Dalla mandragora all’etere in trincea: una storia dell’anestesia


 

La più grande conquista della medicina: lenire il dolore con l’anestesia. Come ci siamo arrivati?

Credo che si possa considerare la scoperta dell’anestesia la più importante della medicina e, forse, della storia dell’umanità.

Lenire il dolore, renderlo sopportabile al fine della cura, ha permesso non solo lo sviluppo della tecnica operatoria in un’ottica moderna; ma ha consentito di avviare un lungo itinerario che molto ha a che vedere con la qualità della vita. E, se è indubbio che una tematica come questa meriterebbe articoli e articoli di approfon-dimento, se non interi volumi, ecco intanto un primo approccio a quelli che sono i capisaldi di una narrazione che proseguirà in questo blog.

Vittorio A. Sironi, neurochirurgo, storico, antropologo e professore di Storia della Medicina e della Sanità presso l’Università Milano-Bicocca ci ha guidato in questo viaggio che parte da molto lontano.

IL DOLORE NEL PASSATO, ANCHE REMOTO

«Da sempre l’uomo ha cercato infatti di eliminare il dolore – spiega Sironi – in modo particolare quando era necessario effettuare qualche manovra medica dolorosa come estrarre un dente, ridurre una frattura o eseguire un intervento chirurgico. La storia fornisce numerosi esempi di metodi empirici atti allo scopo. Nell’antica Mesopotamia, per esempio, Assiri e Babilonesi usavano praticare una forte compressione delle carotidi sino alla perdita dei sensi da parte del paziente, in modo tale che non si percepisse dolore durante l’intervento. Il rischio di danni cerebrali secondari era ovviamente piuttosto alto. Gli Egizi usavano una tecnica più raffinata. Avendo intuito che il freddo rallentava e diminuiva la circolazione sanguigna insieme alla sensibilità al dolore, usavano impacchi di acqua fredda e, qualora possibile (raramente, per ovvie ragioni), la neve da applicare là dove il chirurgo doveva incidere. Nell’antica Roma era invece la mandragora, una pianta con proprietà sedative (contiene potenti alcaloidi, come l’atropina e la scopolamina), ad essere utilizzata con finalità anestetiche. La mandragora, insieme all’oppio, per molti secoli restò il narcotico più utilizzato come lo stesso medico greco Discoride (I secolo d.C.) consigliava nei suoi testi riguardanti le piante medicinali».

DALLA SPONGIA SOMNIFERA MEDIEVALE ALLA COCA DALLE AMERICHE

«Nel Medioevo l’unica modalità per controllare il dolore durante l’intervento chirurgico era quella di adagiare vicino alle narici del paziente la spongia somnifera. Si trattava di una spugna marina essiccata al sole e immersa per ore in un intruglio di oppio, giusquiamo, succo di more acerbe, di rovo, di edera rampicante, di foglie di belladonna, di papavero e di lattuga. Qualche ora prima dell’uso la spugna veniva messa a bagnomaria per recuperare le qualità soporifere. Dopo la scoperta dell’America nuovi ingredienti vennero aggiunti all’intruglio soporifero in cui era immersa la spugna: foglie di coca (che gli indios utilizzano da sempre, masticandole, per sedare il dolore) e una particolare liana selvatica che conteneva una sostanza in grado di paralizzare i muscoli (si sarebbe poi scoperto che questa sostanza era il curaro). Se usata in minime dosi, aveva un benefico effetto rilassante, ma se utilizzata più abbondantemente si trasformava in un veleno capace di bloccare i muscoli della respirazione. In effetti e, non a caso, gli indigeni la utilizzavano per avvelenare la punta delle frecce. Infine, nei secoli successivi, sino a inizio Ottocento, abbondanti quantità di alcool venivano regolarmente utilizzate, soprattutto dai chirurghi militari, per sedare i malati a cui era necessario amputare gli arti infetti».

ANESTETICI IN GUERRA

«L’alcool fu appunto per secoli – puntualizza Sironi – il sedativo preferito dai medici di guerra. Fare ubriacare i soldati feriti prima di un intervento chirurgico era la regola. Solo negli ultimi decenni dell’Ottocento si iniziarono a utilizzare rudimentali “maschere anestetiche” per gli interventi indifferibili, che occorreva cioè effettuare direttamente sul campo di battaglia. Si trattava, in sostanza, di un piccolo cilindro in cui venivano poste garze intrise di etere o di cloroformio da cui si dipartivano due tubicini. Questi ultimi, inseriti nelle narici del ferito, inducevano nel giro di pochi minuti un’efficace anestesia che consentiva di svolgere l’intervento salvavita. Per millenni però i medici hanno effettuato trapanazioni craniche (intervento che veniva già praticato in epoca preistorica con lunga sopravvivenza del paziente, come testimoniano numerosi reperti), incisioni cutanee e amputazione di arti senza preoccuparsi di sedare i loro operati. Il medico romano Celso (I secolo d.C.) non esitava ad affermare che il chirurgo ideale dovesse essere giovane, coraggioso e risoluto, senza curarsi né spaventarsi delle grida del malato».

LA NASCITA DELL’ANESTESIA MODERNA

«L’anestesia moderna – prosegue Sironi – nasce solo nella prima metà dell’Ottocento per merito di Crawford Long, un medico e farmacista statunitense. Lo spunto fu l’osservazione dei giovani della sua città che, durante le feste, erano soliti utilizzare l’etere in grado di conferire a quegli eventi una sorta di “gaia ebrezza”. Long pensò così di sfruttare le proprietà dell’etere in ambito chirurgico. Nel 1842 lo usò per asportare un tumore al collo a un paziente e, successivamente, nel corso di alcune amputazioni. Tuttavia, anche se erroneamente, il merito di “avere inventato” l’anestesia moderna è stato ufficialmente attribuito a William Morton. Era un dentista di Boston, che nel 1846 usò l’etere per estrarre un dente e, due anni dopo, inventò un particolare apparecchio anestetico per far aspirare l’etere a chi doveva essere operato, convincendo così il chirurgo John Warren Jackson a utilizzarlo. Cosa che egli fece con successo. Era nata in questo modo l’anestesia moderna. L’anno prima, accanto all’etere, iniziarono a essere usate, come sostanze sedative, anche il protossido d’azoto (gas esilarante) e il cloroformio, quest’ultimo usato con successo soprattutto in Europa. Il cloroformio venne universalmente accettato come anestetico dopo che, nel 1853, la regina Vittoria d’Inghilterra mise alla luce il suo ottavo figlio, sedata sotto l’effetto di questa sostanza».

EPISODI CURIOSI: ADAMO E I POLLI DI PARACELSO

Come spesso avviene quando si studia la storia della medicina e la storia in genere, ci si imbatte in episodi decisamente curiosi. Tra i tanti, il prof. Sironi sottolinea che, paradossalmente si potrebbe sostenere che il primo paziente a essere anestetizzato fu Adamo per consentire che da una delle sue costole nascesse Eva. Si legge infatti nella Genesi: «Allora il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo che si addormentò; prese una delle sue costole e richiuse la carne al suo posto». «Un altro episodio curioso – conclude Sironi – è quello che riguarda Paracelso, un medico e alchimista svizzero vissuto nella prima metà del Cinquecento, che fu il primo, mescolando alcool e acido solforico, a ottenere “acqua bianca” (quello che noi oggi chiamiamo etere e che fu appunto il primo anestetico moderno). Alcuni polli che razzolavano nel suo cortile ne bevvero accidentalmente un po’ cadendo immediatamente addormentati. Questo fatto indusse il medico svizzero ad annotare come questa sostanza avrebbe potuto essere utile per la cura delle malattie dolorose».

 

FONTE@.fondazioneveronesi.it/