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Trasporti, all’Italia non bastano nuove infrastrutture: serve una rivoluzione nella cultura della mobilità

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Riformare i trasporti in Italia significa certamente investire nelle infrastrutture. È una scelta indispensabile e non più rinviabile, soprattutto nelle aree del Paese che continuano a scontare ritardi storici. Ma costruire nuove ferrovie, strade, stazioni e collegamenti non sarà sufficiente se, contemporaneamente, non cambierà la cultura con cui vengono organizzati e gestiti i servizi per la mobilità.
Il vero salto di qualità deve riguardare la puntualità, l’affidabilità, la frequenza delle corse, l’integrazione tra i diversi mezzi e la qualità dell’assistenza offerta ai viaggiatori. Un sistema di trasporto moderno non si misura soltanto in chilometri di binari o in cantieri aperti, ma nella capacità di permettere a cittadini, lavoratori, studenti e imprese di programmare i propri spostamenti con certezza.
I Paesi baltici possono rappresentare un modello utile per la digitalizzazione dei servizi, l’integrazione della mobilità e, soprattutto, per una cultura organizzativa fondata sul rispetto degli orari e degli utenti. Non si tratta di importare meccanicamente soluzioni nate in realtà diverse, ma di adottare lo stesso principio: il tempo del cittadino ha un valore e il servizio pubblico deve rispettarlo.
In Italia, invece, ritardi, soppressioni, coincidenze impossibili e informazioni insufficienti vengono troppo spesso considerati inconvenienti inevitabili. Questa rassegnazione deve finire. La puntualità deve diventare un obiettivo misurabile e una responsabilità precisa, non una dichiarazione contenuta nei programmi aziendali.
Per questo occorre rendere i gruppi dirigenti delle aziende di trasporto realmente responsabili dei risultati. Le nomine non possono continuare a rispondere prevalentemente a equilibri politici, appartenenze o logiche di potere. Compensi, conferme e incarichi devono essere collegati a indicatori pubblici e verificabili: puntualità, numero delle corse effettuate, riduzione delle soppressioni, sicurezza, pulizia, accessibilità e soddisfazione degli utenti.
Quando gli obiettivi non vengono raggiunti, devono esserci conseguenze. La responsabilità manageriale non può esistere soltanto sulla carta, mentre il costo delle inefficienze viene scaricato interamente sui viaggiatori e sulla collettività.
La questione più urgente rimane quella del Mezzogiorno. Nel Sud e nelle Isole la mobilità continua a essere segnata da collegamenti insufficienti, linee ferroviarie lente o non elettrificate, trasporto pubblico locale inadeguato e tempi di percorrenza incompatibili con un Paese moderno. Questa condizione limita il diritto allo studio e al lavoro, ostacola il turismo, frena gli investimenti e aumenta le disuguaglianze.
Recuperare il Mezzogiorno a una mobilità seria, efficiente e dignitosa non significa chiedere privilegi, ma garantire l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini. Vivere in Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania o Sardegna non può significare avere minori opportunità di spostamento rispetto a chi vive nel resto d’Italia.
Serve quindi un piano nazionale che stabilisca livelli minimi e uniformi dei servizi, investimenti certi, tempi di realizzazione verificabili e un sistema pubblico di controllo dei risultati. Le risorse devono essere accompagnate da capacità amministrativa, trasparenza e responsabilità.
L’Italia ha bisogno di infrastrutture moderne, ma anche di una nuova idea di servizio: puntuale, integrato, accessibile e costruito intorno alle necessità delle persone. Soltanto così il Mezzogiorno potrà avanzare allo stesso passo del resto del Paese e la mobilità potrà finalmente diventare uno strumento di sviluppo, libertà e coesione nazionale.