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Il dramma delle imprese: 90 mila rischio chiusura e 20 mila mai nate

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Di Vittorio Sangiorgi (Direttore del Quotidiano dei Contribuenti)


Si fa sempre più scuro il panorama all’orizzonte per le imprese italiane, specie quelle di piccole e medie proporzioni, chiamate ad affrontare la crisi scaturita dal Covid. Le stime fatte in questi mesi, adesso che il tanto temuto “Autunno Nero” sta entrando nel vivo, sono sempre più concrete e lasciano presagire una vera e drammatica ecatombe per moltissime realtà imprenditoriali del nostro paese.

I settori più colpiti, lo abbiamo scritto tante volte, quelli del turismo e della ristorazione: bar, ristoranti, piccoli alberghi, B&B che rischiano di affogare nei vorticosi flutti della recessione. Il lungo periodo delle serrate, non accompagnato da adeguati ed efficaci supporti, ha pesato notevolmente, ma ancor più difficile è stata la ripartenza, diventata presto un’utopia per tante di queste imprese. Il recente aumento dei contagi e la possibilità di nuove restrizioni, poi, non hanno fatto che aggravare una situazione di per sè già complicata. Secondo gli ultimi dati forniti da Confesercenti sono addirittura 90.000 le attività pronte a chiudere i battenti entro la fine dell’anno, numeri preoccupanti che dovrebbero far riflettere e imporrebbero scelte radicali da parte delle istituzioni.

Da sottolineare, inoltre, le stime sul numero delle aziende che, proprio a causa dello tsunami Covid, non vedranno mai la luce. Circa 20.000 realtà imprenditoriali, che avrebbero potuto dare una spinta alla nostra economia, creando occupazione e portando giovamento ai vari indotti di riferimento. Guardando al settore del commercio al dettaglio e dei pubblici esercizi, ad esempio, sono già 9.000 in meno le neo imprese.

Un quadro a tinte fosche, nel quale si inseriscono anche i più recenti dati Istat: “il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno”. Si tratterebbe, in sostanza, di un colpo che metterebbe al tappetto sia il lavoro autonomo che quello dipendente dal momento che, com’è purtroppo inevitabile, le aziende superstiti dovrebbe, necessariamente, operare dei tagli al personale.

Come invertire la rotta? Come evitare, o quanto meno limitare, questi tetri scenari? La risposta è sempre la stessa: attraverso un’azione risoluta, seria, efficace e coordinata da parte del governo e delle istituzioni tutte. Abbandonare la strada delle entusiastiche conferenze stampa, degli sfavillanti annunci, dei bonus e dei premi da concorso televisivo e recepire le istanze di chi fa impresa, di chi crea lavoro.

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