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Premierato, il rischio di spaccare il Paese a colpi di maggioranza

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Cresce il fronte contrario in Italia. Il tentativo di dialogo con l’opposizione è doveroso piuttosto che restringere il campo al solo centrodestra

Stefano Ceccanti

Il testo governativo del premierato ha segnato una falsa partenza (questa è la prima tesi che vorrei presentare) anzitutto per ragioni di metodo, la scelta di un’iniziativa unilaterale che è sembrata sin dall’inizio dover per forza sfociare in un referendum, ritenuto di facile vittoria.
Le dinamiche di fatto del nostro sistema sembrano aver archiviato quella fase tripolare che aveva marcato con forza le elezioni politiche del 2013 e del 2018. Il 2022 ha segnato il ritorno a un bipolarismo, sia pur asimmetrico, con un centrodestra che è tornato a conseguire una legittimazione popolare di un Governo e una serie di opposizioni che ben difficilmente potrebbero avere un futuro plausibile di governo senza un’ipotesi di convergenza tra loro. Poste queste dinamiche di fatto, piuttosto evidenti, che precludono regressioni multipolari e proporzionaliste, il testo governativo del premierato ha segnato una falsa partenza (questa è la prima tesi che vorrei presentare) anzitutto per ragioni di metodo, la scelta di un’iniziativa unilaterale che è sembrata sin dall’inizio dover per forza sfociare in un referendum, ritenuto di facile vittoria.
La falsa partenza della maggioranza
Negli scorsi giorni un primo sondaggio che vede soccombente il Sì rispetto al No avrebbe dovuto già far riflettere una classe dirigente dotata di una dose ragionevole di prudenza. L’obiezione possibile, quella secondo cui un’opposizione sconfitta non avrebbe comunque accettato il dialogo, non è convincente: un tentativo di dialogo, con un testo da elaborare in una sede parlamentare, avrebbe dovuto comunque essere esperito per dimostrare nei fatti la veridicità di questa tesi. Ma, soprattutto, va tenuto conto che per le varie letture di un testo costituzionale debbono passare tanti mesi e nessuno può essere certo del risultato finale da parte del corpo elettorale. Il velo di ignoranza dovrebbe convincere tutti a ragionare sulla stabilizzazione di regole costituzionali ed elettorali condivise, che abbiamo già per i livelli infrastatali, anche se non sono meccanicamente trasponibili. Per queste ragioni l’iniziativa delle associazioni Io Cambio, Libertà Eguale, Magna Carta e Riformismo e Libertà ha dato appuntamento al dopo elezioni europee. Smaltito questo periodo, costellato di una propaganda connessa a tanti appuntamenti elettorali, ci sarebbe la possibilità di una vera partenza che sostituisca quella falsa di questi mesi. Il valore di regole condivise non sta in una generica propensione morale, ma in una consapevolezza politica: siccome le regole da sole non possono tutto e vanno accompagnate da un certo fair play nella loro attuazione, le forzature di parte le rendono poi poco gestibili, oltre che soggette a possibili forzature in senso contrario, sempre ammesso che siano effettivamente approvate.
La disomogeneità del testo
La seconda tesi che vorrei esporre è che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il fatto di restringere il campo alla sola maggioranza di per sé non favorisce affatto che il testo possa essere più omogeneo e coerente se, come nel contesto dato, i ruoli nella maggioranza sembrano essere stabilizzati tra un partito di maggioranza in grado di esprimere stabilmente la guida del Governo e dei partner minori interessati a marcare la loro differenza anche con l’esercizio di poteri di veto. Nulla di più scontato che un testo prodotto in questo contesto di partenza finisca col produrre un certo strabismo, con norme che vanno nel senso del rafforzamento della guida del Governo ma, nel contempo, con altre norme che puntellano anche poteri di veto. Nel testo in questione, anche dopo gli emendamenti del Governo, abbiamo così un Premier che sarebbe eletto direttamente, ma che poi dovrebbe chiedere la fiducia all’intero esecutivo, anche con un esame di riparazione in caso di fallimento per litigi nella maggioranza sulla scelta dei ministri e sottosegretari; un Premier eletto direttamente, ma al quale parte della sua maggioranza potrebbe preparare un’imboscata su uno dei frequenti voti di fiducia per essere poi sostituito da un secondo Premier (magari l’organizzatore della stessa imboscata) che è stato eletto con la stessa maggioranza, ma in grado di costituire una nuova coalizione intorno a sé, e di fatto inamovibile perché dopo di lui ci sarebbero solo nuove elezioni. Allargare potenzialmente l’intesa alle forze dell’opposizione, e in particolare a quelle che abbiano l’ambizione di guidarla, non sarebbe pertanto un modo per rendere il testo meno coerente, ma al contrario per renderlo funzionale alla stabilizzazione di un quadro bipolare equilibrato.
Gli interrogativi irrisolti
La terza tesi che mi sento di proporre, esposta più ampiamente nel documento-appello a Governo e maggioranza delle associazioni promotrici della maratona oratoria sul premierato reso noto ieri e pubblicato integralmente dal Sole 24 Ore è che l’intreccio di norme contraddittorie presenti nel testo, in particolare per la parziale costituzionalizzazione dei sistemi elettorali di Camera e Senato a cui si chiederebbe di garantire sempre e comunque una maggioranza assoluta in due assemblee diverse, viene al momento del tutto sottovalutata, sia dai sostenitori della riforma sia da molti oppositori ansiogeni preoccupati di tirare in ballo il fascismo, la P2, la Commissione Trilaterale e di sacralizzare una parte della Costituzione di cui gli stessi costituenti ben conoscevano i difetti, dovuti alla sfiducia reciproca radicale della Guerra Fredda. I progetti classici di premierato, in particolare la Tesi 1 dell’Ulivo e il testo Salvi della Bicamerale D’Alema che l’aveva tradotta in articolato, miravano a semplificare il quadro affidando l’esito delle elezioni a un unico voto su un’unica scheda, ai candidati ad un’unica Camera con rapporto fiduciario, ognuno dei quali era collegato sulla scheda ad un candidato Primo Ministro. A ciò si accompagnavano poi varie ipotesi su fiducia, sfiducia e scioglimento, per proteggere in modo ragionevole la continuità dell’esecutivo nella legislatura, prese dalle esperienze delle democrazie parlamentari più efficienti. Invece, a causa dei contrasti interni alla maggioranza, il Governo ha rinviato e non chiarito neppure gli aspetti essenziali del sistema di voto. In particolare: se il premier è eletto con la maggioranza assoluta dei voti e con l’eventuale ballottaggio o se invece può essere eletto un premier di minoranza; se c’è una soglia minima e che accade se nessuno la supera; quante sono le schede di votazione e quanti voti esprime comunque l’elettore; che accade se l’esito delle elezioni per le due Camere non fosse conforme (anche se improbabile il caso va disciplinato) o addirittura, nel caso di tre voti che rendono autonoma la scelta del Presidente del Consiglio, cosa accade se i tre risultati non fossero conformi; come si risolve il problema del voto dei quasi cinque milioni di italiani all’estero che eleggono solo 8 deputati e 4 senatori ma che con tutti i loro voti potrebbero dare la vittoria ad un candidato Presidente del Consiglio il cui schieramento non ha ottenuto il maggior numero di seggi.
Dopo le elezioni europee
Agli interrogativi posti, già emersi nella recente maratona oratoria promossa delle associazioni citate, non si può rispondere con la richiesta di un consenso in bianco, confidando di trovare poi le soluzioni. Nel momento in cui si costituzionalizza un pezzo di sistema elettorale le carte vanno messe in tavola per intero. In altri termini la falsa partenza della maggioranza, il legame tra consenso ristretto e disomogeneità del testo, la gravità degli interrogativi irrisolti, ci devono dare appuntamento al 10 giugno, al giorno dopo le elezioni europee con uno spirito e una consapevolezza di spessore diverso.
ISte. Cec.
l testo Renzi
La legislatura, rispetto al premierato, è iniziata col testo di Italia Viva, primo firmatario al Senato Matteo Renzi (disegno di legge Senato n. 830 del l’1 agosto 2023. Esso in sostanza riprende la forma di governo comunale e regionale basata sul principio del cosiddetto simul stabunt simul cadent, ossia se cade il capo dell’esecutivo eletto direttamente cade anche l’assemblea rappresentativa e viceversa, tranne il mantenimento del doppio rapporto fiduciario con Camera e Senato. Questo testo ha il pregio della assoluta coerenza interna, ma è giudizio nettamente prevalente tra gli studiosi e anche tra le forze politiche che sia troppo rigido trasporre il modello di comuni e regioni a livello nazionale, dove vi è anche il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, un potere di revisione costituzionale affidato al Parlamento.
Il testo originario Casellati
È intervenuto successivamente il Governo con il disegno di legge n. 935 del 15 novembre 2023, a firma del Presidente del Consiglio Meloni e della ministra per le riforme Casellati. Esso ha suscitato varie critiche. Qui riproposte all’indicativo presente dove il testo è rimasto invariato, con altri tempi e modi ove cambiato. In particolare il testo è apparso del tutto distante dalle proposte che sin qui avevano immaginato con equilibrio di importare il premierato in Italia, che per lo più si basavano sull’indicazione del Primo Ministro anche sulla scheda elettorale (ma non l’elezione diretta) abbinata a un sistema prevalentemente maggioritario e su poteri analoghi a quelli degli altri Premier europei (fiducia al solo Premier da parte di una sola Camera, potere di chiedere al Capo dello Stato la revoca oltre che la nomina dei ministri, modalità per rendere più difficile la sfiducia, potere di chiedere elezioni anticipate in alcuni casi come deterrente per governare le tensioni all’interno della maggioranza di coalizione). Invece il testo ha previsto l’elezione diretta, ma senza questi poteri: la fiducia resterebbe bicamerale, per revocare i ministri sarebbe ancora necessario passare per la sfiducia individuale, il potere di scioglimento finirebbe in realtà per slittare sull’eventuale secondo Premier della legislatura che non sarebbe sostituibile a differenza di quello eletto. L’idea di fondo è sembrata quella di affidare tutto all’elezione diretta che porterebbe a prendere dei poteri non formalmente riconosciuti: un approccio divaricante rispetto al costituzionalismo liberaldemocratico. Il testo non segue la rigidità del modello comunale e regionale, ma evitare la rigidità non ha portato a un sistema coerente tra Premier e Parlamento: al Premier eletto non basta l’elezione ma deve

Fonte: Il Riformista