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LEONE XIV E I SEGNALI DAI FRONTI

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Dal Corriere – Paolo Mieli

Sicuramente si è trattato di una coincidenza. Ma i media del mondo intero hanno notato come, subito dopo la rapidissima elezione di papa Leone XIV, la parata moscovita dell’altro ieri per gli ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale si è svolta in tono minore. Mentre la cerimonia che si è tenuta ieri a Kiev per la stessa ricorrenza ha avuto maggiore vivacità di quel che ci si poteva attendere. Come se i convenuti si sentissero rinfrancati. Senza che, ripetiamo tra i tre eventi, quantomeno il primo (l’elezione del Papa) e gli altri due, ci sia alcun nesso percepibile.
Eppure, in Russia erano radunati tutti gli autocrati dati per vincenti in questa fase del conflitto, anzi dei conflitti che insanguinano l’orbe terracqueo. Mentre in Ucraina c’era poco da festeggiare per quei leader occidentali — presenti neanche al gran completo — che ancora sostengono la causa di Volodymyr Zelensky. Ma dal palco dei capi di Stato al Cremlino non si è vista sfilare l’annunciata manifestazione di un milione di ex combattenti o loro congiunti, il discorso di Vladimir Putin è stato sorprendentemente breve e generico, Xi Jinping si è pronunciato contro il «bullismo egemonico» di qualcuno il cui nome non è stato pronunciato. Difficile non ritenere, però, che si riferisse a quel Donald Trump che, a pensarci bene, data la sua manifesta disponibilità nei confronti delle «ragioni» di Putin, avrebbe avuto tutti i titoli per stare lì al loro fianco.
Proprio in questi ultimi due giorni gli stessi media hanno reso omaggio al nuovo grande americano salito inaspettatamente sul proscenio mondiale. Un ex ragazzo di Chicago, con ascendenze europee, cresciuto in modo sano nel particolarissimo universo del cattolicesimo statunitense, ottimi studi, coltissimo, amore per lo sport, amici che sono rimasti tali fino ad oggi che è sulle soglie dei settant’anni. Ma appartenente anche ad un’altra America, quella del Sud. Quando aveva trent’anni, nel 1985, Robert Francis Prevost fu mandato nella missione agostiniana del Perù, Paese diventato per lui una seconda patria, tant’è che dieci anni fa gli ha fatto dono della cittadinanza. E dove tra il 2014 e il 2023 ha guidato la diocesi di Chiclayo. Senza che questo — secondo testimonianze unanimi — cambiasse il suo modo d’essere: un missionario vicino alla povera gente. Sia nella stagione in cui i fedeli alla Chiesa di Roma dovettero subire i postumi delle violenze degli estremisti rivoluzionari di Sendero Luminoso, sia successivamente quando il suo gregge fu sottoposto alle ancor più terribili angherie degli squadroni della morte agli ordini del dittatore Alberto Fujimori.
Già leggendo tra le righe di questi brevi cenni alla sua vita passata possiamo renderci conto del fatto che Leone XIV è stato, è e continuerà ad essere un americano assai diverso da Trump. Potremmo dire ai suoi antipodi. Anche se immaginiamo non abbia alcuna intenzione di presentarsi al mondo come il campione politico dell’antitrumpismo. Gli sarà sufficiente per farsi riconoscere come un «americano diverso» restare (come resterà) nel solco tracciato da papa Francesco. E dedicarsi semmai ad un più approfondito esame degli aspetti dottrinali della propria missione. Lasciandosi alle spalle gradualmente — o, forse, in tempi rapidi — l’esposizione mediatica che aveva via via sempre più contraddistinto il pontificato di papa Francesco. In questo modo non costringerà più i suoi collaboratori (che — a quel che dicono gli esperti — continueranno ad essere, in buona parte, quelli di prima) ad un’estenuante opera di messa a punto o di rettifica.
Saranno, i suoi, spostamenti millimetrici. E per mesi, forse per anni, assisteremo a interpretazioni di una sua modifica d’abitudine o di un cambiamento d’abito come segnali di scostamento o di prosecuzione lungo la via indicatagli dal suo predecessore. Speculazioni inevitabili ma probabilmente del tutto inutili. Ogni osservatore cercherà di trovare negli atti del nuovo Papa conferma a ciò che lui stesso pensava prima che Prevost fosse elevato al soglio pontificio. Qui da noi funziona così.
Per parte nostra, in virtù del rispetto che gli è dovuto, ci impegniamo fin d’ora a non partecipare a questo gioco. A prender nota di ogni suo cambiamento, sia esso comportamentale o lessicale, senza trarne indebite conclusioni. Ed è per questo che — ribadiamolo ancora una volta — consideriamo una pura casualità il fatto che, dopo l’elezione di Leone XIV, l’atmosfera delle celebrazioni a Mosca e a Kiev dell’anniversario della vittoria sul nazismo nel 1945, è stata diversa da quella annunciata.