Di Angioletta Massimino
Ogni 19 luglio l’Italia si riempie la bocca di parole che non sa sostenere. Cerimonie, corone, discorsi impastati di retorica. Ma la verità, quella che brucia, arriva sempre da chi non ha mai smesso di lottare: Salvatore Borsellino.
In un’intervista il fratello di Paolo Borsellino ha fatto a pezzi la narrazione di Stato, ricordando che non si può invocare Paolo Borsellino mentre si smonta scientificamente tutto ciò che lui e Falcone hanno costruito per combattere la mafia.
Ha detto chiaro e tondo che Giorgia Meloni deve smetterla di ispirarsi alla figura di Paolo mentre il suo governo indebolisce il 41 bis, ergastolo ostativo, norme sui collaboratori di giustizia, intercettazioni: l’ossatura del decreto Falcone, la struttura che aveva permesso alla magistratura di colpire la mafia nel suo cuore.
Oggi Palermo è piena di ergastolani tornati liberi senza aver mai collaborato, uomini che dal carcere continuano a comandare le loro famiglie mafiose.
E mentre questo accade, Fratelli d’Italia ha persino tentato di appropriarsi del suolo pubblico di via D’Amelio, del palco della commemorazione, come se la memoria fosse una proprietà da intestarsi.
Ma la parte più devastante arriva quando Salvatore Borsellino ricorda ciò che accadde davvero nel luglio del 1992: Paolo sarebbe stato ucciso per impedirgli di testimoniare sul coinvolgimento di figure dell’eversione nera nella preparazione della strage di Capaci. Nomi, cognomi, responsabilità che nessuno vuole toccare.
E qui si innesta la ferita più profonda, quella che sanguina da trent’anni: l’agenda rossa! La scatola nera della strage. La verità che qualcuno ha strappato dalla macchina di Paolo nei minuti successivi all’esplosione.
Non mani di mafiosi, dice Salvatore, ma mani che indossavano una divisa dello Stato. Mani che non dovevano essere lì, mani che non dovevano toccare nulla, mani che invece hanno sottratto ciò che Paolo aveva scritto, annotato, scoperto.
Alla Caserma Lungaro, davanti ai familiari delle vittime e agli uomini delle scorte, Salvatore ha ricordato l’inferno di quel 19 luglio 1992. Ha chiesto scusa a Lucia, sua nipote, riconoscendo che si può seguire strade diverse per arrivare alla verità, purché si tenda tutti verso la verità e nient’altro che la verità. Ma sull’agenda rossa non ha mai vacillato: quella agenda è la chiave, il cuore, il punto che nessuno vuole toccare. È la prova che Paolo stava lavorando su qualcosa di enorme, qualcosa che non doveva uscire da quella macchina.
E qui la denuncia diventa una frustata: Salvatore Borsellino sostiene da anni che l’agenda rossa sia stata sottratta da un uomo in divisa. Non un mafioso. Non un passante. Non un soccorritore. Un uomo dello Stato. E se un uomo dello Stato porta via la scatola nera di una strage, allora la domanda non è più “chi ha ucciso Paolo?”, ma “chi aveva paura di ciò che Paolo stava per dire?”.
Parla di depistaggi di Stato diventati depistaggi istituzionali: una Commissione Antimafia che, secondo lui, vuole cancellare la presenza dei servizi nelle stragi, vuole riscrivere la storia italiana eliminando l’eversione nera che da Piazza Fontana in poi ha attraversato il Paese come una vena tossica. E vuole attribuire via D’Amelio a un dossier mafia-appalti che non avrebbe mai potuto giustificare l’accelerazione dell’attentato.
Per anni Salvatore Borsellino ha creduto che l’omicidio di suo fratello fosse legato alla trattativa Stato-mafia. Oggi dice che la verità è ancora più cupa: Paolo sarebbe stato eliminato per impedirgli di rivelare alla magistratura ciò che aveva scoperto, cioè il coinvolgimento di uomini dell’eversione nera nella preparazione della strage di Capaci. E l’agenda rossa, scomparsa da mani che non dovevano toccarla, è il simbolo di ciò che è stato nascosto.
E allora basta con le commemorazioni di comodo. Basta con i politici che si presentano in via D’Amelio come se fossero custodi della memoria mentre ne tradiscono l’essenza. Basta con chi nomina Paolo Borsellino senza difendere ciò per cui è stato ucciso.
La verità non è un fiore da portare una volta l’anno. È una ferita che brucia da trent’anni. È un’agenda rossa sottratta da mani dello Stato. È un magistrato eliminato perché aveva scoperto ciò che non doveva essere scoperto. E chi non è disposto a guardare tutto questo negli occhi non dovrebbe neanche pronunciare il suo nome.