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Rosina Pisaneschi Spaini

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Roma 1960

Rosa Pisaneschi, tra le prime donne a laurearsi in lingua e letteratura tedesca in Italia, è stata una colta germanista e una raffinata traduttrice.

Rosa Pisaneschi ‒ per amici e familiari più affettuosamente solo Rosina ‒ nasce a Siena il 26 gennaio 1890 da Antonio, medico psichiatra nel manicomio di S. Niccolò, inserito nella società senese e coinvolto, come consigliere comunale, nelle vicende della città, e Ida Lodoli. La coppia mette al mondo, oltre a Rosina, un’altra bambina, Ada, e due maschietti, Guido ed Ermanno.
Rosa riceve una formazione scolastica di buon livello e, nel 1910, si iscrive al corso di laurea in Lettere dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze.

Frequenta gli ambienti della redazione della rivista La Voce, con cui collabora e dove conosce un gruppo di giovani tra cui i triestini Alberto Spaini e Scipio Slataper. Si crea in breve uno stretto legame d’amicizia tra Rosa, Alberto e Scipio che, come annota Giuseppe Prezzolini in una pagina del suo diario, rischia di scivolare in un tormentato intreccio amoroso presto risolto con il fidanzamento tra Rosa e Alberto.

È il 1911 e nello stesso anno Pisaneschi parte da sola per il suo primo soggiorno di studio a Berlino; al rientro in Italia si trasferisce a Roma per proseguire gli studi all’Università La Sapienza, divenendo presto una delle più apprezzate e brillanti allieve del professor Giuseppe Antonio Borgese, docente del corso di Letteratura tedesca. Si trasferisce a Roma anche Alberto Spaini e le loro vicende universitarie proseguono su percorsi strettamente intrecciati sul piano professionale oltre che sentimentale.

Dal carteggio tra Giuseppe Prezzolini e Alberto Spaini si apprende che, nel 1912, il giovane studente triestino e Rosa Pisaneschi lavorano insieme alla traduzione dell’opera Le esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, un impegno notevole ma evidentemente gratificante che fa scrivere a Spaini:
«[…] son fatti tre libri, ed è incominciata l’introduzione. Del come è tradotto, sono abbastanza contento. Spero di mandarlo alla metà di maggio. Del resto è lavoro facile: pagine di media difficoltà, se ne fan tre in un’ora, e quasi subito bene».

Nonostante la traduzione sia condotta a quattro mani, nella lettera il ruolo svolto da Pisaneschi è sottaciuto: la sua presenza viene ricordata solo nella formula dei saluti in cui Alberto accenna, in modo piuttosto sbrigativo, ai brillanti successi universitari di Rosa:
«[…] tanti tanti saluti alla signora, anche a nome della Pisaneschi (che Borgese ha lodato e stralodato per l’Ofterdingen)».
Il riferimento è alla traduzione del testo di Novalis Enrico d’Ofterdingen, sul quale Rosa lavora contemporaneamente al romanzo di Goethe dimostrandosi così tra le più promettenti e brillanti studenti del corso di letteratura tedesca.

Il sodalizio tra Pisaneschi e Spaini è amoroso e insieme lavorativo, un legame profondamente intellettuale e culturale in cui sembrano muoversi con le stesse possibilità e le stesse aspirazioni e che si consolida ulteriormente durante un soggiorno insieme a Berlino ‒ il secondo per Rosa, il primo per Alberto ‒ tra la fine dell’estate del 1912 e il mese di maggio del 1913.
Per Pisaneschi, e anche per Spaini, questi periodi di studio in Germania sono importanti occasioni di arricchimento culturale durante le quali captano linguaggi letterari e forme d’arte per loro nuovi e d’avanguardia.

Già durante la prima permanenza da sola a Berlino, nel 1911, Rosa ha la possibilità di venire a contatto con il contemporaneo mondo letterario tedesco, in particolare con i testi di Thomas Mann, autore poco conosciuto in Italia, e con le opere dello scrittore e drammaturgo Georg Büchner che proprio in quegli anni cominciano a essere riproposte nei teatri berlinesi. Durante un terzo soggiorno in Germania, dopo l’estate del 1913 ancora una volta insieme ad Alberto, Rosa approfondisce e consolida quanto conosciuto in precedenza, soprattutto nell’ambito del genere del romanzo, probabilmente già con l’idea pionieristica di tradurre e far conoscere in Italia l’opera di Mann.
La sua carriera di traduttrice comincia infatti a essere una realtà tangibile: prima di trasferirsi a Berlino per la terza volta, ha la soddisfazione di vedere pubblicata per la collana “Scrittori Stranieri” di Laterza la traduzione del libro Le esperienze di Wilhelm Meister di Goethe a firma sua e di Spaini.

Le premesse per una vita brillante, indipendente e gratificante e per una concreta carriera di germanista e traduttrice ci sono tutte, anzi è Pisaneschi a raggiungere per prima una certa sicurezza economica. Sempre dal carteggio tra Alberto Spaini e Giuseppe Prezzolini, infatti, si apprende che a Berlino lei riesce a guadagnare mediamente 200 marchi al mese, dimostrando di essere bene inserita nella società berlinese e di aver modo di respirare l’aria frizzante dell’emancipazione femminile; al contrario Alberto si lamenta per le proprie precarie condizioni di lavoro di giornalista e per la saltuarietà con cui riceve i compensi.

Questa incerta condizione professionale di Alberto è fonte di preoccupazione per la famiglia di Rosa, soprattutto per il padre Antonio che non vede di buon occhio lo spiantato fidanzato della figlia, tanto che i due giovani, quando non sono insieme, aggirano i controlli familiari scrivendosi in tedesco. È la madre di Rosa a cercare di mediare tra figlia e padre e alla fine, nell’estate del 1914, Rosa e Alberto si sposano.

In occasione delle nozze giunge a Spaini una lettera di Prezzolini che, dopo gli auguri, scocca un giudizio tagliente nei confronti di Pisaneschi:
«Congratulazioni alla Signora per il coraggio di mettersi a tradurre Th. Mann. Ecco una borsa di studio male spesa, se ci deve costare codesta traduzione!».
Le traduzioni di Mann – che usciranno nel 1920 – sono quindi già in cantiere e questo è uno dei meriti che per molto tempo è stato negato a Pisaneschi: aver compreso, prima di molti altri, il valore dello scrittore tedesco contribuendo così ad aprire la cultura italiana verso panorami più internazionali e verso il genere del romanzo, considerato ancora di minor valore rispetto al testo poetico.

Aldilà delle parole sarcastiche di Prezzolini, il 1914 è un anno con molti risvolti positivi per Pisaneschi che pubblica sul periodico Il Conciliatore di Giuseppe Antonio Borgese un saggio dedicato all’opera del drammaturgo Georg Büchner e vede pubblicata, con la sua sola firma per la collana Antichi e Moderni dell’editore Carabba diretta da Borgese, la traduzione e la prefazione al romanzo Enrico d’Ofterdingen di Novalis; subito dopo discute la sua tesi di laurea dal titolo Saggio sullo svolgimento poetico di Novalis, lavoro che in sede di discussione è accompagnato dall’apprezzamento del suo relatore, sempre il professor Borgese.

Tra il 1915 e il 1919 la famiglia Pisaneschi-Spaini ‒ dal 1918 allargata a tre componenti per la nascita della primogenita Giuliana ‒ si trasferisce in Svizzera per il lavoro di corrispondente estero di Alberto e Rosina continua a tradurre, da sola o con lui. Annota Spaini in una lettera da Zurigo del 1917: «Mia moglie progetta grandi cose» e all’orizzonte sembra esserci un programma letterario ambizioso, quello di un’antologia di autori tedeschi che Pisaneschi dovrebbe curare e Palazzeschi seguire, progetto che però non vede la luce.

Nel 1919 escono due sue traduzioni di E.T.A. Hoffmann, pubblicate nella collana Un libro per tutti della “Società anonima editrice La Voce” di Prezzolini, e nel 1920 le prime traduzioni di Thomas Mann: una è il racconto Tutto deve essere aria uscito nel mese di febbraio sulla rivista “Il Mondo” di Sonzogno, l’altra è il Tonio Kröger, apparso in aprile su “Rassegna italiana politica letteraria e artistica”.

Tornata stabilmente a Roma con la famiglia, all’inizio degli anni Venti l’attività di traduttrice si fa intensa, Pisaneschi pubblica con la sua sola firma testi di E.T.A. Hoffmann per la collana Antichi e Moderni dell’editore Carabba e contemporaneamente prosegue anche l’impegno di traduzione a quattro mani col marito Alberto. L’interesse di Rosa per la letteratura di Hoffmann darà vita nel 1926 ad un articolo, pubblicato su “Fiera Letteraria” in occasione dei centocinquant’anni dalla nascita dell’autore.

Nel 1925 nasce il secondogenito Paolo e il parto lascia conseguenze nella salute di Rosa che per diversi mesi si allontana da tutto. Cominciano a manifestarsi alcuni segnali che aprono la strada al progressivo sfaldamento della sua carriera professionale. Nel 1926 viene pubblicata la raccolta di Thomas Mann dal titolo Ora greve e altri racconti che comprende testi già tradotti da Pisaneschi accanto ad altri tradotti insieme al marito. Nonostante sia chiaro il contributo autonomo di Rosa, l’editore Morreale sceglie di riportare integralmente sul frontespizio solo il nome di Alberto Spaini abbreviando quello di Rosa in “R. Pisaneschi” per poi limitarsi, nella quarta di copertina, alla citazione del solo Alberto Spaini.

Negli anni si ripropongono situazioni analoghe, con il nome di Rosa ridotto alla sola iniziale o omesso, fattori che concorrono all’oscuramento della sua attività di traduttrice; anche l’obbligo di assumere il cognome maritale dopo il matrimonio è alla base della dispersione del suo lavoro visto che “R. Spaini” facilmente rischia di essere confusa con “A. Spaini”. Inoltre, come ha sottolineato Daria Biagi nel convegno La donna invisibile. Traduttrici del primo Novecento italiano, svolto nell’ottobre del 2021 presso l’Università per stranieri di Siena, essere apparsa nelle pubblicazioni come Rosina Spaini ma anche come Rosa Pisaneschi o più sinteticamente come “R. Spaini” e “R. Pisaneschi” rende ulteriormente complicata la ricostruzione del suo percorso professionale, disperso in informazioni apparentemente diverse: nel Catalogo generale del Servizio Bibliotecario Nazionale, infatti, esistono tre record differenti riferibili a lei che possono confondere la ricostruzione del suo lavoro.

A partire dagli anni Trenta gli impegni ufficiali di traduzione si fanno più sporadici fino a scomparire. All’interno delle mura domestiche però continua a lavorare in forma anonima e invisibile per il marito. Un caso piuttosto emblematico riguarda il libro di Kafka Il Processo, traduzione commissionata ad Alberto Spaini nel 1933 che in breve tempo lo conferma tra i più abili ed efficaci traduttori dal tedesco in Italia. La traduzione procede a rilento e Spaini, probabilmente preso da molti altri impegni lavorativi, è costretto a giustificarsi con l’editore dichiarando che può inviare solo due terzi del lavoro, dal foglio 64 alla fine, mentre le iniziali 63 pagine, non ultimate, saranno inviate in un secondo momento.
Come ha osservato Daria Biagi sempre nel corso del convegno senese, considerando che le traduzioni cominciano dall’inizio di un testo, molto probabilmente Spaini ha affidato alla moglie il lavoro a partire da pagina 64 ‒ i due terzi che risultano tradotti ‒ riservando per sé la prima parte del libro che, però, non riesce a terminare in tempo.

Rosa Pisaneschi agisce quindi nell’ombra come una «traduttrice fantasma» e chi le è più vicino non sembra far nulla per rendere visibile il suo contributo. Chiusa nella vita familiare, non sembra però aver rivendicato il “posto al sole” sottrattole nel panorama editoriale italiano; anche la richiesta di poter leggere e tradurre le lettere di Rilke, inviata a Olga Signorelli nell’ottobre del 1933, sembra più motivata dal desiderio di riappropriarsi di uno spazio culturale privato piuttosto che dal tentativo di ridare forma concreta e ufficiale al suo impegno professionale in declino.

Negli anni seguenti le strade di Rosina e Alberto divergono sempre più, lui proteso nel mondo esterno e professionale, anche con nuove passioni amorose a coinvolgerlo, lei ritirata all’interno della sua casa in mezzo a scampoli di una professione nascosta e rabberciata. La carriera di traduttrice lentamente lascia il posto a quella di “casalinga”, come si può leggere sul suo passaporto anni dopo, nel 1950.

Rosa Pisaneschi muore il 2 marzo 1960, ne dà notizia il marito Alberto in una lettera a Prezzolini: «Caro Prezzolini, sì, la Pisaneschi non è più. Io sono sempre stato quel tremendo lazzarone, ma pareva che lei non se ne avvedesse e conservava l’entusiasmo e la fede e le speranze di una volta, di quando eravamo giovani ed il nostro centro era la VOCE; non è mai venuta meno alla convinzione che il mondo non conta, contiamo noi e il modo con cui lo accogliamo. Lei è stata magnifica, e chiusa nella sua ombra pensava solo a non farsi scorgere ma sapeva che la sua presenza era necessaria, e fino all’ultimo ha cercato solo di non pesare e di aiutare […]».

Nella memoria della moglie scomparsa Spaini riunisce il ricordo giovanile, citando la rivista La Voce, e quelli più intimi e familiari con l’allusione a una certa fatica di vivere della donna (“chiusa nella sua ombra pensava solo a non farsi scorgere”).

Un’analoga testimonianza non viene riproposta da Spaini qualche anno dopo, nel 1963, al momento della pubblicazione del suo libro Autoritratto triestino, che raccoglie articoli ed elzeviri usciti del corso degli anni. In nessuna delle pagine del volume Spaini traccia un ricordo della moglie, neppure quando rievoca luoghi o momenti importanti per la vita di entrambi come la collaborazione alla rivista La Voce, o il clima culturale e sociale di Berlino nel 1913, oppure la vita romana negli anni Dieci; non lo fa neanche quando si sofferma a parlare del romanzo Le esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, traduzione che li aveva visti lavorare insieme quando erano ancora giovani studenti.

Sul lungo silenzio intorno alla figura di Rosa Pisaneschi hanno gravato le poche notizie biografiche tratte da fonti dirette, più che altro rintracciabili nelle lettere e nelle cartoline postali scambiate col fidanzato e poi marito Alberto, in gran parte ancora inedite; altre fonti dirette sono alcune cartoline e lettere inviate da Rosa a Olga Resnevič Signorelli conservate presso la Fondazione Cini a Venezia.

Notizie indirette si ricavano in un altro carteggio, quello tra Alberto Spaini e Giuseppe Prezzolini, in un arco temporale che va dal 1911 e al 1960, anno della morte di Pisaneschi. In questo caso si tratta soprattutto di riferimenti brevi relegati nella parte conclusiva dei saluti, dove l’accenno a Rosa si riduce il più delle volte alla sigla «La P.», comunemente usata da Pisaneschi e Spaini nella corrispondenza tra loro. Il suo lavoro di traduttrice è stato recentemente ricostruito e le sue inclinazioni culturali e professionali dimostrano l’interesse rivolto soprattutto verso autori di lingua tedesca del XIX secolo e del XX secolo, con incursioni anche nella letteratura mistica medievale, e verso alcuni scrittori non di lingua tedesca, come il norvegese premio Nobel Knut Hamsun e il francese François Mauriac.

Il processo di oscuramento nei confronti di Rosa Pisaneschi sembra essersi interrotto negli ultimi tempi grazie a studi recenti capaci di riesaminare il valore del suo percorso intellettuale e professionale; la persistenza nel mondo editoriale di alcune sue traduzioni databili ai primi due decenni del Novecento e le ristampe, nel 2022, di altri suoi lavori dello stesso periodo, confermano l’autorevolezza e la consistenza della sua attività di traduttrice e germanista.

DI Barbara Belotti
FONTE: https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/rosina-pisaneschi-spaini