Di Angioletta Massimino
La notte delle prove per la parata del 2 giugno non è stata soltanto un incidente operativo, ma un episodio che chiama in causa la responsabilità politica e istituzionale di chi sovrintende ai riti repubblicani.
La fuga dei cavalli lungo la Cristoforo Colombo, i militari feriti, la poliziotta travolta, il caos generato da botti esplosi senza alcuna valutazione del rischio e soprattutto la morte di un animale, abbattuto perché gravemente lesionato, rappresentano una ferita che non può essere derubricata a fatalità.
Quando un cavallo muore durante le prove della Festa della Repubblica, non è la cronaca a essere sotto accusa: è la catena di comando.
La parata del 2 giugno non è un evento folkloristico, ma un atto istituzionale che impegna lo Stato nella sua interezza. Richiede disciplina, competenza, rispetto delle procedure e consapevolezza del valore simbolico che porta con sé.
Il Parlamento ha il dovere di interrogarsi su come sia stato possibile che, in un contesto urbano, di notte, con decine di cavalli schierati, qualcuno abbia ritenuto accettabile far esplodere petardi “per scaramanzia”, ignorando ogni protocollo di sicurezza e ogni principio di buon senso.
Non è un dettaglio: è un vulnus nella gestione della cosa pubblica.
La Repubblica celebra la propria nascita ricordando il ripudio della guerra, la centralità della Costituzione, la dignità civile come fondamento della convivenza democratica. Ogni volta che questa ricorrenza viene trasformata in una scenografia militare priva di controllo, la politica deve assumersi la responsabilità di intervenire, perché la sicurezza non è un orpello, è un obbligo; e l’obbligo ricade su chi guida le Istituzioni, non su chi esegue gli ordini.
La morte di un cavallo non è un incidente marginale: è il segno che la catena decisionale ha fallito. È il punto in cui la tradizione si trasforma in superficialità, il cerimoniale in improvvisazione, la celebrazione in rischio.
Il Parlamento non può limitarsi a registrare l’accaduto: deve pretendere chiarezza, individuare le responsabilità, verificare se i protocolli siano stati rispettati e, se necessario, riscriverli, perché la Festa della Repubblica non può essere affidata alla casualità o alla scaramanzia. È un rito civile che appartiene a tutti, e che tutti hanno il diritto di vedere gestito con rigore, sobrietà e rispetto.
Una Repubblica che non sa proteggere i propri animali, i propri militari, i propri cittadini, non può pretendere di rappresentare la sicurezza del Paese.
E una Repubblica che lascia morire un cavallo durante le prove della sua festa non ha un problema di immagine: ha un problema di governo.
La politica ha il dovere di restituire al 2 giugno la sua natura istituzionale, liberandolo da ogni deriva spettacolare e riportandolo alla sua essenza: la celebrazione della democrazia. Perché la credibilità delle Istituzioni non si misura nella perfezione di una parata, ma nella capacità di evitare che un animale debba essere abbattuto per colpa di una leggerezza.
E quando la leggerezza diventa sistema, è il Parlamento che deve intervenire!