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Epitteto, la libertà comincia da ciò che possiamo scegliere

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Non governiamo tutto quello che accade. Possiamo però imparare a distinguere le nostre responsabilità da ciò che sfugge al nostro controllo

Una risposta che tarda ad arrivare, un giudizio ingiusto, un progetto che salta. Basta poco perché la giornata venga occupata da pensieri sui quali torniamo senza trovare una soluzione. Cerchiamo di prevedere le intenzioni degli altri, immaginiamo conseguenze, ripetiamo mentalmente ciò che avremmo voluto dire.

Epitteto, filosofo stoico vissuto tra il I e il II secolo dopo Cristo, propone un punto di partenza concreto: distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi.

Nato in condizione servile e successivamente liberato, insegnò prima a Roma e poi a Nicopoli, in Grecia. Il suo pensiero ci è stato trasmesso soprattutto dal discepolo Arriano, nelle Diatribe e nel Manuale. Al centro c’è una domanda che conserva tutta la sua forza: dove possiamo esercitare davvero la nostra libertà?

Per Epitteto, essa riguarda l’uso che facciamo dei giudizi, dei desideri e delle scelte. La reputazione, la ricchezza, il comportamento altrui e persino le condizioni del corpo rimangono invece esposti a circostanze che non possiamo governare interamente.

Un esempio aiuta a comprendere la distinzione. Possiamo preparare con cura un colloquio di lavoro, presentarci puntuali e rispondere con onestà. La decisione finale dell’azienda coinvolge però fattori che ci sfuggono. Riconoscere questo limite permette di valutare il nostro impegno senza far coincidere tutto il nostro valore con l’esito.

La difficoltà nasce quando trasformiamo una preferenza in una pretesa assoluta: desideriamo essere apprezzati e finiamo per convincerci che tutti debbano approvarci; speriamo che un programma riesca e consideriamo intollerabile qualsiasi ostacolo. La realtà, inevitabilmente, oppone resistenza.

Qui interviene l’esercizio filosofico. Tra un fatto e la nostra risposta possiamo provare a introdurre una pausa. Che cosa è successo? Quale interpretazione sto aggiungendo? Quale azione utile posso compiere adesso?

Se qualcuno critica il nostro lavoro, per esempio, possiamo esaminare il contenuto della critica, correggere un errore o rispondere con fermezza. Possiamo anche riconoscere che un giudizio è infondato. Rimuginare per ore sull’obbligo di essere capiti, invece, difficilmente ci aiuterà.

Questa prospettiva richiede attenzione quando riguarda il dolore o l’ingiustizia. Le difficoltà materiali esistono e non si risolvono cambiando atteggiamento. La malattia richiede cure, una discriminazione può richiedere tutela e un problema collettivo domanda azione politica. La distinzione stoica può servire a individuare il passo possibile: chiedere aiuto, documentare un abuso, cercare alleati, partecipare.

Per cominciare basta un esercizio serale. Ripensiamo a una situazione che ci ha agitato e separiamo tre elementi: il fatto accaduto, il giudizio che ne abbiamo dato e la scelta che possiamo ancora compiere.

Il contributo di Epitteto sta in questa disciplina dell’attenzione. Possiamo spendere molte energie nel tentativo di comandare gli eventi. Oppure impiegarne una parte per rendere più consapevole il nostro modo di agire, anche quando le circostanze restano difficili.