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"La mia vita al ritmo del Muro". Parla Henry Arnold, il volto di Heimat

Facevano all’amore, Hermann e Clarissa, mentre il Muro di Berlino crollava. Perlomeno, questo è quanto accade all’inizio di “Heimat 3 Cronaca di una svolta epocale”, film-mito di Edgar Reitz: i due amanti se ne stanno avvinghiati a letto in una camera d’albergo e vedono sullo schermo della tv i berlinesi che picconano, che urlano di gioia, che abbattono il mostruoso “vallo antifascista” che per 28 anni aveva diviso in due la Germania e il mondo.

Hermann era l’attore Henry Arnold, che per oltre tre decenni è stato il volto-simbolo dell’epopea di “Heimat”, che proprio in Italia ebbe un successo straordinario, forse superiore a quello messo a segno in patria, nonostante il film-monstre composto da un’infinità di episodi sia uno dei più impressionanti autoritratti cinematografici che la Germania abbia conosciuto.

Il fatto è che tutta la vita di questo straordinario attore, musicista e regista di opere liriche è segnata dalla storia del Muro: “Sì, sono nato nel 1961, lo stesso anno in cui fu costruito, e il 9 novembre 1989 ero qui, a Berlino, mentre il Muro cadeva e la storia cambiava volto tutta d’un colpo, peraltro pochi giorni prima che nascesse mio figlio”, racconta Arnold di fronte ad un piatto vegano in un bar alla moda del quartiere di Neukoelln.

“E non solo. Tredici anni dopo, nel 2002, mi sono ritrovato a girare, con Reitz, la stessa scena: Hermann e Clarissa che si ritrovano a Berlino riscoprendo il loro amore, fino a quel momento irrealizzato, mentre il Muro cade sotto i colpi di picconi dei tedeschi dell’est e mentre la folla impazzita di gioia incredula corre verso la Porta di Brandeburgo”.

La Ddr, così vicina e così lontana

Una storia emblematica, quella di Henry. “Fino al 1989 per noi che stavamo all’ovest la Ddr era vicinissima e al tempo stesso lontanissima. E fondamentalmente credevamo che lo sarebbe stato per sempre. Per noi la Ddr era un Paese sconosciuto, stranamente lontano, per abitudini, culture, quotidianità. Certo, con la Ostpolitik di Willy Brandt si parlava della possibilità di maggiori aperture tra le due Germanie, ma in qualche modo pensavamo che la situazione si era oramai troppo cementificata per arrivare ad una svolta radicale. Persino quando ci furono le grandi manifestazioni a Dresda, quando ci fu la vicenda dei migliaia di tedeschi dell’est rifugiati all’ambasciata della Germania Ovest di Praga, persino quando cadde Erich Honecker e al vertice del Paese arrivò Egon Krenz, si pensava che al massimo ci sarebbero state riforme, come quelle della Perestrojka di Gorbaciov nell’Urss invece tutto cambio’ d’improvviso, in modo repentino e inaspettato”.

Peraltro non è che Henry non conoscesse Berlino Est. “Passavo abbastanza di frequente dall’altra parte, avevamo molti rapporti con il mondo del teatro e della cultura della Ddr. Che, non bisogna dimenticarlo, era molto vivace. Anzi, gli attori e i registi dell’est avevano una sicurezza di sè che spesso confinava con una punta di snobismo”.

Nonostante ciò, la sera del 9 novembre arrivò come un fulmine: “Quella sera lavoravo in teatro, perché c’era una pausa delle riprese di Heimat 2. Non avevamo affatto percepito che stesse accadendo qualcosa: e invece accadde di tutto, a cominciare dalla famosa conferenza stampa in cui Guenter Schabowski, funzionario di punta della Sed, annuncià la libertà di viaggio e che i confini sarebbero stati aperti ‘da subito’. Io ho sempre pensato che non fosse del tutto consapevole della portata di quello che stava dicendo e che la caduta del Muro fosse una specie di accidente della storia”. 

“La notte in cui eravamo il più felice di tutti i popoli”

Dopo quella che Reitz aveva definito “la notte in cui eravamo il più felice di tutti i popoli” – e c’era anche lui, quella notte, con la sua troupe, mentre una folla festante che di ora in ora diventava sempre più imponente attraversava tutti i varchi tra est e ovest di fronte allo sguardo attonito dei Vopos, i poliziotti della Ddr – la festa non finì, anzi. “Le autorità di Berlino Est dovettero creare varchi aggiuntivi, perché il numero di persone che continuavano a passare da una parte all’altra del Muro era sempre più grande”.

Per certi aspetti una sbornia, con la gente che picconava questa assurda e mostruosa costruzione che tagliava obliquamente tutta la città, con parenti stretti che non si vedevano da anni che si ritrovavano abbracciati e travolti da un’euforia irrefrenabile. “Era una cosa affascinante, molti continuavano ad andare da est a ovest ancora per molti giorni e giorni a seguire”, ripete Arnold. “Allo stesso tempo non eravamo affatto consapevoli che la riunificazione delle due Germanie sarebbe arrivata altrettanto velocemente, appena 11 mesi dopo, con le macerie del Muro ancora fumanti”.

Un amaro risveglio

La sbornia non durò a lungo, per la verità. La Ddr conobbe la libertà, ma la popolazione pagò prezzi anche molto alti, in termini di disoccupazione e di violenti assestamenti sociali, con il rapido processo di deindustrializzazione che fu messo in atto in vaste aree del Paese e un adeguamento a tratti traumatico dell’economie delle due Germanie: “Sì, c’era spesso un’atmosfera triste, c’era la sensazione di non sapere cosa sarebbe stato, che forse ci si trovava in un veicolo cieco”.

E questo spiega anche perché oggi, trent’anni dopo, l’Afd, il partito dell’ultradestra, sia più forte nei Laender dell’est che all’ovest: “Certo: bisogna ricordare che per effetto della riunificazione venivano distrutti anche molti ricordi privati. D’improvviso tutto quel che era stato era diventato ‘cattivo’, tutto veniva inglobato nel concetto dello ‘Stato del diritto negato’ che era la Ddr, anche le esperienze personali. Almeno la metà degli elettori dell’Afd dice che la vita ai tempi del Muro ‘non era poi così male’. Questo fatto dei tedeschi dell’est che sono sempre di cattivo umore, come dice lo stereotipo, ha le sue origini anche lì, nella sera del 9 novembre 1989”. Quella notte in cui, parafrasando il titolo del primo episodio di “Heimat 3”, i tedeschi erano “il popolo più felice del mondo”.

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Fonte: cultura agi

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