Il velivolo era diretto verso il carcere napoletano con un carico destinato a superare le mura. L’Uspp chiede tecnologie anti-drone, maggiore controllo del perimetro e più personale. Le carceri diventano un nuovo terreno della sfida tecnologica alla criminalità
NAPOLI – Non servono più soltanto complici, pacchi nascosti o tentativi di corruzione. Per superare le mura di un carcere oggi può bastare un piccolo drone.
È quanto emerge ancora una volta da Poggioreale, dove la polizia ha intercettato e abbattuto un velivolo che trasportava un telefono cellulare e sostanza stupefacente, impedendo che il carico raggiungesse l’interno dell’istituto penitenziario.
L’episodio pone però una questione molto più grande del singolo tentativo: la sicurezza delle carceri deve ormai confrontarsi con strumenti tecnologici economici, facilmente reperibili e capaci di aggirare una parte dei tradizionali sistemi di controllo.
Il carcere non finisce più alle mura
Per decenni la sicurezza penitenziaria è stata costruita soprattutto attorno al controllo fisico.
Mura, cancelli, posti di guardia, perquisizioni, controllo dei colloqui e vigilanza sugli accessi.
Il drone cambia completamente lo scenario.
Può partire a centinaia di metri dall’obiettivo, volare rapidamente verso un cortile o una finestra e trasportare piccoli carichi senza che chi lo pilota debba avvicinarsi materialmente al carcere.
È la trasformazione tecnologica di un problema antico: far entrare dall’esterno ciò che all’interno è vietato.
Un cellulare in carcere non è un oggetto qualsiasi
Ancora più delicata è la presenza del telefono cellulare.
Uno smartphone introdotto illegalmente in un istituto penitenziario può consentire comunicazioni non controllate con l’esterno.
Nel caso della criminalità organizzata il rischio diventa particolarmente serio: mantenere collegamenti con persone fuori dal carcere può teoricamente permettere di trasmettere informazioni, esercitare pressioni o continuare a coltivare relazioni criminali.
Per questo il contrasto all’ingresso clandestino dei dispositivi di comunicazione non può essere considerato una questione disciplinare minore.
È un problema di sicurezza penitenziaria e, potenzialmente, di sicurezza pubblica.
L’allarme dell’Uspp
Dopo l’episodio, l’Unione Sindacati Polizia Penitenziaria (Uspp) torna a chiedere un rafforzamento delle misure di sicurezza.
La richiesta è netta:
«È urgente il potenziamento dei sistemi di controllo perimetrale, l’impiego di adeguate tecnologie e il potenziamento degli organici».
Tre questioni strettamente collegate.
Non basta infatti acquistare nuove apparecchiature se poi manca il personale necessario per controllarle e intervenire.
E non è sufficiente aumentare gli organici se gli agenti devono affrontare strumenti tecnologici moderni con sistemi di sorveglianza progettati per minacce appartenenti a un’altra epoca.
Serve una strategia anti-drone
La questione riguarda ormai l’intero sistema penitenziario italiano.
Gli istituti maggiormente esposti dovrebbero essere valutati anche dal punto di vista dello spazio aereo immediatamente circostante.
Esistono tecnologie capaci di individuare droni e, nel rispetto delle norme applicabili, sistemi che possono contribuire alla localizzazione dei velivoli e dei loro operatori.
Ma il punto non è trasformare ogni carcere in una fortezza elettronica.
Occorre costruire una strategia nella quale tecnologia, intelligence, investigazione e presenza degli agenti lavorino insieme.
Perché abbattere un drone impedisce una consegna.
Individuare chi lo ha fatto decollare può invece permettere di ricostruire la rete che ha organizzato quella consegna.
La criminalità cambia, lo Stato deve anticiparla
È questo l’aspetto più importante dell’episodio di Poggioreale.
Le organizzazioni criminali hanno storicamente dimostrato una notevole capacità di adattamento alle innovazioni.
Utilizzano comunicazioni cifrate, social network, strumenti finanziari digitali e nuove tecnologie quando queste possono risultare utili alle loro attività.
Anche i droni possono inserirsi in questa evoluzione.
Lo Stato non può quindi limitarsi a inseguire l’innovazione criminale.
Deve provare ad anticiparla.
Più tecnologia, ma anche più uomini
L’appello dell’Uspp sugli organici non può essere separato dalla discussione tecnologica.
La tecnologia può moltiplicare le capacità di controllo, ma non sostituisce completamente l’attività della Polizia penitenziaria.
Dietro uno schermo deve esserci qualcuno capace di interpretare un segnale.
Dopo un’intercettazione deve partire un’indagine.
Davanti a un’anomalia deve esserci personale sufficiente per intervenire.
La sicurezza moderna nasce proprio dall’integrazione tra uomo e tecnologia.
Poggioreale come campanello d’allarme nazionale
Il drone intercettato a Napoli dovrebbe quindi essere considerato un campanello d’allarme per tutto il sistema.
Occorre una ricognizione nazionale sui sistemi di protezione degli istituti penitenziari, partendo dalle strutture maggiormente esposte alla presenza della criminalità organizzata.
Servono investimenti nella sorveglianza perimetrale, capacità di rilevamento dei droni, formazione specialistica, investigazioni sugli operatori dei velivoli e organici adeguati.
Perché le mura continuano a esistere.
Ma la criminalità ha scoperto che può provare a volarci sopra.
Ed è proprio sopra quelle mura che si sta aprendo un nuovo fronte della lotta dello Stato contro i clan: la guerra hi-tech per impedire che il carcere continui a comunicare illegalmente con il mondo criminale esterno.
Il punto editoriale più forte è proprio questo: non raccontare soltanto il drone abbattuto, ma usarlo per aprire il tema nazionale della sicurezza tecnologica nelle carceri italiane.