Da Annie Ernaux a Roger Waters, da Matteo Garrone a Jasmine Trinca: il nuovo appello di Venice4Palestine chiede alla Biennale gesti concreti, trasparenza e lo stop agli accordi con istituzioni legate al governo israeliano
La Mostra del Cinema di Venezia torna a essere un luogo di confronto politico e civile sulla tragedia di Gaza. Il collettivo Venice4Palestine ha rivolto un nuovo appello alla Biennale, alla direzione della Mostra e a tutte le lavoratrici e i lavoratori del cinema, dell’audiovisivo e della cultura.
La richiesta principale è chiara: non limitarsi alle dichiarazioni di solidarietà, ma adottare iniziative concrete a sostegno della popolazione palestinese.
Il collettivo domanda che la bandiera palestinese venga esposta al Lido per tutta la durata del Festival, accanto a quelle dei Paesi rappresentati nella selezione ufficiale. Chiede inoltre trasparenza lungo l’intera filiera cinematografica e la sospensione degli accordi con enti e istituzioni direttamente collegati al governo israeliano.
I grandi nomi della cultura
L’appello ha raccolto adesioni significative nel panorama artistico e intellettuale internazionale. Tra i firmatari figurano la scrittrice francese e premio Nobel Annie Ernaux, Roger Waters, Yanis Varoufakis, Céline Sciamma, Adèle Haenel, Nan Goldin, Isabel Coixet e Paul Laverty.
Dall’Italia hanno aderito, tra gli altri, Matteo Garrone, Anna Foglietta, Fabrizio Gifuni, Greta Scarano, Jasmine Trinca, Luigi Lo Cascio, Tomaso Montanari, Moni Ovadia e Ascanio Celestini.
Sostengono l’iniziativa anche BDS Italia, Global Sumud Italia, Artists for Palestine Italia, Artistes pour la Palestine France e altre associazioni culturali e movimenti solidali.
Per Venice4Palestine, il boicottaggio richiesto non deve colpire le persone in base alla loro nazionalità o identità, ma i rapporti istituzionali e i meccanismi considerati complici delle politiche del governo israeliano.
Due film palestinesi alla Mostra
La richiesta di esporre la bandiera è legata anche alla presenza nella selezione ufficiale di due opere palestinesi.
Al Mowaten Osama – Citizen Osama, diretto da Ahmed Hassouna, sarà presentato fuori concorso. Il film, una produzione palestinese e francese della durata di 69 minuti, sarà proiettato per il pubblico il 5 e il 6 settembre.
L’altra opera indicata nell’appello è Hiwar ma’ albahr, diretta da Muayad Alayan e inserita nella sezione Venezia Spotlight.
La presenza dei due film, sostengono i promotori, dovrebbe essere accompagnata dal riconoscimento simbolico della Palestina e dall’ascolto diretto delle voci dei suoi artisti.
“NAZA”, l’inchiesta sulle vittime civili
Grande attenzione è riservata anche a NAZA, il documentario diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra gli autori di No Other Land. È l’unico documentario fra i 21 titoli in concorso per il Leone d’Oro.
Il film analizza i sistemi militari utilizzati per prevedere e accettare il numero di vittime civili durante i bombardamenti israeliani. Il titolo deriverebbe da un acronimo impiegato dall’intelligence israeliana per indicare la stima dei civili che potrebbero essere uccisi in un attacco.
Realizzato sulla base di inchieste pubblicate da +972 Magazine, Local Call e The Guardian, NAZA avrà la sua prima mondiale a Venezia il 10 settembre, non il 2 settembre.
La sua selezione dimostra come anche all’interno della società e della cultura israeliana esistano voci critiche nei confronti della condotta militare a Gaza.
La tavola rotonda dell’8 settembre
Il confronto proseguirà l’8 settembre alle 17.30, presso la Casa degli Autori al Lido, con l’incontro:
“Gaza continua a bruciare: a cosa serve vedere, se poi non si agisce?”
Parteciperanno il gruppo legale di Venice4Palestine, attivisti e rappresentanti di PACBI, BDS, Global Sumud Flotilla, CALP-USB, Art Not Genocide Alliance e Gaza International Festival for Women’s Cinema.
Il panel cercherà di trasformare la solidarietà culturale in strumenti operativi, discutendo il diritto degli autori a dissociarsi dall’impiego delle proprie opere in iniziative promosse da istituzioni considerate coinvolte nella normalizzazione delle politiche israeliane.
Il precedente della “Voce di Hind Rajab”
L’iniziativa segue la mobilitazione del 2025, quando La voce di Hind Rajab portò al centro della Mostra la storia della bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza nel gennaio 2024. Il film ottenne una lunghissima ovazione e conquistò il secondo premio del Festival.
Il 19 agosto 2026 l’esercito israeliano ha riconosciuto che i suoi soldati aprirono il fuoco sull’automobile nella quale si trovavano Hind e i suoi familiari. È stata avviata un’indagine penale anche sulla morte dei due soccorritori inviati a recuperarla. Organizzazioni per i diritti umani e familiari delle vittime restano tuttavia scettici sulla possibilità che l’inchiesta conduca all’individuazione delle responsabilità.
Il cinema non può limitarsi a osservare
La Mostra di Venezia non è soltanto una passerella di attori, registi e celebrità. È una delle istituzioni culturali più influenti al mondo e, proprio per questo, ogni sua scelta assume un significato pubblico.
L’appello di Venice4Palestine pone una domanda che riguarda l’intero mondo della cultura: è sufficiente mostrare la sofferenza, premiarla e applaudirla, oppure è necessario intervenire sui rapporti economici e istituzionali che la rendono possibile?
Esporre una bandiera non fermerà le bombe e una proiezione non restituirà la vita alle vittime. Ma il silenzio delle istituzioni culturali rischia di trasformarsi in assuefazione. Il cinema può documentare, conservare la memoria e scuotere le coscienze. Deve però avere anche il coraggio di interrogare il potere e di assumersi la responsabilità delle immagini che porta sullo schermo.