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Le interviste fatte dagli altri (LIBERO: Stefano Mancuso «La difesa dell’ambiente non è di sinistra»)

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Lo scienziato vince il premio Hemingway: «Una battaglia universale, lo dimostrano gli autori conservatori»
FRANCESCO SPECCHIA ·

■ Stefano Mancuso è uno strano mix fra un gesuita dell’accademia e un Pasolini delle piante. Classe ’65, calabrese, docente di arboricoltura a Firenze e massimo divulgatore in stile romanzesco della botanica come avventura umana, il prof è rimasto spiazzato dal conferimento del Premio Hemingway 2021 (ricevuto a Lignano Sabbiadoro assieme a Franco Fontana, Dacia Maraini e Carlo Verdone). Ma lo spiazzamento è durato lo spazio brevissimo di una fotosintesi clorofilliana.
Professor Mancuso, la motivazione del premio assegnatole è «ci ha insegnato che le piante sono reti viventi che parlano anche alla nostra intelligenza». Molto hemigwayana. Ma, scusi lei che c’entra con Hemingway?
«Hemingway è entrato nella mia vita in maniera trionfale; aveva qualcosa di diverso dagli altri (pochi) scrittori dediti alla natura come Henry David Thoreau. La sua passione non era tanto per le piante quanto per la ricerca – che durò una vita – per la natura incontaminata. Tutti i suoi libri e i suoi viaggi sono incentrati su questo, dalla Spagna all’Africa, ai Paesi Bassi alle soste sul lago Michigan; fino ad arrivare all’ambiente incontaminato per eccellenza, il mare . Ora non abbiamo nemmeno più quello, solo pozze putride».
Se parliamo di scrittori, anche D’Annunzio era molto “green” con quella sua fissazione, nudo in mezzo alle frasche, del «contatto panico con la natura»…
«Ecco, sì. Gabriele D’annunzio che è stato uno dei pochi non solo dedito alla cura dell’ambiente ma delle stesse piante, a cui dedicava intere opere. Ma, in generale, il rapporto fra la natura e la letteratura è particolare: nasce dall’idea sbagliata che le piante siano un sottofondo scontato, che obbedisce a criteri solo estetici, non per nulla quando si parla di piante nelle città si usa il termine “decoro”. La prospettiva cambia se consideriamo che noi animali popoliamo la Terra solo per lo 0,3%, mentre le piante per l’85%. In realtà la pianta è il motore della vita. Ma questa sottostima che tecnicamente viene definita plant blindness, si riflette anche in ambito letterario».
Mentre le viene assegnato l’Hemingway a Lignano, per uno strano destino, ad Acqui Terme Francesco Giubilei riceve un premio per il libro Conservare la natura. In cui, partendo dalle tesi del conservatore Roger Scruton si definisce che l’ecologia non deve essere un tema ideologico, esclusivo della sinistra, come è stato per anni, ma di tutti e della destra in particolare. Lei come la pensa?
«Non posso che essere d’accordo, sottoscrivo al cento per cento la trasversalità del tema. L’idea che concetti come sostenibilità, ambiente, green, ecologia debbano essere appannaggio di un’unica parte politica è stata profondamente sbagliata. È come dire che principi universali come la bellezza, o il nutrirsi siano legati ad un’ideologia. Uno dei problemi dei Verdi, non solo in Italia ma anche all’estero, è stato proprio questo».
Cosa ne pensa dei Future for Friday, delle campagne militanti di Greta Thunberg?
«Guardi, io sono d’accordo con qualsiasi iniziativa che possa portare l’attenzione sulla crisi ambientale e sociale che sta vivendo il pianeta.I prossimi 30/40 anni saranno decisivi per cambiare volto al pianeta. Purché ogni contributo alla causa sia fatto con capacità e competenza. Sa, di incompetenti ne abbiamo già abbastanza, e non solo in questo settore».
Il Recovery Fund promette il 37% dei fondi europei, 57 miliardi, alla cosiddetta “Rivoluzione Verde”. Un sacco di soldi per una materia che non mastichiamo benissimo. Li spenderemo bene?
«Il Pnnr l’ho seguito, ben venga qualunque iniziativa. Anche se io qui ci vedo, più che una “transizione ecologica” una “transizione tecnologica”: si parla di trasporti elettrici, energie rinnovabili. Si va sulle infrastrutture piuttosto che risolvere alla radice il problema. Sa cosa farei io (non rida)?».
Giuro che non rido. Cosa farebbe? Mi immagino lei come Jack e la pianta magica dei fagioli che si arrampica verso il cielo…
«Quasi. Io pianterei mille miliardi di alberi, per ridurre letteralmente l’anidride carbonica, oggi quel che si fa è immetterne di meno. C’è una differenza abissale. È come avere una vasca piena: lei per svuotarla del tutto deve togliere il tappo, non solo chiudere il rubinetto, snnò la vasca rimane piena lo stesso. Ogni città dovrebbe, in teoria, essere ricoperta di piante. Più sono vicine alle fonti di inquinamento, meglio trasformano la Co2. Se lei guarda Parigi che si sta riforestando o altre capitali nordiche come Copenaghen, si renderà conto di quanto le aree piantumabili stiano diventando essenziali».
Lei ha scritto un best seller sull’intelligenza delle piante. Ha mai visto quel vecchio teleromanzo Rai, La traccia verde ispirato al dimenticato
Giungla domestica di Gilda Musa. C’era una pianta che…
«…che era stata testimone di un omicidio, lo ricordo benissimo. Quella è fantascienza. Però sì, le piante hanno le funzioni neuronali di un cervello diffuso. Sono intelligenti se consideriamo l’intelligenza come capacità di risoluzione dei problemi. E hanno vita sociale, e una grande memoria; le piante proliferano da 450 milioni di anni mentre noi siamo su questa Terra solo da 400mila anni. La Neurobiologia vegetale spiega che attraverso le radici degli alberi di un bosco, per esempio, si forma una connessione sotterranea in una rete diffusa».
Cosa potremmo imparare dalla piante?
«Molte cose. Non potendo spostarsi dal luogo in cui nascono non consumano ma hanno più risorse di quelle disponibili. Se poi riuscissimo a riprodurre la fotosintesi artificialmente avremmo risolto i nostri problemi energetici. Anche la loro organizzazione decentralizzata e diffusa rappresenta un modello in cui tutte le funzioni vengono distribuite sull’intero corpo che quindi è incredibilmente resistente…».

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