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Emergenza sanitaria o emergenza sociale?

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Di Antonino Gulisano


Riceviamo e pubblichiamo il contributo del prof. Antonino Gulisano

 

Discutendo ieri sera con il Prof Nino Galloni a Catania sulle questioni di economia tra moneta e produttività, tra crisi della emergenza sanitaria e emergenza sociale, si sono confrontate alcune posizioni diametralmente opposte. Da una parte i sovranisti dei gruppi di Paragone, Fusaro, Italexit e fuori dall’Europa. Dall’altra coloro i quali sostengono, con Nino Galloni, l’istituzione della moneta complementare e la rimessa in discussione degli attuali Trattati europei, da Maastricht (l’entrata della moneta unica l’Euro) a Lisbona (l’Unione instaura un mercato interno).

Nella sua introduzione Nino Galloni mette in evidenza, alla luce degli avvenimenti del Covid19, che l’attuale crisi in Europa e in particolare in Italia non è una crisi sanitaria, ma una crisi sociale. Su questo versante è necessario agire diversamente e non con azioni di aggiustamenti finanziari. Quindi, non un fatto economico finanziario, ma politico. Da tempo si discute in Italia sul MES e i BTP come strumenti finanziari per fronteggiare la crisi post-COVID. Quale dei due converrebbe economicamente al nostro Paese? Questo è il dibattito sul tavolo aperto tra il Governo e i vari movimenti e partiti politici.

Se la crisi, come si sostiene, è sociale e non monetaria finanziaria, va affrontata con strumenti idonei diversi. Una delle vie più idonee è quella degli investimenti produttivi e l’occupazione a tempo pieno per incentivare i consumi soprattutto interni e non di importazione. Se questa è la via da seguire due sono le soluzioni: o indebitarsi per fare investimenti o immettere una moneta complementare non a debito con le stesse finalità degli investimenti produttivi e aumentare l’occupazione. La moneta complementare o i CCF (certificati di credito fiscale) è una moneta di stato valida all’interno dello stato emesso, senza contravvenire ai regolamenti U.E. o nel caso dei CCF ripagata attraverso il pagamento delle tasse a due anni dalla loro emissioni.

Veniamo al punto. Quale dei due, MES o BTP, converrebbe economicamente al nostro Paese? Quanto costa il MES?

L’UE nel merito ha stabilito un tasso di interesse da applicare dello 0,1% all’anno per cui, accedendo alla possibilità di spesa totale, l’Italia oltre a restituire il finanziamento, nel caso, dovrebbe pagare un totale di circa 360 milioni di euro di interessi. Il finanziamento può raggiungere un massimo del 2% del PIL dei vari stati europei. Per l’Italia, stimato il proprio prodotto interno di oltre 1.800 miliardi, viene fuori la cifra dei 36 miliardi di euro che sarebbe a disposizione per il nostro Paese. Ma quali sono le condizionalità? La sorveglianza da parte della Commissione “sarà limitata all’effettiva destinazione delle risorse utilizzate agli scopi indicati”, senza quindi alcuna ingerenza sulle politiche economiche del Paese, ma non è reale, poiché se non viene rispettato il Programma presentato sulla sanità subentra la famosa TroiKa o dopo il superamento della crisi Covid 19 valgono le stesse regole del trattato del MES. I BTP, (Buoni del Tesoro Poliennale), sono invece il classico strumento finanziario che ogni paese utilizza a livello statale per poter sovvenzionate la propria spesa pubblica, senza essere vincolati ad uno scopo specifico. I tassi di interesse in questo caso non sono fissi, ma sono determinati da quanti attori economici decidono di investire nei titoli di una nazione. Ad oggi i tassi di interesse sui buoni decennali italiani, ovvero i più comuni, sono di circa 1,37%.

Alla luce di quanto detto, se si analizza esclusivamente il lato economico delle due misure, sembra evidente la convenienza ad accedere al MES rispetto all’emissione di nuovi BTP. Ma è vero? Sono convinto di no! Per la semplice ragione che sono risorse in debito da restituire e con la  spada di Damocle sugli italiani,  dal momento che i fondi devono essere esclusivamente per spese concernenti la sanità pubblica destinata. Restano, inoltre, da chiarire le sanzioni che l’UE potrebbe applicare in caso di un utilizzo non corretto di destinazione. Siamo sempre nella logica monetaria finanziaria. Per superare la crisi sociale chi ha capacità di investimenti? Le imprese private o lo Stato. Solo lo Stato può sostenere investimenti che hanno una capacità di spesa e negli interessi della collettività. Ma si può sostenere che i debiti siano dello Stato e gli utili dei cittadini privati? No!

Allora? Le ipotesi sono due: o una tassazione patrimoniale progressiva sui patrimoni o creare un Fondo Patrimoniale. In conclusione:

Se ipotizziamo la disciplina del Fondo patrimoniale come quelle per le famiglie, trasferiamo, come istituto giuridico, allo Stato il Patrimonio pubblico italiano e gli asset strategici in questo fondo patrimoniale indisponibile per il mercato, ma a garanzia per le future generazioni e incrementarlo da parte dei privati con le emissioni di Certificati di Credito del Tesoro restituibili in 25/30. L’obiettivo è:

  1. A) incrementare liquidità per investimenti e far crescere il PIL;
  2. B) destinare parte all’abbassamento del rapporto debito pubblico/PIL tra il 60/80%.
  3. C) raccogliere, come obiettivo, 100 mld di euro dai privati.

In tal modo, dunque, si ha una vera e propria “segregazione patrimoniale” e i beni facenti parte del fondo saranno esclusi dalla generale garanzia patrimoniale, di cui all’ art. 2740 c.c. Nell’atto di costituzione del Fondo patrimoniale deve essere definito dei beni come beni comuni. Con la costituzione del fondo patrimoniale i frutti dei beni in esso ricompresi – ad esempio i canoni di locazione percepiti dall’affitto degli immobili, oppure gli utili derivanti dalla partecipazione in società imprenditoriali – devono essere utilizzati esclusivamente per i fini di abbattimento del debito pubblico e per ulteriori investimenti infrastrutturali

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