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Storia di Matteo: dalla sieropositivita ad un messaggio di prevenzione attraverso la danza

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Di Daiana De Luca (Responsabile Comunicazione Confedercontribuenti)


Parlare di HIV non è semplice ed intimorisce ancora, complici anche tutti i taboo, i clichè ed una buona dose di disinformazione che stanno alla base di quella “indifferenza” collettiva sintomo di ignoranza e paura. Oggi, però, vogliamo raccontarvi la storia di Matteo Sedda, giovane danzatore sardo di appena 30 anni che nel 2016 ha scoperto di essere sieropositivo.

“Credevo di essere davvero invincibile, facevo quello che avevo sempre sognato, dalla Sardegna ero riuscito a portare la mia danza oltre confine”. Matteo si trovava in Israele per una tournèè quando il suo compagno di allora gli annunciò la sua sieropositività; così, ripercorrendo l’evento che gli ha stravolto l’intera esistenza, ricorda quel difficile momento in cui il giovane scoprì la sua positività al virus. La storia di Matteo è la sintesi di tantissime altre storie simili nel sentimento di smarrimento iniziale che, immaginiamo, induce alla chiusura ed alla sensazione di solitudine. “Inizialmente ho passato lo shock iniziale, non ero preoccupato e sapevo che con le  nuove terapie sarei stato bene, racconta”. Ma col passare dei mesi qualcosa, nel giovane artista è cambiato. “Ho cominciato ad aver paura delle reazioni dei miei amici e dei miei familiari, ad odiare me stesso, la danza, il teatro e la mia vita”.

Poche semplici parole che mostrano tutta la vulnerabilità di viene messo di fronte ai propri limiti emotivi. Non è,certo, una novità sentir raccontare delle preoccupazioni latenti nelle persone Hiv positive che temono il pregiudizio altrui ed anche l’emarginazione; storia “vecchia” quanto il virsu ed anche di più, quella della paura “dell’infetto” che viene allontanato dalla società perbenista, perbene e sana. Per fortuna, però, non siamo più nel medioevo ed il sistema di informazione, precauzione ed attenzione possono servire a far maturare la coscienza dei più. Matteo con l’assunzione del farmaco antivirale è diventato “undetectable”, termine usato per indicare un paziente con carica virale non rilevabile, che vuol dire non idonea a contagiare. Il giovane ballerino è l’esempio dei tanti esempi che hanno sconfitto l’equazione HIV = morte che fino a poco più di 25 anni fa veniva posta come un sigillo sui sieropositivi.

Certo, la storia di Matteo è segnata da un lungo percorso di accettazione, passata da un’intensa attività di informazione, che ha condotto il ballerino alla decisione di fare coming out e parlare della sua sieropositività; esperienza non comune ma diffusa trasformata dal ballerino in uno spettacolo dal titolo “POZ”. “Vorrei che, finito lo spettacolo, gli spettatori avessero voglia di fare il test. L’Hiv riguarda tutti”, conclude il protagonista di questa intensa testimonianza.

Il coming out di Matteo, la sua esperienza, la sua difficile presa di coscienza, ancora oggi, a parere di chi scrive, si scagliano contro un muro di gomma fatto di disinformazione. Lo scotto da pagare per i sieropositivi è quello, in certi casi, di essere “etichettati” come soggetti “malati”  da dover ad ogni costo emarginare. E’ triste giungere ad una tale conclusione, soprattutto se pensiamo che la medicina e la scienza hanno fatto grossi passi da gigante nella cura dell’HIV. Oggi, infatti, le persone sottoposte a terapia godono di un’aspettativa di vita simile a quella dei “negativi”; oggi, le cure, sono talmente ottimizzate che la costanza nell’assunzione della terapia porta il paziente a diventare “non contagioso” per gli altri. Inoltre, è recente la notizia che un uomo di 36 anni di San Paolo, in Brasile, con una cura sperimentale è guarito dall’Hiv senza bisogno di trapianto di midollo. L’uomo, infatti, ha smesso i trattamenti a marzo del 2019 ed il virus finora non è tornato.

Con l’esempio di forza e speranza di cui Matteo è testimone , vogliamo sposare il messaggio che “Poz” vuol veicolare… Avere rispetto per se stessi e per gli altri parte da un semplice e opportuno gesto precauzionale: fare il test. Vogliamo rivolgerci ai giovani ed anche ai meno giovani affinché si sovverta in modo definitivo quella superficiale visione delle cose che induce i più a chiudere gli occhi per non vedere.

 

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