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Il grande ritorno del pensiero medievale per ritrovare l’unità dei saperi

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Tommaso d’Aquino & Co. stanno godendo di nuovo successo tra le nuove generazioni di filosofi della religione di tutto il mondo per la capacità di indagare le “radici” e capire la contemporaneità

Nell’ultimo decennio il panorama filosofico a livello internazionale è profondamente mutato rispetto solo a pochi anni fa, quando con grande successo era stata introdotta la distinzione tra la filosofia analitica e la filosofia continentale, che segnò uno spartiacque tra due modi di fare filosofia, l’uno modellato sull’epistemologia e le scienze esatte, l’altro sul sapere multiforme delle scienze umane. La separazione tra questi due mondi filosofici non poteva essere più netta, sembrava allora impossibile conciliare due modi opposti di pensare la dimensione storica e veritativa del sapere. Oggi, possiamo dire, che la situazione è cambiata in un’epoca in cui la filosofia di provenienza analitica ha sfruttato le debolezze della filosofia continentale per diffondersi e imporsi anche in Europa e attirare l’interesse e l’entusiasmo della generazione più giovani di filosofi. Non è servito molto per comprendere che le presunte differenze inconciliabili non erano altro che modi complementari di praticare la razionalità del sapere filosofico, che erano stati sempre in egual misura presenti e operanti anche nel pensiero filosofico del passato fin dall’Antichità e dal Medioevo.
Ciò è tanto più vero per la filosofia della religione, dove in Europa la tradizione continentale ormai da tempo, se si esclude la Francia, presenta non pochi segni di stanchezza, mentre è in pieno rigoglio nella tradizione analitica, che quasi a ciclo continuo produce testi di notevolissimo interesse filosofico-religioso. È il caso di Eleonore Stump, ancora poco conosciuta nel nostro paese, anche se è annoverata tra le principali filosofe della religione contemporanee, insieme ad altre figure ormai da tempo affermate anche da noi come Alvin Plantinga e Richard Swinburne. Non può, quindi, che essere accolta con favore la pubblicazione del suo Il Dio della Bibbia e il Dio dei filosofi (Morcelliana, pagine 144, euro 15,00), che contiene l’Aquinas Lecture tenuta nel 2016 presso l’Università dei gesuiti di Milwaukee (in appendice è stato aggiunto anche un denso profilo biografico a opera dell’autrice stessa).
Eleonore Stump inizia alla fine degli anni Settanta la sua carriera come studiosa della logica boeziana e il suo orizzonte di pensiero rimane sostanzialmente sempre legato alla filosofia medievale, anche se, come ribadisce più volte, il suo interesse per il pensiero medievale non è il frutto di una passione puramente storiografica o antiquaria ma costituisce il presupposto di una lettura “attualizzante”, in cui le principali categorie del pensiero scolastico vengono riprese alla luce delle istanze della filosofia contemporanea. Ciò può apparire allo stesso tempo un atteggiamento familiare e straniante rispetto al panorama filosofico italiano: è familiare per noi, perché sotto l’impulso della Aevi Patris la filosofia italiana ha conosciuto fin dall’inizio del Novecento una delle più imponenti rinascite del pensiero neomedioevale, la neoscolastica milanese, che proponeva una ripresa attualizzante della grande Scolastica contro le degenerazioni soggettivistiche della metafisica moderna; mentre questa ripresa può ora apparire straniante, perché ormai dagli anni Sessanta del Novecento la filosofia cattolica italiana ha abbandonato quasi completamente lo studio filosofico del Medioevo, lasciandolo nelle mani degli storici laici della filosofia, per abbracciare anche se in modo critico e con molti distinguo la filosofia moderna e cercare ciò che in essa è conciliabile con il pensiero cattolico tradizionale.
Forse è venuto il tempo, come ci ricorda la Stump, ma più in generale il new theism anglosassone, di tornare a rivolgerci ai medioevali non per riproporli con i loro “abiti” antichi sul proscenio del mondo postmoderno e ipertecnologico, un po’ come quei frammenti di costruzioni antiche o medioevali, che a volte si trovano al centro delle nostre metropoli e che rendono tutto il contesto più pittoresco, ma per ricercare quella radice “eterna” dell’essere che il pensiero contemporaneo ha smarrito nella eccessiva frammentazione dei saperi e che ha lasciato soprattutto la filosofia orfana dei suoi tradizionali oggetti di pensiero. Potremmo forse una volta per tutte lasciarci alle spalle la grande illusione, l’illusione diltheyana, che ogni pensiero è solo l’espressione del proprio tempo e che l’unica verità che esiste è la verità del proprio tempo. Le filosofie medievali ci insegnano, invece, che il vero è tale solo perché è la risposta nel tempo di ciò che è fuori dal tempo, l’eterno che si sottrae al tempo. Parlare di metafisica o di etica medievale, ma perfino di politica, significa parlare di ciò che allora, come ora, sta a fondamento della comprensione umana del mondo.
Non si può che concordare con la Stump quando afferma che «il concetto di eternità fa la differenza in molti problemi tipici della filosofia della religione». Alla filosofa americana dobbiamo, quindi, un ritorno alla scolastica, che non è la cristallizzazione del pensiero cattolico allo stadio assunto in un’epoca ormai così lontana e diversa dalla nostra, ma piuttosto la ripresa dei temi della scolastica, ad esempio, gli attributi di Dio: semplicità, unità eternità, bontà, onniscienza, alla luce delle tecniche logiche ed epistemologiche messe in atto dalla filosofia contemporanea. In tal modo ciò che appariva destinato al deposito archeologico del pensiero ritrova la sua attualità e il suo carattere provocatorio anche per il pensatore contemporaneo.
Come nel pensiero di Tommaso, ma anche di Bonaventura e dei maestri francescani, il Dio dei filosofi procede per la Stump affiancato al Dio della Bibbia, si completano l’un l’altro, perché l’uno è l’espressione della razionalità ad extra e l’altro dell’esperienza credente. La filosofia e la teologia, la ragione e la fede, costituivano per il pensatore medievale le due fonti del sapere. In tal senso, la Stump nei suoi numerosi riferimenti al testo biblico si pone oltre l’esegesi storica, che cerca di spiegare ogni passo biblico sulla base delle sue fonti storiche, ma ne cerca da filosofa il significato veritativo. Per individuare questo contenuto di verità non ci si può limitare né al semplice metodo storico-esegetico né alla verità come certezza propria delle scienze e del metodologismo cartesiano, ma bisogna poter intraprendere una molteplicità di strade, che la Stump esemplifica sulla base della sua lettura tipologica in due atteggiamenti di fondo, anche essi derivati dalla tradizione scolastica: l’approccio domenicano, fondato sulla ricerca razionale della verità attraverso l’argomentazione e la deduzione logica, e quello francescano che procede fondandosi sulla concretezza delle situazioni personali e assumendo il carattere di una conoscenza narrativa, sapienziale, esperienziale. L’auspicio della Stump è che si possa tornare a fare filosofia attingendo a entrambe le fonti, l’una praticata principalmente dalla filosofia anglosassone e l’altra dal pensiero postmetafisico e continentale, si pensi soltanto a Lévinas o all’ultimo Derrida, per cui il Dio dei filosofi e della Bibbia possano insieme superare la frattura epistemologica tra il sapere e il credere per tornare ad alimentarsi a vicenda all’unica fonte dell’essere, come ci hanno insegnato i nostri antichi maestri medioevali.
Di Pierfrancesco Stagi – fonte: avvenire.it