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India Finisce in carcere la lotta di Teesta per la verità sulle stragi

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editorialista
di Alessandra Muglia
Dopo vent’anni di lotte in difesa dei più deboli, Teesta Setalvad è finita in cella. Sabato è stata prelevata di buon’ora dalla sua casa di Mumbai e portata in una prigione del Gujarat, lo stato indiano dove questa attivista ha combattuto a lungo e duramente per garantire giustizia ai sopravvissuti della strage di musulmani (oltre mille) compiuta nel 2002 per mano di estremisti indù. Una vendetta per l’attacco a un treno dove furono uccisi 59 pellegrini indù.

Proprio quei fatti hanno trasformato Teesta, oggi 60enne, da giornalista ad attivista. All’epoca il governatore era l’attuale premier indiano, il nazionalista indù Narendra Modi, accusato da più parti di non aver fatto abbastanza per evitare quella carneficina. Setalvad, con la sua organizzazione “Cittadini per la giustizia e la pace”, si è spesa a lungo per cercare di perseguire gli alti funzionari, compreso Modi.

Il suo arresto è scattato 24 ore dopo che la Corte Suprema ha respinto la petizione presentata, con il sostegno di Setalvad, dalla vedova di un parlamentare locale ucciso durante quei disordini dove si contestava il rapporto di una squadra investigativa speciale che aveva assolto Modi dal coinvolgimento negli scontri. Setavlad è stata arrestata con l’accusa di falsificazione di documenti, addestramento di testimoni, fabbricazione di prove sulle rivolte anti-musulmane 2002.

A Mumbai la gente è scesa in strada per chiedere il suo rilascio, con slogan contro Modi, accusato di vagheggiare anche da premier – con il suo partito, il Bjp – uno Stato induista, con buona pace del secolarismo di Nehru (e della stessa Costituzione). L’arresto di Setalvad è stato condannato anche a livello internazionale: Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha detto di essere «profondamente preoccupata» per questa detenzione. «Teesta è una voce forte contro l’odio e la discriminazione. Difendere i diritti umani non è un crimine. Chiedo il suo rilascio e la fine della persecuzione da parte dello Stato indiano», ha ammonito in un tweet.

Fonte: Corriere della Sera