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Trump e Meloni: una farsa indegna. La destra del degrado culturale ed etico litiga mentre il mondo cambia

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Ci era stato raccontato che la nuova destra internazionale avrebbe portato stabilità, autorevolezza, pragmatismo e capacità di governo. Ci era stato detto che il sovranismo avrebbe restituito forza alle nazioni, prestigio alle istituzioni e centralità agli interessi dei cittadini.
La realtà, ancora una volta, è diversa.
Assistiamo ormai da anni a una rappresentazione continua fatta di slogan, propaganda, personalismi e scontri permanenti. Un teatro politico nel quale i leader della destra mondiale passano più tempo a costruire nemici, alimentare divisioni e regolare conti interni che ad affrontare i problemi reali delle persone.
Da una parte Donald Trump, simbolo di una politica trasformata in spettacolo permanente, capace di dividere gli americani come pochi altri presidenti nella storia recente. Dall’altra Giorgia Meloni, che aveva promesso una rivoluzione conservatrice e che si trova invece a governare tra contraddizioni, tensioni interne e una crescente distanza tra promesse e risultati.
Mentre il mondo affronta guerre, crisi energetiche, trasformazioni tecnologiche, cambiamenti climatici e nuovi equilibri geopolitici, la destra internazionale sembra impegnata soprattutto in una continua guerra di posizione.
Litigano tra loro.
Litigano sulle alleanze.
Litigano sull’Europa.
Litigano perfino sulle strategie da adottare nei confronti delle grandi crisi internazionali.
È la dimostrazione di una fragilità culturale prima ancora che politica.
Perché quando manca una visione, restano soltanto le polemiche.
Quando manca un progetto per il futuro, rimane soltanto la ricerca del consenso immediato.
Quando manca una cultura di governo, prevalgono gli interessi di parte e le ambizioni personali.
La destra che si proclamava patriottica e responsabile sta mostrando sempre più spesso il volto di un populismo incapace di costruire soluzioni durature.
L’Italia, nel frattempo, continua a fare i conti con salari insufficienti, giovani che emigrano, imprese che faticano a competere, un Mezzogiorno che aspetta investimenti e infrastrutture, una sanità pubblica sotto pressione e una pressione fiscale che soffoca famiglie e attività economiche.
Di tutto questo si parla troppo poco.
Si preferisce alimentare il conflitto permanente.
Si preferisce trasformare la politica in una tifoseria.
Si preferisce costruire consenso attraverso la paura anziché attraverso le idee.
È questo il vero degrado culturale ed etico che sta attraversando una parte della politica occidentale.
Non la differenza di opinioni, che è il sale della democrazia.
Ma la sostituzione del confronto con l’insulto, della competenza con la propaganda, della visione con il marketing politico.
L’Italia ha bisogno di altro.
Ha bisogno di una politica seria, competente, riformista.
Ha bisogno di donne e uomini capaci di discutere senza odiare, di governare senza dividere, di costruire senza distruggere.
Ha bisogno di una classe dirigente che torni a parlare di lavoro, impresa, innovazione, scuola, ricerca, infrastrutture e diritti.
Perché mentre la destra internazionale continua a consumarsi nelle proprie contraddizioni e nei propri litigi, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano ancora una volta i cittadini.
E l’Italia non può permetterselo.