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Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo, Psicoterapeuta, esperto in psicologia della guerra e dinamiche delle operazioni PSYOPS

Un volo Flydubai diretto da Dubai a Tel Aviv si trasforma in pochi secondi in un caso internazionale: il copilota, cittadino omanita, avrebbe aggredito e accoltellato il comandante provocando una rapidissima perdita di quota; passeggeri, membri dell’equipaggio e due piloti fuori servizio riescono a intervenire e l’aereo atterra a Tabuk, in Arabia Saudita. 

Il movente resta da chiarire e la stessa compagnia ha invitato a evitare conclusioni premature.  Il caso apre però una domanda investigativa: perché un uomo autorizzato a trovarsi nella cabina di pilotaggio avrebbe trasformato proprio quella cabina nel punto più vulnerabile dell’aereo? È qui che il riferimento al cosiddetto “Manchurian candidate” può essere utilizzato soltanto come chiave di lettura, non come spiegazione già dimostrata: occorrerebbe verificare storia personale, contatti, comunicazioni, eventuali radicalizzazioni, movimenti, rapporti finanziari e soprattutto perché siano stati scelti quella rotta e quel momento. 

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che è ancora troppo presto per stabilire il movente, mentre le autorità stanno valutando l’accaduto e Israele ha annunciato controlli più stringenti sui piloti diretti nel Paese.  

L’episodio assume inoltre un rilievo particolare perché le elezioni della Knesset sono fissate per il 27 ottobre 2026.  La legge israeliana prevede che il mandato parlamentare possa essere prorogato soltanto in presenza di circostanze speciali che impediscano lo svolgimento delle elezioni, con una legge approvata da almeno 80 deputati; la guerra rappresenta il principale esempio considerato dalla dottrina costituzionale israeliana e l’unico precedente di rinvio risale alla guerra del Kippur del 1973.  

Questo non significa che un attentato o una guerra comportino automaticamente il rinvio del voto. Significa, piuttosto, che in caso di grave escalation si aprirebbe anche una questione istituzionale. 

Il punto investigativo, dunque, non è stabilire oggi una regia occulta che le prove disponibili non dimostrano, ma capire se l’aggressione sia stata un gesto individuale, un tentativo organizzato oppure un episodio inserito in una dinamica più ampia.

Anche l’incontro recente tra Netanyahu e il presidente degli Emirati Arabi Uniti costituisce un elemento temporale da registrare, non una prova di collegamento con l’incidente.  

In una situazione così delicata, la domanda decisiva resta una sola: chi ha agito, perché ha agito e quali conseguenze avrebbe potuto produrre se l’aereo non fosse riuscito ad atterrare? 

È da queste risposte, e non dalle supposizioni, che potrà emergere la reale dimensione del caso.