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Per Israele “gli Accordi di Abramo sono una svolta e l’Iran è isolato” Intervista al direttore della divisione Eliav Benjamin

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AGI – Gli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele ed Emirati arabi uniti e Bahrein, stanno cambiando velocemente il volto del Medio Oriente, schiudendo prospettive di sviluppo inedite tra i Paesi della regione e mandando un messaggio molto chiaro all’Iran, in modo che il regime si senta sempre più isolato e cambi atteggiamento.

“Ritengo però – ha aggiunto – che sia arrivato il momento che Paesi che premono per estremismo e terrorismo, e vogliono le armi nucleari per attaccare, capiscano che sono sempre più isolati. E penso che lo stiano comprendendo sempre più”.  Da qui, l’esortazione a “tutte le nazioni del mondo a continuare a fare pressioni sull’Iran perché cambi i suoi modi“. La Repubblica islamica infatti è “una minaccia non solo per la regione ma per la stabilità, la sicurezza e la prosperità di tutti”.

Salutati come un’intesa storica che delinea un nuovo Medio Oriente, gli Accordi di Abramo hanno inaugurato un corso inedito; Emirati e Bahrein sono stati i primi Paesi del Golfo a partecipare e la speranza del governo israeliano è che altri si aggiungano presto all’intesa, in particolare l’Arabia Saudita, peso massimo della regione.

Per Benjamin, “bisogna riconoscere e apprezzare i passi positivi” fatti finora da Riad: la firma da parte di Abu Dhabi e Manama “non sarebbe stata possibile senza una qualche forma di consenso da parte sua”, e ha anche autorizzato Israele all'”uso del suo spazio aereo”.

Allo stesso tempo, ha osservato il diplomatico israeliano, “dobbiamo riconoscere che potrebbe volerci un po’ di piu'” perche’ il Regno wahabita si unisca, stante il ruolo religioso che gioca come custode dei luoghi sacri dell’Islam; la compresenza di un re anziano, tuttora al potere, e un principe ereditario più aperto, e infine il fatto che sia stata proprio l’Arabia Saudita a farsi promotrice nel 2002 dell’iniziativa di pace araba che chiede progressi sulla questione palestinese prima di avanzare sul terreno della normalizzazione.

A questo proposito, guardando all’impasse in cui versa il dialogo israelo-palestinese, Benjamin è un convinto sostenitore del ‘potere’ dell’economia per avvicinare popoli e nazioni: “Quello che speriamo è che i palestinesi capiscano l’interesse economico nel partecipare. Sfortunatamente finora non e’ stato cosi’. Ci vuole coraggio anche da parte della leadership palestinese”, ha sostenuto, sottolineando che “il paradigma è cambiato”.

Altri Paesi arabi si sono avvicinati perché hanno realizzato che stavano “perdendo opportunità commerciali”, che volevano “lo sviluppo delle economie” e che non si poteva “continuare in quella situazione di stallo”.

“Sfortunatamente sono gli interlocutori di più vecchia data d’Israele nella regione, come i palestinesi, che non hanno ancora fatto questo cambio di mentalità”. Quanto all’imminente avvicendamento alla Casa Bianca, Israele di certo perde un grande amico: nei suoi quattro anni, Donald Trump ha fatto molto per lo storico alleato, accreditando Gerusalemme come capitale d’Israele, spostandovi l’ambasciata, e riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Ha inoltre tagliato i fondi ai palestinesi.

D’altra parte, ha ricordato l’alto diplomatico israeliano, “quando si tratta delle relazioni Usa-Israele l’amicizia e’ molto solida e l’impegno e’ molto forte”. Il nuovo presidente Joe Biden avrà diversi dossier urgenti di politica nazionale da gestire e “non e’ chiaro quanto alta sara’ la posizione del Medio Oriente nella sua agenda, ma posso dire che sicuramente l’impegno continuerà nei confronti delle relazioni con Israele e dell’interesse a vedere un Medio Oriente prospero e connesso tra i Paesi moderati della regione”.


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