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di Antonello Longo

direttore@quotidianocontribuenti.com

Parliamoci chiaro: il vespaio di polemiche che il “decreto Natale” ha scatenato, non solo tra maggioranza e opposizione ma anche all’interno della stessa maggioranza, convince e non convince.

In Italia sono morte per Covid, dall’inizio della pandemia e fino a ieri, più di 58000 persone: è come se fossero deceduti tutti gli abitanti di una città come Matera, o Savona o Caltanissetta, ma sappiamo, purtroppo, che non è ancora finita. La sanità è sull’orlo del collasso, le attività economiche hanno subito una caduta dalla quale gran parte delle piccole e micro imprese non potrà più rialzarsi, le finanze pubbliche saranno gravate per decenni dal peso di un debito che sta assumendo dimensioni mostruose.

Una situazione simile dovrebbe indurre la comunità nazionale a stringersi, a  fare quadrato per superare l’emergenza e limitare i danni, rinviando, magari,  a tempi migliori il perseguimento degli interessi di parte, le speculazioni politiche, l’esasperata ricerca della visibilità e del consenso. Eppure, niente sembra andare in questa direzione e restano inascoltati i moniti del Presidente Mattarella, “vox clamantis in deserto”.

Partiamo dal governo: nessuno può pretendere che in anno, per di più funestato dall’emergenza sanitaria, possa cambiare un sistema Paese consolidato nei decenni. Però errori fatali come i ritardi nell’erogazione degli ammortizzatori sociali e dei ristori agli operatori economici danneggiati dalle misure restrittive, la lentezza nel prendere i necessari provvedimenti di agevolazione e di rinvio delle scadenze fiscali, potevano e dovevano essere evitati.

Questo governo ha spostato masse ingenti di denaro, contrattando con l’Europa una quota impensabile di spesa a debito, tuttavia ha dato all’opinione pubblica una sensazione di inefficacia, di continua incertezza, del vivere giorno per giorno inseguendo l’emergenza senza grandi risultati. Al di là del merito dei provvedimenti restrittivi, non sempre e non tutti indiscutibili, le sensazioni, la comunicazione, i messaggi che si mandano al Paese sono aspetti decisivi quando si tratta di guidare la popolazione lungo una strada difficile e dolorosa.

L’ultimo dpcm, il decreto-Natale firmato ieri da Giuseppe Conte, risente di queste insicurezze, vi sono disposizioni difficili da comprendere, come, ad esempio, la limitazione degli spostamenti tra una regione e l’altra basata sul dato burocratico della residenza e non su quello medico dell’essere o meno risultati positivi, attraverso il tampone, al contagio da Covid 19.

Di fronte al bollettino quotidiano dei contagi e dei decessi, non si può sostenere a cuor leggero che bisogna tenere aperti ristoranti, piste da sci e sale da ballo nelle feste di fine anno, che non sono da scoraggiare le grandi riunioni conviviali tra parenti e amici. Ma altrettanto insostenibile è non dire una parola forte e chiara sui nuovi ristori da corrispondere ai settori economici messi in ginocchio dalla mancanza del fatturato che si sviluppa per le feste natalizie.

Quanto poi all’opposizione, essa aveva da scegliere tra due strade: mostrare responsabilità e un alto senso dello Stato nel mantenere bassi i toni e unito per quanto possibile il Paese di fronte alla grande calamità da cui, come tutto il mondo del resto, è stato investito, oppure esasperare lo scontro politico e cavalcare difficoltà e scontento in modo aggressivo e demagogico, speculando sulla pandemia.

Ebbene, malgrado qualche perplessità di Berlusconi, l’opposizione di destra ha scelto la seconda strada. E lo ha fatto privilegiando, in questa fase, lo sviluppo del proprio disegno strategico di conquista e di uso del potere.

La sensazione, qui, è che l’importante sia affermare sempre e comunque il contrario di ciò che fa la maggioranza: se il governo chiude è meglio aprire, se apre, allora è meglio chiudere.

Guardiamo gli elementi di questa strategia.

La politica nazionale delle forze dell’opposizione si basa sulla scomposizione dell’unità nazionale per procedere poi ad una ricomposizione presidenzialista. Un assaggio di questa pietanza viene dalla guerriglia permanente che viene alimentata tra Stato e Regioni, che vede i cosiddetti “governatori” giocare in proprio una partita nella partita della visibilità, nella quale i contrasti vanno esasperati anche al di là delle reali esigenze delle comunità locali rappresentate.

La volontà di trasformare la democrazia italiana in senso maggioritario, secondo il modello americano, richiede il consolidamento di fronti contrapposti. Il processo è avviato nel quadro internazionale: da una parte i Trump, gli Orban, i Netanyahu, il sovranismo nazionale, la difesa dei “valori” tradizionali, la chiusura alle migrazioni e al multiculturalismo, la contrarietà e sviluppare il processo di integrazione europea. Dall’altra i Biden, i Papa Francesco, la ricerca di dare un volto umano alla globalizzazione, la difesa dell’ambiente, della solidarietà e del dialogo come presupposti necessari della pace e dello sviluppo.

Cosa c’entrano queste considerazioni con la pandemia? Presto detto: l’emergenza sanitaria offre un’occasione irripetibile per accelerare e consolidare sul campo queste esigenze di radicalizzazione, specializzando il linguaggio nella pratica della contrapposizione ad ogni costo: “prima gli italiani”, “inetti e incapaci”, “ci rubano il Natale”, “le mani macchiate di sangue”, tutto tende a insinuare il retropensiero che la responsabilità della malattia e delle morti, del dramma che il mondo sta vivendo, sia in qualche modo da addebitare alla parte politica cui ci si contrappone, senza rifuggire dal corteggiare velatamente  negazionismi e complottismi di varia estrazione e natura.

Sullo sfondo di tutto la lotta sorda, trasversale e senza esclusione di colpi per la gestione delle ingenti risorse che dovrebbero arrivare dall’Europa.

Riformismo debolissimo, governanti improvvisati, trame reazionarie, culture politiche pericolose. Non è questo che meritano gli italiani.

   

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