra, gli Stati Uniti non hanno ottenuto né la resa dell’Iran né una soluzione stabile per lo Stretto di Hormuz. L’amministrazione Trump tenta quindi di trasferire lo scontro dal terreno militare a quello economico, annunciando una campagna di sanzioni secondarie destinata a colpire governi, banche e imprese che continueranno a commerciare con Teheran.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha presentato l’operazione come una scelta senza alternative: isolamento internazionale e riduzione dell’Iran a un’economia di sussistenza oppure ritorno al negoziato e progressivo reinserimento nel sistema globale. Washington sostiene di avere ricostruito le reti finanziarie, commerciali e marittime utilizzate dalla Repubblica islamica per esportare petrolio e aggirare le restrizioni. Dipartimento del Tesoro statunitense
La retorica del “D-Day economico”, tuttavia, appare più definita della strategia. Non sono ancora completamente chiari i tempi, i Paesi interessati e soprattutto il livello dello scontro che gli Stati Uniti siano realmente disposti ad affrontare.
Le sanzioni possono impoverire un Paese senza cambiarne il governo
L’Iran convive da decenni con embarghi, restrizioni finanziarie e limitazioni alle esportazioni. Queste misure hanno indebolito l’economia, svalutato la moneta, aumentato l’inflazione e impoverito milioni di cittadini. Non hanno però prodotto automaticamente un cambiamento politico né la rinuncia alle ambizioni nucleari e regionali di Teheran.
La nuova offensiva economica potrebbe aggravare ulteriormente la situazione interna. Le difficoltà negli approvvigionamenti e le lunghe file per il carburante indicano che la pressione sta raggiungendo la vita quotidiana della popolazione. Ma colpire la società non significa necessariamente piegare il potere.
Il rischio è anzi quello opposto: il governo iraniano potrebbe utilizzare l’assedio economico per rafforzare la repressione interna, alimentare il nazionalismo e presentare ogni dissenso come una forma di collaborazione con il nemico.
Le sanzioni sono realmente efficaci soltanto quando accompagnano un obiettivo politico realistico e una via d’uscita diplomatica credibile. Se vengono percepite come uno strumento per provocare il collasso dello Stato, possono spingere Teheran verso un’ulteriore escalation.
Il vero destinatario è Pechino
Il successo della strategia americana non dipende soltanto dall’Iran, ma soprattutto dalla Cina. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e assorbe, secondo diverse stime, circa il 90% delle esportazioni di greggio della Repubblica islamica. U.S.-China Economic and Security Review Commission
Per interrompere realmente questa fonte di finanziamento, Washington dovrebbe sanzionare grandi banche, raffinerie, società di trasporto e imprese cinesi. Una simile decisione trasformerebbe la pressione sull’Iran in un confronto economico diretto tra le due maggiori potenze mondiali.
La Cina potrebbe rispondere limitando l’esportazione di terre rare e minerali critici, indispensabili per l’industria tecnologica, energetica e militare statunitense. Potrebbe inoltre ridurre la collaborazione su altri dossier e mettere in discussione la fragile tregua commerciale con Washington.
Il fatto che le prime misure non abbiano coinvolto i principali istituti finanziari cinesi mostra il limite dell’annuncio americano: gli Stati Uniti vogliono isolare completamente Teheran, ma senza pagare il prezzo economico e geopolitico di uno scontro totale con Pechino.
Il dilemma degli alleati e dei partner regionali
La strategia investe anche Emirati Arabi Uniti, Turchia e Iraq, che hanno mantenuto importanti relazioni economiche con l’Iran. Chiedere a questi Paesi di interrompere ogni scambio significa alterare equilibri commerciali, politici e di sicurezza consolidati.
Le sanzioni secondarie pongono inoltre una questione delicata per l’Europa: imprese e governi possono essere costretti a rispettare decisioni americane anche quando queste non derivano da risoluzioni delle Nazioni Unite.
Washington trasforma così l’accesso al dollaro e al proprio sistema finanziario in uno strumento di politica estera. Nel breve periodo questa leva è molto potente; nel lungo periodo può spingere altri Paesi a costruire circuiti finanziari alternativi e ad accelerare la riduzione della dipendenza dalla valuta americana.
Hormuz resta l’arma di Teheran
L’Iran conserva una capacità di pressione decisiva: lo Stretto di Hormuz. Attraverso questo passaggio transita più di un quarto del petrolio commerciato via mare e circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale. U.S. Energy Information Administration
Teheran non deve necessariamente chiudere completamente lo Stretto. Può rendere la navigazione più lenta, costosa e pericolosa attraverso controlli, sequestri, attacchi selettivi e minacce. Ogni aumento del rischio determina maggiori costi assicurativi e pressioni sui prezzi dell’energia.
La nuova campagna di sanzioni potrebbe quindi produrre una risposta asimmetrica: più Washington prova a bloccare le esportazioni iraniane, più Teheran può ostacolare quelle degli altri Paesi del Golfo.
In questo modo l’Iran trasferisce sul resto del mondo il costo del proprio isolamento.
Una guerra diventata logoramento
Gli attacchi lanciati il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele hanno danneggiato le capacità militari convenzionali iraniane, ma non hanno prodotto una vittoria strategica. Lo stato effettivo del programma nucleare rimane incerto, mentre Teheran conserva missili, droni e strumenti sufficienti per minacciare i Paesi vicini e il traffico marittimo.
Anche l’offensiva economica incontra limiti evidenti. Il petrolio iraniano può essere trasportato attraverso flotte ombra, triangolazioni, intermediari e pagamenti non denominati in dollari. Eliminare completamente questi canali richiederebbe controlli e sanzioni di una portata tale da coinvolgere una parte rilevante del sistema commerciale mondiale.
Il conflitto assume così le caratteristiche di una guerra di logoramento: gli Stati Uniti non riescono a imporre una soluzione definitiva, mentre l’Iran non può vincere militarmente ma conserva la capacità di prolungare la crisi e aumentarne i costi.
La via d’uscita non può essere soltanto economica
Le sanzioni possono essere uno strumento negoziale, ma non possono sostituire la politica. Washington dovrebbe chiarire quali condizioni concrete consentirebbero all’Iran di ottenere una progressiva revoca delle misure: riapertura stabile di Hormuz, ritorno delle ispezioni internazionali, limiti verificabili al programma nucleare e garanzie sulla sicurezza regionale.
Senza un percorso diplomatico definito, il “D-Day economico” rischia di diventare soltanto un’altra formula propagandistica. Potrebbe aggravare le sofferenze della popolazione iraniana, allargare lo scontro alla Cina e destabilizzare ulteriormente i mercati energetici, senza avvicinare la fine della guerra.
Dopo sei mesi di conflitto, il problema degli Stati Uniti non è scegliere tra bombe e sanzioni. È costruire una strategia capace di trasformare la pressione in un accordo. Altrimenti anche la guerra economica finirà nello stesso pantano di quella militare.