Washington contro la Corte dell’Aia: sanzionata la presidente della CPI, è scontrosull’indipendenza della giustizia internazionale


Colpite Tomoko Akane e il legale Abdoulaye Seye. Gli Stati Uniti contestano le indagini riguardanti Israele e militari americani; la Corte denuncia un «attacco flagrante» allo Stato di diritto
Lo scontro tra gli Stati Uniti e la Corte penale internazionale ha raggiunto un nuovo e preoccupante livello. Il 18 agosto l’amministrazione di Donald Trump ha imposto sanzioni alla presidente della Corte, la giudice giapponese Tomoko Akane, e al giurista senegalese Abdoulaye Seye, senior trial lawyer dell’Ufficio del procuratore.
Seye, contrariamente a quanto riportato in alcune prime ricostruzioni, non è il procuratore capo della CPI, ma un alto funzionario dell’accusa. Secondo le informazioni disponibili, avrebbe partecipato al gruppo di lavoro impegnato nei procedimenti riguardanti la situazione nei territori palestinesi.
I provvedimenti comportano il congelamento degli eventuali beni riconducibili ai due funzionari che si trovino negli Stati Uniti o transitino attraverso il sistema finanziario americano. Impediscono inoltre alle persone e alle società statunitensi di effettuare operazioni economiche con i soggetti sanzionati. Il regime adottato da Washington contempla anche limitazioni all’ingresso negli Stati Uniti, che possono interessare i funzionari colpiti e i loro familiari.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha giustificato la decisione sostenendo che la Corte avrebbe partecipato a iniziative dirette a «indagare, arrestare, detenere o perseguire» rappresentanti di governi che non hanno accettato la sua giurisdizione. Il riferimento riguarda soprattutto gli Stati Uniti e Israele, entrambi estranei allo Statuto di Roma.
La Corte penale internazionale⁠� ha reagito il 19 agosto definendo le sanzioni «un attacco flagrante contro l’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale». Secondo il tribunale, minacciare i magistrati per l’applicazione del diritto mette in pericolo l’intero ordinamento giuridico internazionale e ostacola l’accesso alla giustizia delle vittime.
Una pressione che va oltre i beni congelati
Gli effetti delle sanzioni non si limitano agli eventuali patrimoni presenti negli Stati Uniti. Il ruolo centrale del dollaro e delle banche americane nel sistema finanziario mondiale può indurre istituti di credito, assicurazioni, società tecnologiche e fornitori internazionali a interrompere qualsiasi rapporto con le persone colpite.
Il rischio è quello della cosiddetta sovraconformità: per paura di incorrere nelle sanzioni secondarie o di perdere l’accesso al mercato statunitense, soggetti formalmente non obbligati potrebbero evitare di fornire servizi alla CPI e ai suoi funzionari.
La presidente Akane aveva già avvertito che un’applicazione estesa delle misure americane avrebbe potuto compromettere rapidamente il funzionamento della Corte e, in prospettiva, metterne a rischio la stessa sopravvivenza.
L’offensiva di Washington ha ormai raggiunto dimensioni rilevanti. Con gli ultimi due provvedimenti, secondo la ricostruzione della CPI, sono tredici i suoi funzionari sottoposti a sanzioni statunitensi: tra questi nove dei diciotto giudici, entrambi i viceprocuratori, un ex procuratore e altri componenti dell’Ufficio dell’accusa. Reuters⁠�
Il nodo della giurisdizione
La questione centrale riguarda il potere della Corte di indagare cittadini appartenenti a Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma.
Washington e Israele sostengono che la CPI non possa esercitare la propria autorità sui loro funzionari senza il consenso dei rispettivi governi. La Corte, invece, afferma di poter intervenire quando i presunti crimini sono stati commessi sul territorio di uno Stato che ne riconosce la giurisdizione, indipendentemente dalla nazionalità degli indagati.
La CPI non è un tribunale universale dotato di competenza automatica. Può generalmente agire quando un crimine rientrante nel suo mandato è stato commesso sul territorio di uno Stato aderente, quando l’accusato è cittadino di uno Stato membro oppure quando una situazione viene deferita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Opera inoltre secondo il principio di complementarità: dovrebbe intervenire soltanto quando gli ordinamenti nazionali competenti non siano in grado o non abbiano la volontà di svolgere indagini e processi autentici.
È su questa complessa architettura giuridica che si concentra lo scontro. Gli Stati Uniti parlano di violazione della sovranità nazionale; la Corte e i suoi sostenitori rispondono che impedire l’esame dei crimini commessi nel territorio degli Stati aderenti creerebbe aree di sostanziale impunità.
Israele, Gaza e i procedimenti contestati
La rottura si è aggravata con i procedimenti riguardanti la guerra nella Striscia di Gaza e con il mandato di arresto emesso nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Le autorità israeliane respingono le accuse e contestano radicalmente la competenza della Corte. Washington considera inaccettabile che i dirigenti di un alleato strategico possano essere sottoposti all’autorità di un tribunale al quale Israele non ha aderito.
La posizione americana non riguarda tuttavia soltanto il governo israeliano. Gli Stati Uniti temono che il precedente possa essere utilizzato per indagare militari, dirigenti e responsabili politici americani, anche in relazione alle operazioni condotte in Afghanistan o ad altre future iniziative militari.
Secondo una precedente ricostruzione di Reuters⁠�, Washington avrebbe chiesto alla Corte tre garanzie sostanziali: abbandonare i procedimenti contro i dirigenti israeliani, chiudere definitivamente le indagini riguardanti il personale americano in Afghanistan e modificare il proprio quadro giuridico per impedire future azioni contro il presidente Trump e altri funzionari statunitensi.
Si tratta di richieste riferite da fonti dell’amministrazione e non di condizioni accettate dalla Corte. Se confermate nella loro interezza, configurerebbero un tentativo senza precedenti di ottenere, attraverso la pressione economica, una forma preventiva di immunità.
Reazioni e critiche internazionali
Il Giappone, tradizionale alleato degli Stati Uniti e Paese d’origine della presidente Akane, ha definito le sanzioni «molto spiacevoli», ricordando il proprio sostegno alla missione della CPI. Tokyo aderisce allo Statuto di Roma dal 2007 e considera la Corte uno strumento fondamentale per perseguire genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Anche i Paesi Bassi, che ospitano il tribunale all’Aia, hanno espresso opposizione. Il governo olandese ha ribadito il proprio sostegno alla Corte e invitato Akane a un confronto sulle misure necessarie per tutelarne il funzionamento.
Organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani accusano Washington di applicare contro magistrati e investigatori strumenti normalmente utilizzati contro terroristi, responsabili di gravi violazioni e reti criminali. Secondo i critici, questo impiego delle sanzioni rappresenterebbe un abuso del potere finanziario americano e un pericoloso precedente per l’indipendenza della giustizia.
Diverse organizzazioni statunitensi hanno già promosso azioni giudiziarie contro l’amministrazione Trump. Sostengono che il regime sanzionatorio violi la libertà di espressione e impedisca loro di collaborare con la CPI nell’assistenza alle vittime e nella documentazione dei crimini internazionali. Anche alcuni giudici della Corte hanno avviato ricorsi davanti ai tribunali americani.
Un conflitto che viene da lontano
La diffidenza degli Stati Uniti verso la CPI non nasce con l’attuale amministrazione. Washington ha firmato lo Statuto di Roma nel 2000, durante la presidenza di Bill Clinton, ma non lo ha mai ratificato. L’amministrazione di George W. Bush ritirò successivamente la firma americana e adottò misure per proteggere il personale militare statunitense da possibili procedimenti.
Durante il suo primo mandato, Trump impose sanzioni a funzionari della Corte coinvolti nelle indagini sull’Afghanistan. Il presidente Joe Biden le revocò nel 2021, pur mantenendo le obiezioni americane sulla competenza della CPI.
Il nuovo ciclo di provvedimenti non rappresenta quindi soltanto il ritorno di una politica precedente. La sua estensione e la scelta di colpire direttamente la presidente del tribunale indicano una strategia più ampia: indebolire la Corte, isolarla diplomaticamente e convincere alcuni dei 125 Stati aderenti ad abbandonarla.
Il rischio di una giustizia riservata ai più deboli
La CPI è stata spesso criticata per la lentezza dei procedimenti, per i costi elevati e per essersi concentrata soprattutto sui Paesi africani. Il suo lavoro deve essere sottoposto a controllo, e le contestazioni sulla giurisdizione meritano un confronto giuridico serio.
Ma le sanzioni personali contro giudici e procuratori pongono una questione diversa. Se le grandi potenze possono neutralizzare un tribunale attraverso il proprio peso economico, la giustizia internazionale rischia di diventare applicabile soltanto ai Paesi più deboli e ai leader privi di alleati influenti.
La vicenda va dunque ben oltre Netanyahu, Trump o i singoli magistrati sanzionati. In gioco c’è la possibilità che le accuse di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra vengano esaminate da un’autorità indipendente anche quando coinvolgono governi potenti.
La Corte ha dichiarato che continuerà a esercitare il proprio mandato con indipendenza e imparzialità. Ma la pressione americana potrebbe ridurne concretamente la capacità operativa. Lo scontro appena iniziato stabilirà se il diritto internazionale possieda ancora una forza autonoma oppure debba arrestarsi davanti alla sovranità e al potere finanziario degli Stati più forti.