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Dalla verticalità spietata al vuoto abissale: la metamorfosi del potere russo

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Com’è stato possibile che dei responsabili russi, un tempo apparentemente ragionevoli, si siano trasformati in attori irrazionali?
(Traduzione di Mauro Zanon)

L’operazione somigliante a un golpe militare lanciata lo scorso 24 giugno dal capo della milizia Wagner (Yevgeny Prigozhin, ndr), a partire dal sudovest della Russia contro il potere centrale di Mosca, ha confermato l’irruzione nella vita politica russa di una categoria di attori dimenticata da più di trent’anni – ossia dal putsch dell’agosto 1991 contro Michail Gorbaciov – quella del signore della guerra/golpista” scrive l’ex ambasciatore e presidente del gruppo Alstom a Mosca, Patrick Pascal. “Nel solco della guerra in Ucraina, le cui scorie ricadono ormai sul paese che l’ha scatenata, si sta producendo in maniera evidente una destabilizzazione interna della Russia. Questi eventi segnano il fallimento, quantomeno temporaneo, di Vladimir Putin, il cui programma era considerato dal popolo russo come un programma dominato dagli obiettivi di ricostruzione dello stato, di garanzie di stabilità interna e di miglioramento della qualità di vita. Già prima di questo spasmo suscitato dal putsch del 24 giugno, i comportamenti dei responsabili russi, al potere da moltissimi anni, erano apparsi irriconoscibili. Siamo infatti passati da partner/avversari prevedibili a constatare che sono diventati attori incomprensibili. L’aggressione contro l’ucraina stessa, con dei mezzi considerevoli e secondo modalità inedite per il continente europeo dai tempi della Seconda guerra mondiale, non era globalmente stata prevista – fatta eccezione per alcuni servizi di intelligence – in ragione della sua dimensione irrazionale e delle conseguenze che avrebbe provocato. Enumeriamo alcuni esempi: Sergej Lavrov, che portava avanti un discorso perfettamente legalista alle Nazioni unite, dove fu peraltro ambasciatore per una decina di anni, è diventato inascoltabile dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Margarita Simonyan, che aveva creato Russia Today, un media che si voleva moderno e in sintonia con le norme occidentali, ha ora uno stile che più provocatore non si può, esclusivamente a servizio della propaganda. Dmitri Medvedev è stato un presidente di apertura, che predicava la diversificazione dell’economia, lavorando per lo sviluppo a Skolkovo di una sorta di Silicon Valley moscovita, ma appare oggi naufragato proferendo minacce estreme. Alcuni specialisti delle relazioni internazionali, grandi conoscitori del pensiero strategico occidentale, come Sergej Karaganov e Fyodor Lukyanov – al vertice del think tank Council for Foreign and Defense Policy, che pubblica la rivista Russia in Global Affairs –, o ancora Dmitri Trenin, che diresse la Fondazione Carnegie a Moscrive il Figaro (21/7) sca, evocano oggi lo scenario di un utilizzo dell’arma nucleare tattica. Solo Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino da una decina di anni, mantiene delle apparenze frequentabili, tenuto conto della sua funzione, ma non può naturalmente allontanarsi da un discorso che rientra per definizione nella linea ufficiale. Il caso di Sergej Lavrov merita di essere approfondito, perché è l’incarnazione più sorprendente di questi cambiamenti radicali di atteggiamento avvenuti nel corso degli ultimi anni. Poiché ormai la parola spetta alle armi, il ministro russo degli Esteri ha limitato i suoi interventi pubblici. Ciò non significa affatto che è inattivo, perché la mobilitazione dei paesi che non sono a priori insensibili alla narrazione della Russia, in particolare all’interno di quello che viene ormai chiamato “Sud globale”, è un aspetto importante della strategia del presidente Putin, che punta ora a far apparire il conflitto come uno scontro con l’occidente. Sergej Lavrov è stato talvolta soprannominato il “Talleyrand russo”, in ragione dello spazio che ha conquistato da ormai vent’anni al vertice della diplomazia del suo paese (…). Ma assomiglia di più a una sorta di “Zhou Enlai russo”, ossia come un patriota e fervente difensore del suo stato in qualsiasi circostanza (…). Per quanto riguarda Prighozin, è stato un po’ frettolosamente presentato come il vincitore dell’operazione che ha mostrato la debolezza del potere e ha umiliato il suo ex protettore. Ma una tale interpretazione è stata rapidamente corretta. Il voltafaccia improvviso delle sue truppe a 200 chilometri da Mosca non è stato compreso. Il capo di Wagner aveva i mezzi per andare fino a Mosca senza colpo ferire? Poteva controllare la capitale? Beneficiava di un numero sufficiente di sostenitori? Il dubbio si è rapidamente insinuato producendo una pietosa ritirata. In mancanza di un chiaro vincitore o di un vinto incontestabile, da questo episodio è emerso soprattutto il vuoto abissale del potere in un paese che pensavamo fosse fino ad oggi caratterizzato da una spietata verticalità.

Fonte: Il Foglio